La proprietà e il possesso. I rapporti tra proprietari terrieri e contadini in un contratto del 1104.

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Nel corso del Medio Evo, ad Agerola come nel resto del Ducato di Amalfi, era notevole la percentuale di territorio che apparteneva a monasteri e chiese. Affinché tali proprietà producessero quelle rendite annue atte a garantire il sostentamento del clero e il finanziamento di eventuali attività assistenziali e benefiche, venivano affidate a vario titolo a famiglie di contadini in grado di coltivarle al meglio e, non di rado, incrementarne la produttività trasformandole da incolto o selva a vigneto, frutteto o castagneto da frutto (contratti ad pastinandum).

Su queste cose è senz’altro utile leggere saggi di sintesi e di interpretazione storico-sociologica, ma è altrettanto utile, e certamente più coinvolgente, leggere qualche documento originale dell’epoca che – facendo parlare direttamente dei protagonisti – ci porta dentro i fatti con la potenza di un film storico ben fatto.

In tal senso voglio qui presentare (nonché tradurre e commentare) un contratto redatto ad Amalfi il 27 agosto 1104 (data a ridosso del capodanno bizantino) e riguardante un castagneto di Pianillo di Agerola del quale ancora esistono lembi residui tra le vicinanze della Casa Comunale, l’inizio di Via Ponte e la scarpatina a valle del Cimitero.

Quel contratto lo troviamo trascritto alle pagine 173-175 del primo volume de “Il Codice diplomatico amalfitano” di Riccardo Filangieri, nonché alle pagine 159-161 del primo volume della raccolta “Il Codice Perris” (a cura di J. Mazzoleni e R. Orefice).

Ne riporto prima il testo originale, che usa un latino medievale abbastanza comprensibile, e poi la traduzione a senso delle parti più significative (quelle che sottolineo e numero) con qualche mia nota di commento.

 

IL TESTO ORIGINALE

 

In nomine Domini Dei salvatoris nostri Jesus Christi. anno videlicet ab incarnatione eiusdem millsesimo centesimo quarto, die vigesima septima menssis agust,i ind. duodecima Amalfi.

Certum est me (1) Sergius f. qd. Stefano clerico f. dom. Johanni presb. da sancto Petro. a presenti die promptissima voluntate scribere et firmare visus sum vobis (2) dom. Constantino presb. f. qd. Leone de  Constantino. (3) hanc chartulam similem de ipsa chartula quod nobis scribere fecistis. pro quibis dedistis et assignastis nobis plenarium et integrum (4) ipsum castanietum vestrum in Ageroli positum at sanctum Petrum de Purzano. (5) qui est de ipsa medietate propria vestra de ipsa ecclesia sancti Nicolai qui dicitur de ipsis Aurificis. per finis et omnia qualiter et quomodo proclama ipsa chartula traditionem quod nobis exinde scribere fecistis. cum salba via sua et omnibus sibi infra se habentibus et pertinentibus. unde nichil exceptuastis.

In ea enim rationem. ut (6) amodo et semper nos et heredibus nostris filii filiorum nostruorum usque in sempiternum eos habeamus et teneamus et laboremus et cultemus et ubi habet bacuum pastinemus eos totum de tigillos et insurculemus eos de ipsas castaneas zenzala. Et implere eos debeamus totum de fine in finem de perfecto castanieto. Curam et certamen seu vigilantia exinde habere debebeamus nos et nostris heredibus (7) ut semper dicat tertius et quartus boni homines quia bonum est laboratum et cultatum et plenum de fine in finem de perfecto castanieto.

 

(8) Et iam amodo et semper castanee et omnem alium frugium quod ibidem Dominus nos et nostros heredes donat, vobiscum et cum vestris successoribus per medietate. castanee sicce at grate et fructora per tempore suo in pred. loco. et ipsa partem vestra de pred. castanee et de pred. fructora nos vobis ille deponamus et nostris heredes usque hic in Amalfi at sancto Nicolao sine pargiatura. et qando (sic) deponimus ipse castanee vos nobis detis manducare sicut consuetudo est. et omni annuo demus vobis ipsa sabbatatica.

(9) Et si nos et nostros heredes bene eos non laboramus et cultamus et pastinamus et insurculamus et omnia non atimplemus nos et nostris heredibus sicut super legitur potestatem habeatis vos et vestris successoribus nos et nostri heredes exinde bacui iactare cum causa nostra mobilia.

(10) Et si nos et nostros heredes bene eos laboramus et cultamus et pastinamus et insurculamus et omnia atimplimus qualiter superius legitur non habeatis potestatem vos vel vestris successoribus nos vel nostris heredibus exinde iactare neque nullam virtutem vel imbasionem nobis ibidem facere. sed per omni tempore vindicetis nobis eos ab omni humana persona. (11) Et qui de nobis et vobis et nostros heredes et vestros successores aliquid de ss. placito minuare vel retornare voluerit componat ad partem qui firma steterit auri solidios septuaginta byzantinos. Et hec chartula sit firma im perpetuum 

Sergius Ferafalcone testis sum

Ego Leo Isfisinatus testis sum

Leo filius Sergii filii Iohanne iudex testis est

Ego Ursus diaconus et abbas cappelanus palatii scripsi.

TRADUZIONE E COMMENTI

 a) Tipologia dell’atto.

Come esplicitamente detto in un passaggio del documento, trattasi di una chartula traditionem. L’espressione chartula traditionem (con charta nel senso di ‘scrittura, accordo scritto’) viene da traditio, termine latino che indicava il trasferimento del possesso (alias il cosidetto ’utile dominio’) di un bene. In epoca arcaica ciò avveniva con la materiale consegna del bene stesso, ma già in epoca romana imperiale si passò a una traditio che prevedeva anche un atto scritto.

 b) Le parti in causa.

Nel brano 1 vediamo che il colono è l’agerolese Sergio figlio del fu Stefano, chierico, figlio del fu Pietro, presbitero di S. Pietro de Purzano (antico nome di quella che poco dopo si prenderà a chiamare S. Pietro de Planelluma, chiesa parrocchiale di Pianillo) [1].

Dai brani 2 e 5 comprendiamo che a concedere il castagneto a Sergio fu il presbitero don Costantino del fu Leone de Costantin, che ne ne aveva facoltà in quanto proprietario di metà (medietate) della chiesa di S. Nicola degli Orefici (Aurificis) di Amalfi, ovvero dei possedimenti ad essa intestati.

Trattandosi, come vedremo, di un contratto destinato a valere usque in sempiternum le due parti non sono semplicemente Sergio e Costantino, in quanto vengono impegnati anche i futuri eredi del primo (presumo i primogeniti maschi di ogni generazione) e i successori del secondo (chiunque si troverà a ricevere quella metà del patrimonio di S. Nicola degli Aurifices che al momento possiede Costantino). Da qui il ricorrere nell’atto di locuzioni del tipo nos et nostris heredibus, relativamente al parlante Sergio, e vos et vestris successoribus, laddove Sergio cita la controparte rappresentata da Costantino.

 c) Perché non si descrivono i confini del fondo.

Questa carenza, come pure la mancata descrizione di costruzioni e annessi che erano presenti in quel fondo (via sua et omnibus sibi infra se habentibus et pertinentibus), son cose dovute al fatto che –ce lo dice il brano 3 – siamo di fronte a una seconda copia del contratto, simile (ma non ovunque identica) a quella che era stata precedentemente redatta per Costantino. Solo in quest’ultima era infatti cruciale definire bene l’estensione di ciò che si cedeva a Sergio; nella copia per Sergio, invece, bastava richiamare semplicemente che trattavasi di “quel vostro castagneto” (ipsum castanietum vestrum) sito in Agerola alla località S. Pietro de Purzano (vedi brano 4).

d) Gli impegni presi da Sergio (e suoi futuri eredi).

Il brano 6 comincia con lo specificare che il contratto vale ora e sempre (amodo et semper), garantendo a Sergio ed eredi, ai suoi figli e figli dei figli fino all’eternità (usque in sempiternum) il possesso di quel fondo a condizione, però, che essi rispettino costantemente gli impegni presi. Impegni che consistevano nel lavorare e coltivare il fondo (ossia migliorarne le condizioni e condurvi le coltivazioni previste; vedi oltre). Circa i lavori migliorativi da fare, viene specificato che dove ora vi sono zone “vuote”, improduttivo (ubi habet bacuum) piantare giovani castagni (pastinemus … tigillos) e poi innestarli (insurculemus) con la varietà preferita dell’epoca: la castaneas zenzala.

 e) Le verifiche da parte dei boni homines.

Si capisce che il cosiddetto “castagneto” di cui qui trattasi lo era solo in maniera imperfetta; il fondo doveva includere anche spazi incolti o occupati da coltivazioni di minor pregio. Infatti leggiamo che Sergio ed eredi si impegnano a riempire (implere) di castagni da frutto tutto il fondo, da cima a fondo (de fine in finem). Il mancato rispetto di questo impegno poteva dare al proprietario di riprendersi il fondo (vedi oltre) e la frase 7 fa capire che eventuali controversie circa la buona conduzione o meno del fondo, se non risolte direttamente tra le due parti, vedevano intervenire due periti super partes: quelli che il documento in esame, come tantissimi altri, chiama “tertius et quartus boni homines” [2]. Viene esplicitato che, affinchè Sergio ed eredi restassero in possesso del castagneto, i boni homines dovevano sempre poter dire (semper dicat), fatte le loro verifiche, che il castagneto bonum est laboratum et cultatum et plenum de fine in finem de perfecto castanieto (che sta ben lavorato e coltivato e  pieno di perfetto castagneto da capo a fondo).

f) La divisione dei raccolti.

Col brano 8 si passa alle specifiche riguardanti la divisione dei raccolti annuali tra concedente e colono. Il senso di ciò che Sergio afferma nel brano è più o meno questo: a partire da ora e per sempre, le castagne e ogni altro frutto che Dio ci donerà lo divideremo con voi a metà (per medietate). Le castagne secche (sicce at grate [3]) e la frutta al tempo in cui matura vi saranno consegnate al predetto luogo (intende la chiesa di S. Nicola). La perte vostra delle predette castagne e dei predetti altri frutti noi ve le porteremo gratuitamente (questo probabilmente il senso di “sine pargiatura”) fino a S. Nicola di Amalfi e voi, come è consuetudine, quando porteremo le castagne ci darete da mangiare (nos detis manducare sicut consuetudo est). Inoltre, ogni anno vi daremo la sabbatatica”.

Con quest’ultimo termine, esclusivamente nell’area amalfitana, si indicava quella che altrove era detta onorantio: un annuale regalo in natura che i coloni facevano ai proprietari terrieri. Nel contratto che stiamo scorrendo non se ne specifica la consistenza, ma dai tanti altri contratti medievali che la specificano sappiamo che trattavasi di cosa medesta (ad esempio: un pollo o venti uova), per cui era più un segno d’ossequio che altro. In quanto a origine del vocabolo, sabbatatica potrebbe risentire del fatto che, una volta, simili omaggi periodici si calcolavano a settimana, prendendo il sabato come giorno limite (“….per omne die sabbato detis nobis facse quinque de folia”).

g) Condizioni per perpetuare la concessione.

Il brano 9 sancisce l’accordo tra le parti a che, se Sergio o un suo erede futuro non ottempereranno agli obblighi di ben lavorare, e coltivare il fondo, nonché di piantare e innestare nuovi castagni negli spazi “vacui”, Costantino o un suo futuro successore avrà il diritto di togliergli il possesso del castagneto. L’espressione usata è “exinde bacui iactare cum causa nostra mobilia”, la quale significa grossomodo ‘immediatamente gettarci fuori con tutti i nostri beni mobili’ (che mi fa venire in mente quella frase dialettale che dice: “Iettaie fora isse cu tutte ‘e bavttelle soie!”.

Il brano 10 esprime né più né meno che il converso; infatti vi si legge che, sintanto che i coloni lavorano e coltivano bene il castagneto, riempendone i vuoti ecc. ecc., come si legge più su (“qualiter superius legitur”), Costantino e i suoi futuri successori non hanno podestà di cacciarli, né di fargli alcun atto di forza o invasione, provvedendo invece in ogni tempo a garantirci quel possesso contro eventuali pretese di terzi.

h) Clausola penale.

Nella frase 11, che si chiude ribadendo: questo contratto resti valido in perpetuo (“hec chartula sit firma im perpetuum”), viene stabilito che semmai una delle parti dovesse arbitrariamente ridimensionare o rgettare uno qualsiasi degli impegni soprascritti (“aliquid de ss.”), essa dovrà corrispondere all’altre la somma di 70 solidi aurei bizantini [4].

 

CASETTA ESSICCATOIO DAL SITO Essiccare le castagne,un'arte antica - Sapori & Cultura - Rassegna www.saporiecultura.org

CASETTA ESSICCATOIO
DAL SITO
Essiccare le castagne,un’arte antica – Sapori & Cultura – Rassegna
http://www.saporiecultura.org

CONCLUSIONE

L’ammontare di simili penali veniva calcolato in proporzione all’entità dei lavori migliorativi da farsi nel fondo e, quindi, all’estensione di quest’ultimo. Il fatto che all’epoca, con 70 solidi aurei (280 tarì d’oro), si potesse acquistare un piccolo podere con annessa casa rurale, fa ritenere che il castagneto preso in possesso e gestione da Sergio aveva un’estensione considerevole.

Nelle concessioni terriere per chartula traditionis il vantaggio maggiore per il concessionario era quello della durata perpetua del patto e della congiunta possibilità di trasmettere il possesso del fondo agli eredi, assicurando loro un lavoro e una rendita.  In quanto agli effetti della presenza di una cospicua penale in caso di recesso unilaterale (i 70 solidi aurei del nostro caso), mi sembra che la consistenza della cifra rassicurava il proprietario che il concessionario (e suoi eredi) non avrebbe abbandonato l’impresa, per così dire, alle prime difficoltà (ad esempio: di fronte a una o più annate di  scarso raccolto).

La notevole consistenza della penale, d’altra parte, garantiva alla parte concessionaria (nel nostro caso Sergio ed eredi) un’adeguata ricompensa per i lavori di miglioria fatti nel fondo,  nel caso in cui un recesso unilaterale da parte del proprietario fosse intervenuto a lavori oramai già compiuti.

Ad ogni modo, se per sopraggiunte nuove necessità, la parte proprietaria decideva di recuperare anche il possesso materiale del fondo precedentemente dato in utile dominio a una famiglia contadina, sono abbastanza certo che, invece di corrispondere la prevista penale, previo accordo conciliatorio, gli cedeva la proprietà di un pezzo di quello stesso fondo che per generazioni aveva posseduto e coltivato.

Un esito analogo avevano in quei secoli (tra il X e il XIV) anche alcuni contrAtti agrari  del tipo ad pastinandum  [5]; in particolare il sotto-tipo del “pastinato parzionario” (o pastinatio in partem) che prevedeva già nel contratto l’opzione che il colono diventasse proprietario di una parte del fondo al cui miglioramento aveva lavorato.

Fu così, credo, che tanto alcuni contratti  a traditionis, quanto molti di quelli ad pastinandum, finiRono col generare dei frazionamenti e dei passaggi di proprietà  dall’iniziale “latifondista” (ricco nobile, monastero o chiesa) a dei contadini che spesso, precedentemente, erano stati nullatenenti.

…il lavoro alla conquista della proprietà in forza di quel vincolo che avvince la terra a chi la coltiva»” [6].

 

NOTE

1 –Non meravigli il fatto che Sergio fosse figlio di un chierico e nipote diretto di un presbitero: siamo in data anteriore a quei Concili Lateranensi del del 1129 e 1139 che, mentre dichiaravano illeciti e invalidi i matrimoni di diaconi, presbiteri e vescovi,  esclusero il matrimonio dopo l’ordinazione. La possibilità di ordinare uomini precedentemente sposati, sempre meno usata, scomparve totalemente solo nel Cinquecento con le decisioni del Cocilio di Trento, tra cui quella che istituiva i Seminari .

2 –L’Enciclopedia Treccani definisce i boni homines come “Magistrati che nell’alto Medioevo, in tutta l’Europa occidentale, esplicavano molteplici funzioni (amministrative o giurisdizionali, in genere in ambito cittadino), variabili a seconda delle aree geografiche e spesso non bene definibili”.

3 -Onde garantirne la conservazione (e la vendita nei periodi dell’anno in cui li rapporto domanda/offerta garantiva prezzi unitari più alti) le castagne venivano stoccate sicce at grata, ovvero seccate su apposite griglie, sotto le quali si creavano e mantenevano vive delle braci di adeguata intensità. Il tutto, probabilmente, dentro un apposito locale annesso all’abitazione o in una casupola eretta dentro il castagneto. 

4 –Il Solido d’oro di Bisanzio pesava circa 4,5 grammi e all’epoca veniva fatto corrispondere a 4 tarì d’oro di Amalfi. Al prezzo attuale dell’oro, 1 solido aureo bizantino varrebbe circa 150 euro, ma il suo potere d’acquisto nel XII secolo poteva essere sensibilmente maggiore.

5 – Sul tema vi è un’ampia saggistica. Mi limito a riportare la parte iniziale di ciò che si legge alla voce Pastinato della Enciclopedie on line  Treccani:  “Contratto agrario medievale, diffuso soprattutto nell’Italia meridionale, avente per oggetto la concessione di terre incolte, con l’obbligo per il concessionario (pastinatore) di dissodarle, scavarvi i fossi per le acque e piantarvi alberi fruttiferi e viti”. In effetti le azioni di miglioria potevano essere anche altre, rispetto a quelle qui indicate. Da noi, ad esempio, terrazzare i pendii, disboscare etc.  Quanto la voce riporta circa le condizioni contrattuali non dà ragione della varietà di casi che si ebbe da zona a zona e di tempo in tempo.  

 

6 –Silvio Pivano –I contratti agrari in Italia nell’alto Medioevo. Torino 1904.

 

 

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