TERMINI DIALETTALI IN USO AD AGEROLA

              In preparazione della Giornata Nazionale del Dialetto e  delle Lingue Locali (edizione 2017), cui anche quest’anno ha aderito la Pro Loco di Agerola,  gli alunni di Terza Media dell’ Istituto Comprensivo S. di Giacomo – E. de Nicola  hanno effettuato una raccolta di termini dialettali che è poi stata rifinita con l’aiuto mio (Aldo Cinque) e della professoressa Angela Avitabile. Detta raccolta, intitolata “Pagine di un vocabolario agerolese” è stata presentata al pubblico nel corso della manifestazione Comme parlamme nuie, tenutasi ad Agerola il 21 gennaio u.s., Visto che ha suscitato molto interesse, la pubblico integralmente qui di seguito.Giornata UNPLI del dialetto

NOTE PER LA LETTURA:

Per ciascuna voce del”vocabolarietto” vengono dati nell’ordine:

  • il vocabolo dialettale (in corsivo grassetto)*;
  • la sua classificazione grammaticale**
  • il significato (in Italiano, tra virgolette);
  • l’origine certa o probabile (etimologia)

* : Le vocali sottolineate (nel dialettale) sono quelle che suonano  indeterminate.

** Le abbreviazioni usate sono: s. = sostantivo; agg. = aggettivo; m. = maschile; f. = femminile; v. = verbo; trans. = transitivo; intr. = intransitivo; rifl.= riflessivo).

 

A

Accapezzà (v. trans.) letteralmente “mettere la cavezza, ricongiungere una fune ai due capi”. In senso figurato “capire, cogliere il senso di un discorso”.

Acquazza (s.f.) “rugiada” che in Italiano è anche detta, guazza, dal latino volgare aquatia, tramite il distacco della a iniziale che passa nell’articolo.

Ajunà (v. trans.) “raccogliere” (ad es: le castagne). L’origine della parola diventa chiara se pensiamo all’equivalente italiano “adunare” (dal latino ad unus).

Allerta /allirto (locuzione avv.) “in piedi, eretto”. Scaturisce dal latino ergere “erigere, tirare su”.

Amunita (s.m.) “fungo porcino, Boleto”. Deriva dal latino tardo amanita che, a sua volta, deriva dal greco amanitēs.aNCINO, OSSIA RICCIO

Ancino (s.m.) “riccio, involucro spinoso delle castagne”. Deriva probabilmente dal greco echìnos ”riccio”, che passò anche nel latino.

Ancristo, angristo (agg.) “nudo, svestito”. L’aggettivo pare ispirato alla nudità del Cristo in croce.

Annuzzà (v. intr. e rifl.) “soffocare, strozzarsi nell’inghiottire qualcosa”. Deriva dal sostantivo nuzzo “nocciolo”, ovvero dal latino nucĕus.

Ardica (s.f.) “ortica”. Il termine deriva dal latino urtica.

Arrevutà (v.trans.) “buttare tutto sottosopra, creare disordine, rivoltare”. Dal latino volgare volvitare “volgere”, con ri– iniziale a indicare un movimento inverso “voltare sottosopra”.

Assuccià (v. trans.) “pareggiare, spianare, rendere regolare”. Viene dal latino assocciāre, dall’aggettivo socĭus “compagno, pari (di un altro)”.

Autano (s.m.) “albero del genere Ontano”. Dal latino tardo alnetanus. Si noti che il nome scientifico della specie presente sui M. Lattari è Alnus cordata.

Autapesce (s.m.) Ad Agerola indica sia il mestolo forato usato durante la frittura, sia lo scolapasta. L’etimologia dà ragione al primo significato, derivando da vota “gira” e pesce.

Avascio (agg.) “corto basso”. Dal latino tardo bassus, di orgine osca.

B

Bàbbio (agg. e s.m.) “sciocco, semplicione”. Il termine deriva da una radice onomatopeica bab- da cui anche babbuino. Si noti il cambio di accento rispetto al corrispondente italiano “babbèo”.

Bascuglia (s. f.) “bilancia del tipo bascula”. Dal francese bascule (da bat-cul, “batticulo”) per il fatto che essa oscilla.

Biscuotto / viscuotto (s. m.). Con la specifica ’e ‘rano (“di grano”) equivale a “pan biscotto”, ossia pane cotto in forno due volte; la seconda a bassa temperatura e a lungo, per renderlo del tutto anidro e croccante.

Bizzuoco (agg. m., femm. Bizzoca) “bigotto, bacchettone”. L’origine della parola nasce da un ironico accostamento della persona a un monaco, derivando dal latino medievale  bigiòcius (“dal saio bigio”).

Brenna / vrenna (s. f.) “crusca”. Deriva probabilmente dal greco blènnos, passato nel latino blènnus con, tra gli altri, il senso di “vile”, qui con riferimento allo scarso valore della crusca rispetto al nucleo del chicco.

Buatta (s.f.) “lattina, barattolo di latta“. E’ forma corrotta del francese boîte (“scatola”).

C

Caccavella (s. f.) “pentola, donna grossa e bassa, grosso cappello”. Dal latino tardo cacca bella, succedaneo di caccabŭlus, a sua volta diminutivo di caccabus “caldaia”.

Cagliuoppolo (s.m.) “matassa”, ma anche “imbroglio, faccenda intricata”. Etimologia incerta.

Caiola (s.f.) “gabbia” (per lo più quella per gli uccelli). Deriva dal latino caveŏla, diminutivo di cavĕa, che aveva tra i suoi significati anche quello di “gabbia”.

Calcara / carcara (s.f.) “forno per la calce”. Dal latino fornax calcaria. Ad Agerola ne è derivato anche il verbo carcarià “ardere”.

Càntaro (s.m.) “pitale, vaso di terracotta, verniciato dentro e fuori, che si usa per i propri bisogni corporali”. Il termine deriva dal latino canthărus, greco Kàntharos, radice kanth- “forma curva”.

Capacchiuòve (s.m.) letteralmente significa “testa a chiodo” ed è il nome dialettale dei funghi chiodini.

Carusiello (s. m.) salvadanaio di terracottae, in senso figurato, anche “risparmio, rendita modesta ma continua. Nacque dal paragonare il liscio e tondo globo di terracotta con una testa pelata, che da noi si dice caruso; dal greco kara “testa rasata

Cato (s.m.) “secchio di legno con manico circolare”. Il vocabolo deriva dal latino cadus, a sua volta derivante dal greco kádos.

Cavura (s.f.) “acqua calda, con alloro e finocchio, per la pulizia annuale delle botti”. Letteralmente “la calda”, dal latino caldus.

Cavurara (s.f.) “pentolone, calderone”. Per l’etimologia vedi la voce cavura.

Cavzone (s.m.) “pantalone”. Come nella parola mevza (“milza”), la coppia vz è l’evoluzione napoletana di lz. Deriva dal latino calx “calcagno”, per dire che l’indumento copre le gambe fino a laggiù. Si noti la forte similitudine col francese chausson.

Cellaro (s.m.) “cantina, locale-dispensa”. Deriva dal latino medievale cellarĭum, che nacque dal latino cella.

Centr-e-vallo (s.m.) “upupa”. Nel nostro dialetto la centra è la cresta e vallo è il gallo. La e centrale è contrazione di de; dunque il nome vuol dire “Cresta di gallo”.

Cerasa (s.f.)ciliegia”. E’ uno dei casi in cui il dialetto è più vicino all’originale parola latina cerăsum, che non l’italiano.

Chianghiere / chianchiere (s.m.) “macellaio”. Dal grosso ceppo sul quale i macellai di una volta tagliavano la carne; la chianca, così detta dal latino planca.

Chianta (s.f.) “pianta, albero”. Deriva dal latino planta, col suono pla tramutato in chia (come chiana da plana, chiena da plena, ecc.). Ne deriva anche il dim.vo chiantulella “alberello”.

Chiazza (s.f.) “piazza”, ma anche “pezzo di terra coltivabile” (Cfr. macerina). Deriva dal greco plateis, passato per il latino platea.

Cogna (s.f.) “catasta, mucchio”. Deriva forse dal latino cunĕus nel senso di “cosa triangolare” e in riferimento alla più comune forma presa dai mucchi.

Criscito (s.m.) “lievito madre”. Dal verbo crescere.

Cuccune (s.m.) “fungo del tipo Ovulo. Infatti l’uovo (di gallina o altro volatile da cortile) ad Agerola è detto anche coccone; termine del linguaggio bimbesco, che riprende il coccodè delle galline.

Cuofeno e cufenaturo (s. m.) “grossi panieri usati nei lavori agricoli, o per riporvi scorte o anche panni da lavare. Derivano dal latino cophinius, a sua volta dal greco kophinius.

Cuffià (v. trans.) “sfottere, prendere in giro”. Dal latino cùfiu, derivato dal greco kùpios “stolto”.

Cria (s. f.) “inezia, nonnulla”. Deriva dal nome di un’antica monetina di scarso valore che recava impresso un chicco di orzo (krĭ in greco).

Culera (s.m.) “colera”. Ad Agerola è anche sinonimo di “fetore, puzza insopportabile”.

Cuoglie-cuoglie (s.m.) Letteralmente “cogli-cogli”. Varietà di peperoncini verdi (detti anche p. di fiume o friarielli) che fruttifica a ripetizione e che vanno raccolti giovani.

Cupeto (s.m.) “torrone”. Il termine viene dall’arabo qubbaita e originariamente indicava un dolce fatto con mandorle, pistacchi e miele.

Cupiello e cupellone(s. m.) “mastelli di legno a doghe” usati soprattutto per dar da mangiare al maiale. Deriva dal latino cupa “botte e simili”, o direttamente dal greco kùpellon.cUPELLONE

Cuppino (s.m.) “mestolo con lungo manico e coppa emisferica”. Diminutivo di coppa.

Currèa (s. f.) “cintura, cintola, correggia di cuoio”. Il termine scaturisce dal latino corriga, così come lo spagnolo correa.

Curuoglio (s. m.) “cercine”, panno raccolto in forma circolare che si pone sul capo per poi poggiarvi qualcosa da portare. Deriva dal latino corollio, -onis, diminutivo di corolla.

 

D

Descepolo  (s. m.) “allievo, discente”. Deriva dal verbo latino discere (“imparare”) col suffisso –pulus che forse è da pul (“giovane”). Ad Agerola, specie al femminile, sta per “apprendista sarta”.

 

E

E’vera(s. f.) “erba”. Deriva dal latino herba e mostra la mutazione (assai frequente nel NapoletanO della b in  v, unita all’inversione d’ordine delle consonanti (rb > br >v_r).

F

Figurinia (s.f.) Corruzione dialettale dell’Italiano “fico d’India”, nato quando la pianta fu importata dalle appena scoperte Americhe, allora credute parte delle Indie.

Fravecatore (s.m.) “muratore”. Deriva dal latino fabrǐca, che ha generato anche i vocaboli dialettali fraveca “muratura”, sfrave “demolire murature” e sfravecacina “detriti edilizi”.

Fronna (s.f.) “foglia”. Dal latino frondem. Si noti che il plurale (‘e fronne) ha anche il senso di fronda, cioè ramoscello con foglie.

Fuscella (s.f.) “cestello di giunco intrecciato per cagliate e ricotta”. Deriva dal latino fiscus “cesto”.

G

Gravone (s.f.) “carbone”. Dal latino carbo tramite l’inversione (metatesi) car > cra e l’addolcimenti cra > gra.

Graurinia (s.m.) “mais, granturco”. Forma contratta di grano d’India, perché la pianta fu importata dalle Americhe quando esse erano credute essere parte delle Indie. Cfr. figurinia e Surecignia.

I

I’ (v. intr.) “andare”. Si lega al latino ire e ha declinazione irregolare: io vaco, tu vaie, nuie iamme, io ieve, tu ive.

(I)’ntufato (agg.) “gonfio”. Dal latino tufa “tromba”; con riferimento al gonfiarsi delle guance quando la si suona.

(I)nzèrta (s.f.) “treccia”. Deriva dal latino insere “intrecciare”.

J

Janara (s.f.) “strega, donna brutta e malefica”. Deriva da Janus “Giano”, antichissima divinità italica al cui culto le prime “streghe” si ricollegavano.

Jetto (s.m.) “getto, giovane virgulto di una pianta”. Deriva dal latino iactus, voce del verbo iactare “gettare” che in dialetto è jettà.  

Junco /Jungo (s.m.) “ginestra”. I suoi rami flessibili si usavano per intrecciare cesti, in sostituzione del vero giunco, assente ad Agerola, mancandovi ambienti palustri. Deriva dal latino iuncus.

Jurmano (s.m.) “segale”. Il termine dialettale nasce dal fatto che questo tipo di grano – adatto ai climi freddi – fu importato dall’area germanica.

L

Llandra (s.f.) “ghianda”. Dal latino glans, glandis, con aferesi della g- iniziale.

Lattarola (s.f.) “Reichardia picroides, ossia l’erba detta anche Caccialepre o Grattalingua”. Il suo nome locale allude al lattice bianco e dolciastro che la pianta contiene.

Lisciva (s.f.) “composto di acqua bollente, cenere e foglie di alloro, usato per lavare i panni”. Dal latino lix–licis, antico nome dell’acqua.

Lianza o Alianza (s.f.) “sbadiglio, sbadigliare”. Peculiarità del dialetto agerolese di cui sfugge l’etimologia. Forse deriva dal verbo latino halare “respirare, soffiare”.

Lianza o meglio Alianza (=sbadiglio)

Lianza o meglio Alianza (=sbadiglio)

Lecino (s.m.) “Quercus ilex, ossia leccio. Dall’aggettivo latino ilicinus, “del leccio”.

Lurdo (agg.) “lurido, sporco”. Viene dal latino luridŭs. Vi si ricollega anche il verbo agerolese allurdà “sporcare”.

Luttrina (s.f.) “catechesi, lezioni di catechismo” Nacque dal latino doctrina (derivato di docere, “insegnare”) e dal fatto che per i cristiani l’insegnamento fondamentale è quello dei principî della religione, detto anche a catechesi.

Levinghele (s. f.) “i semini dei pomidoro e altri ortaggi” Etimologia incerta.

M

Maccaturo (s.m.) “fazzoletto da naso o da testa”. Quelli da testa, più grossi, erano usati dalle nonne anche per fare fagotti mappate, durante la spesa. E’ parola assorbita dal Francese, derivando da mouchoir.

Màfero (s.m.) “tappo della botte”. La parola deriva dall’osco mamphar, attraverso il tardo latino mamphur.

Mammana (s.f.) “ostetrica”, con ovvie radici nel vocabolo mamma.

Mandra (s.f.) “recinto per chiudervi il bestiame, stalla”. Deriva, come anche il suo diminutivo mandrolla, dal latino măndra, măndrula che, a sua volta, viene dal greco mándra “ovile, recinto”.

Manucolo (s.m.) “fascio di paglia, fieno o rametti”. Viene dal latino manipŭlus, derivato di manus “mano”, intendendo che il fascio è grande quanto una mano può afferrare.

Marcoffio (n. proprio e s.m.) “ragazzo simpaticamente scaltro”. E’ il protagonista di fiabe popolari (Marcoffio int’a luna), ma anche un modo di apostrofare persone (proprio nu marcoffio!).

Mascata (s.f.) “brina, gelata del suolo”. Deriva dall’antichissimo tema mediterraneo mask (da cui anche “maschera” e “mascella”). Il nesso è che con una gelata, sul suolo si forma come una maschera, bianca e dure.

Mascatura (s.f.) “serratura”. Dal latino mascŭlus, diminutivo di mas “maschio”, per una metafora comune in meccanica quando si abbia un pezzo (chiavistello) che entra in un altro.

Mastrella (s.f.) variante del napoletano mastrillo “trappola”, che indica più specificamente una “trappola per uccelli”. Deriva dal latino mastriculum “luogo angusto”.

Matrella (s.f.) “mangiatoia per le capre”. Forse derivato da mandra (vedi).

Mbrustulaturo (s. m.) “abbrustitoio, tostatore a mano”. E’ parola che ha perso la a iniziale (Abbrustulaturo) e che forse deriva dall’incrocio di abbruciare col latino ustus “bruciato”.

Mesale (s.m.) “tovaglia per tavola da pranzo”. Nasce dal latino mensale, mensalis “della mensa”.

Murtale (s.m.) “mortaio, pesta sale”. Deriva dal latino mortarium. Ad Agerola, il pestello col quale si batteva nel mortaio è detto pisaturo (vedi).

Muto (s.m.) “imbuto”. Dal latino imbutum, passato attraverso gli stadi immuto e ‘mmuto.

N

Nennella (s.f.) “bambina”. Dal greco nenna, che vale “zia” e quindi appellativo affettuoso di donna.

‘Nzogna (s.f.) “sugna”. Deriva dal latino axungia, nato da axis e unguo, poiché lo strutto lo si usava anche per ungere gli assi dei carri. La dizione dialettale esatta sarebbe dunque anzogna.

O

(O) ‘Mbrello (s. m.) come l’italiano, ma con la O iniziale passata nell’articolo.

O’mme (s. m.) plurale uòmmene.  “uomo, persona”. Dal latino homo.   

P

Paliatone (s.m.) “bastonatura pesante”. Accrescitivo di paliata, che deriva dal greco pale “lotta”.

Palummella (s.f.) “falena, farfalla notturna”. Parola che il Napoletano ha preso dallo Spagnolo, lingua nella quale la farfalla è detta paloma.

Panaro (s.m.) “paniere, cesto tondo con manico”. Deriva dal latino panarìum, mentre la forma italiana risale al francese panier.

Parmiento (s. m.) “torchio per le vinacce”. Dal latino palmentum (che i documenti medievali citano in coppia col labellum “vasca ove pigiare l’uva”).

Pastenacchia (s. f.) “carota”. Deriva dal pastinaca, nome di un ortaggio simile alla carota che si coltivò prima di questa.

Pastenaturo (s. m.) “attrezzo in legno per forare il terreno e immetervi semi o piantine”. Deriva dal latino pastinare “zappare, scavare”.

Pennata (s. f.) “tetto”. Deriva dal latino pinnă che aveva tra i suoi significati quelli di “guglia” epala lignea della ruota da mulino”. Si ricordi che i tetti tradizionali di Agerola avevano tegole di legno dette palature.

Peperaccia (s.f.) “il fungo Lactarius piperatus”. Così chiamato per il suo gusto un po’ piccante; dal latino piper “pepe”.

Pere (s.m.) se la prima e è aperta: “piede”, in caso contrario: “pere”. Deriva dal latino pes, pedis con la comunissima trasformazione in r della d dolce. Tra i vari usi, si segnala l’abbinamento al nome di un frutto per indicare il nome del relativo albero (es: pere ‘e fica = fico).

Percià (v. trans.) “forare, passare da parte a parte”. Dal latino pertusiare tramite un’evoluzione simile a quella che portò al francese percer e all’inglese to pierce.

Pertuso (s.m.) “buco”. Derivato con poche variazioni dal latino pertugio, che è anche parola dell’Italiano.

Petraro / petrale (s.m.) “posto pietroso”. Nacque per indicare i luoghi ove era possibile trovare e raccogliere pietre (per costruire). Dal latino petra “pietra”, senza la metatesi che ha invece avuto il termine preta “pietra”.

Pecciuotto e picciotta (s.m. e f.) “ragazzo/a, giovine”. Come i pressoché identici termini siciliani, derivano dal medievale piccolo/a, che viene da una radice pik– col significato di “cosa minuta”. Nel Salernitano, nu picche significa “un pochetto” (di qualcosa).

Piennolo (s.m.) “treccia di pomodorini”. Deriva dal latino pendulum “pendente”, rispetto al quale mostra due variazioni che sono assai frequenti nel passaggio latino – volgare: la dittongazione della e (e > ie) e la riduzione a doppia nn della coppia nd (nd > nn).

Pimmece (s.f.) “cimice”. Come la forma italiana, deriva dal latino cimex con una variazione in p della prima sillaba che non trova chiara spiegazione.

Pisaturo (s.m.) “pestello da mortaio”. Deriva dal verbo tardo-latino pisare, “macinare” (da cui “pesto” e il dialettale pisto).  

Prena (agg.) “incinta”. Deriva dal latino praegnans (da cui anche l’italiano ‘pregna’), tramite una lenizione (indebolimento fonetico) simile a quella che portò da pugno a pùnio.

Prevola (s.f.) “pergola su cui si alleva la vite”, Dal latino medievale pergula, attraverso la metatesi per > pre e la mutazione g > v.

Prunto (agg.)prestante, con buon tono muscolare” e a Napoli, per la pasta, “al dente”. Etimologia incerta.

Puca (s.f.) “virgulto, rametto per innesto, spina”. Potrebbe aver avuto origine dal latino parvus “poco”, che significa anche “smilzo, sottile”.

Puntillo (s.m.) “paletto di sostegno a certi ortaggi”. Dal latino punctillum,” piccolo punto” per la terminazione appuntita di quei paletti.

Pupanio (s.m.) “peperoncino piccante”. Deriva dal latino piper “pepe”. In senso figurato indica anche “schiaffone che stordisce”.

 

Purtuallo (s.m.) “arancia”. Il nome indica anche la sua origine: il Portogallo, con la normale caduta della gutturale.

 

Putaturo o rungillo (s.m.) “falcetto, roncola”. Dal latino putare.

Putèca (s.f.) “bottega, negozio”. Deriva dal greco apotheke e ha perso la a iniziale perché, a un certo punto, la si credette articolo.

Q

Quaglià (v. trans.). “Cagliare,” ma anche “fissare qualcosa in un muro col cemento”. Dal  latino coagulare oer contrazione e passaggio coa > qua.,

R

Rampino (s. m.) “rastrello”. Deriva dal germanico rampe “dente del ferro del cavallo”. Il diminutivo, usato per un rastrello più piccolo e leggero, è al femminile: ‘a rampenella.

Rangella (s. f.) equivale al napoletano lancella e indica la “brocca di terracotta smaltata” per l’acqua. Deriva dal latino lanx, lancis “vassoio, piatto da portata”, con l’aggiunta del suffisso dim. -ella.

Ranogna (s. f.) “rana”, dal latino ranuncŭla diminutivo di rana.

Rariata (s.f.) “scalinata”. Deriva dal latino gradus, per perdita della g iniziale e della n, nonché la comune trasformazione della d in r.

Rascini  (s. m.)  “pantofole”. Etimologia incerta.

 

Rasola (s.f.) “spatola per tagliare le pagnotte di pane”. Forma femminilizzata del latino rasulo.

Reviezzelo (s.m.) “pettirosso”. Etimologicamente va letto come forma corrotta di rubizzolo, dal latino rubellĭo “rossiccio”, in riferimento al colore del piumaggio.

Riola (s.f.) “albero adulto di castagno da frutto”. E’ vocabolo esclusivo dell’area amalfitana, la cui origine ancora sfugge.

Ruccolo (s.m.) “barbagianni”. Origine incerta; forse onomatopeica (ispirata dal verso dell’uccello).

 

Runcillo (s.m.) “roncola”. Deriva dal latino tardo runcilio, che viene dal verbo runcare “tagliare”.

Rusto (s.m.) “rovo”, la pianta spinosa che dà le more. Deriva dal latino rùbeo “rosseggio”.

Ruzzimma (s.f.) “ruggine”. Come l’italiano, deriva dal latino aerūgo -gĭnis, che propriamente indicava la ruggine del rame (verderame), mentre poi si ampliò anche a quella del ferro.

S

Saccone (s.m.) letteralmente è “grosso sacco”, ma lo si usava molto per dire “materasso” (quelli di una volta erano poco più che sacchi pieni di lana grezza a fiocchi o “spoglie” di mais). Dal latino medievale sacconus.

Saettera (s.f.) “lastra di pietra con scolpita una fessura” Secoli fa servivano a creare nelle facciate un varco dal quale lanciare saette (da cui il nome) su un eventuale aggressore. Idem quando comparvero le armi da fuoco. Il termine indica anche lastre forate poste a terra come tombini.

Sarcina (s.f.) “fascio di legna”. Dal latino classico sarcina “fardello”.

Sarmiento (s.m.) “tralcio di vite staccato con la potatura” Deriva dal latino sarpere “tagliare, potare”.

Scalandrone (s.m.) “larga scala in legno per raggiungere un soppalco o un piano superiore”. Risale al greco antico skálanthron “pertica, trave” associato a scala per il materiale usato a costruire quelle antiche rampe.

Scannasurece /scannasulece (s.m.) “pungitopo”. Per le sue foglie acuneate e dure, se ne ponevano fasci lungo le pertiche ove si appendevano salumi o altre cibarie, così che non vi arrivassero i topi (cioè i sureci). La forma italiana dice che “punge” i topi; quella dialettale dice che li scanna “sgozza”.

Sciecco (s.m.) “asino”. Ricalca il siciliano sceccu, di identico significato e probabilmente preso dall’area turco-armena.

Scioccola (s. f.) “chioccia”. Deriva dal latino fóccula con trasformazione del suono fl in sch , come nel caso di flumen che divenne sciummo.

Sciore (s.m.) “fiore” ma anche “farina bianca”. Dall’espressione latina flos farine nella quale flos “fiore” sta per “la parte migliore”.

Spierzo (agg.) “sperduto, errabondo”. Deriva dal latino expertus, participio passato di exspergere “spargere”.

Scugnà (v. trans.) “sgranare” (ad es. il mais dalle sue pannocchie), ma anche “perdere i denti” (da cui scugnato per “sdentato”). Deriva da ex e cunĕus col senso di “togliere qualcosa dal posto in cui è incuneata”.

Sepàla (s. f.) “recinzione rustica in legno”. Dal latino saepes (da cui “siepe”), forse passando per un diminutivo saepula.

Sguinzo (agg.) “obliquo, sghembo”. Simile all’italiano sguincio, deriva probabilmente dal francese antico guenchir “andare di traverso, per sghembo”.

Spurtiglione (s.m.) “pipistrello”. Deriva dall’antico nome latino di questi mammiferi volanti: verpetilĭo, così detti perché apparivano la sera (vespero).

Surfaniello (s.m.) corruzione dell’italiano zolfanello, ossia fiammifero a base di zolfo (o solfo).

Surunto (agg.) “molto sporco, specialmente di grasso”. Il termine deriva probabilmente dal latino uncto, participio passato di unguere “ungere”, con l’aggiunta del prefisso rafforzativo sur– (da super).

T

Tavulato (s.m.) “solaio in assi di legno” ma anche “sottotetto” (che tradizionalmente aveva pavimento in legno). Ricalca esattamente il latino tabulatum, da tabula “tavola”.

Tavuto  / tauto (s.m.) “cassa da morto”. Come il simile termine siciliano tabbuto, deriva dall’arabo tabut “cassa”.

Teraturo (s.m.) “cassetto” Deriva dal verbo tirare e ci ricorda che nell’italiano dell’Ottocento si diceva “cassetto a tiretto”.

Tèsta (s.f.) “vaso di terracotta per fiori e piante varie”. E’ uno dei casi in cui il napoletano ha conservato perfettamente il latino. Infatti nel latino antico testa significava “vaso”.

Tettaiuolo (s.m.) “carpentiere specializzato nel far tetti”. E’ il sostituto moderno di pennataro, per il quale si rimanda alla voce pennata.

Tìcolo / tìgolo (s.m.) “mattone per riscaldare il letto o i piedi”. Il vocabolo è imparentato con tegola, che viene dal latino tēgŭla, derivato del verbo tegĕre “coprire”.

Trica’ (v. intrans.) “tardare, indugiare, perdere tempo”. Deriva dal latino tricae che significa “fastidi, imbrogli, difficoltà”. Dunque il verbo tricàre (oggi tricà) significò all’inizio “fare ostacoli, far difficoltà e, quindi, metterci tempo a svolgere quanto richiesto”.

Truocchio (s.m.) “treccia di paglia”. Deriva probabilmente dal latino trichia (“treccia”).

Tuzzulachiuoppe (s.m.) “Picchio”. Parola composta di tuzzula “bussa, batte”, dallo spagnolo tozar e chiuppe “pioppo”; dal latino populus, passato nel volgare come  chiuppus.

U

Uòsemo (sost. m.), “senso dell’olfatto”, ma anche “fiuto, sentore” in senso figurato (cfr. it. “aver naso per …”). Dal latino osmare, che viene dal grco osmao (£fiutare”).

Urmo (s.m.), “olmo”. Deriva dal latino  ulmus per corruzione della l in r.

V

 

Valanzone  (s. m.) “bilancia”. Accrescitivo di Valanza, derivato, attraverso lo spagnolo balanza, dal latino bÍlanx, formato da bis “due volte” e lanx “piatto”. Si tratta, infatti, di uno strumento formato da due lance o piatti, appesi a due bracci.

Vallarine (s.m.) “tacchino”. E’ forma contratta e corrotta di “vallo “gallo” d’India, con allusione al luogo d’importazione della specie. Cfr. graurinia.

Varda (s.f.) “sella per mulo”. Dall’arabo barda’a da cui anche l’italiano barda “sella”.

Vaveta (s.f.) “madia per impastare il pane”. E’ variante del dialettale maveta. Deriva dal latino màgida, che a sua volta deriva dal greco  magis, magidos “pane, madia”.

Vrasera (s.f.) “braciere”. Viene dal latino tardo brasas (preso dal germanico) con la comune mutazione b > v.

Vrassecale (s.m.) “semenzaio”. Deriva da brassicale (di cui ha perso la b iniziale). Poiché in antico i semenzai si facevano soprattutto per le brassicacee (cavoli e broccoli).

Vucculare (s. m.) “guanciale (in macelleria)”. Deriva dal latino  bucca “guancia” o bucculae “mascelle”.

Vurpino (s.m.) “scudiscio, nerbo di bue”. Dal latino verpile, derivato dal sostantivo verpa “membro virile”, che è proprio l’organo col quale si fanno i nerbi.

Vrullera (unque s.f.) “padella bucata per arrostire le castagne”. Dato che la v iniziale è mutazione di un’originaria b, sarebbe come brullera, che ricorda il verbo francese bruler “arrostire, scottare” e deriva dal latino perurere di analogo significato. E’ stata raccolta anche la variante ‘rollera, con elisione della v iniziale.

Z

Zimmero (s.m.) “caprone”. Deriva dalla corruzione (b > m) di un termine longobardo zîber “capra”.

Zimmero

Zimmero

 

Zumbà, zumpà (v. intr.) “saltare”. L’etimologia del termine è di natura onomatopeica.

Zuzzimma / suzzimma  (s. f.) “sudiciume, sporcizia”. Deriva da sozzo con rafforzamento dell’iniziale (s >  z) e col suffisso –imma  laddove l’italiano mette invece –ura (> sozzura).

NOTA BENE:

Se in queste pagine risultano pochi vocaboli inizianti per D, dipende dal fatto che spesso, nel Napoletano e ancor di più nella parlata agerolese, la d viene mutata in r (es: dito > rito, detto > ditto >  ritto,  due > doie > roie).

La scarsità di parole inizianti per E, O, U e Q dipende, invece, da una effettiva carenza di casi, anche nell’Italiano. Comunque, per queste come per le altre iniziali, le quantità di voci raccolte dipendono anche dal caso, visto che la fase di raccolta non è stata molto estesa.

Come detto  durante la celebrazione della Giornata Nazionale del Dialetto 2017  (vedi pagina Facebook della Pro Loco), abbiamo avviato la costruzione di un Vocabolario di Agerolese e ANCHE TU PUOI SEGNALARE PAROLE DA INSERIRVI.

Per farlo, scrivi una email all’indirizzo agerolando@gmail.com

 

Ogni segnalazione deve contenere:

1 la parola dialettale (sostantivo, verbo, aggettivo o avverbio che sia) scritta così come la si pronuncia.

2 significato del vocabolo in Italiano

3 nome, cognome, età e frazione di residenza dentro Agerola.

Volendo puoi aggiungere il tuo recapito telefonico. Ci servirà per contattarti nel caso che avessimo bisogno di sentire come pronunci il vocabolo o per

altri chiarimenti.

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3 risposte a       TERMINI DIALETTALI IN USO AD AGEROLA

  1. Ottavio Amatruda ha detto:

    Caro prof Cinque Peperaccia non è il lactarius piperatus ma il clitocybe candida.. altrimenti gli Agerolesi sarebbero unici a mangiare un fungo amaro e quasi tossico. Un caro saluto Ottavio Amatruda

  2. Ottavio ha detto:

    suggerisco un termine desueto sentito dai vecchi il secolo scorso: Verocca con la e di Enna per forchetta.

    Grazie Ottavio, lo aggiungeremo al crescente vocabolario. Ma per altri suggerimenti del genere, lo dico anche a tuttti gli altri lettori, ti prego usare una email a agerolando@gmail.com
    Ciao

  3. Eduardo Lauritano ha detto:

    Complimenti a tutti, ottimo lavoro!
    È prevista anche una raccolta di detti, proverbi, motti tipici di Agerola?

    Risponde Aldo: Grazie dei complimenti. Circa la raccolta che dici, la potremo affiancare a quella del lessico (vocaboli), ma ho paura che a fare due cose insieme, viste le scarse risorse umane disponibili per sistemare ciò che arriva, trovare gli etimi ecc, si rischia di far male entrambe.
    A meno che non ti proponga tu come curatore della raccolta proverbi, filastrocche e modi di dire, cosa che mi farebbe enorme piacere, rimanderei detta seconda attività a fine raccolta vocaboli (autunno di quest’anno). Ciao

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