Case palazziate, magnifici e nobili viventi dell’Agerola settecentesca. Prima parte.

Scorrendo le pagine del Regio Catasto Onciario di Agerola, finito di compilare nel 1752 [1] si scopre che quasi tutti i nuclei familiari allora presenti ad Agerola erano proprietari della casa in cui abitavano.  Per l’esattezza, su un totale di 425 dichiaranti, quelli con casa di proprietà erano ben 403.  Che si trattasse in massima parte di costruzioni distribuite sul territorio in modo più o meno sparso, lo prova l’elevata frequenza – nelle rivele che compongono il Catasto –  di frasi del tipo   “Abita in casa propria con poco d’orto attaccato per proprio uso …” oppure, “Abita in casa propria con pezzo di terreno collegato per proprio uso …”.

                         CASE AGE 000

A sinistra: case rurali sparse al passaggio tra fascia a coltivi e  fascia dei boschi.A destra: un esempio di casa rurale minima (foto di A. Cinque, 1988)

A possedere un orto ad uso proprio vicino casa (cui potevano aggiungersi altri fondi agricoli e boschivi) non erano solo i contadini, ma anche parecchi  degli artigiani; cosa per la quale cito gli esempi del sartore (ossia sarto)  Pietro di Ruocco fu  Ignazio, con sua casa con orto al luogo Lo Piano, Bomerano, e del mastro falegname Antonio Amodio, con sua casa con orto al luogo La Fontana, S. Lazzaro. Ma dovrei citare soprattutto i tantissimi filatori di seta che svolgevano la loro attività all’interno di  famiglie che erano allo stesso tempo contadine e le cui case dovevano spesso includere un vano che – almeno stagionalmente – veniva destinato  all’allevamento dei bachi su appositi graticci lignei.

Circa le dimensioni e le tipologie delle abitazioni, il catasto onciario non fornisce alcuna informazione, sia perché la casa di proprietà nella quale si viveva non era considerata bene tassabile, sia perché – per tassare le poche seconde case presenti all’epoca –  era sufficiente indicarne la rendita annua e il valore economico. Ad ogni modo, considerato il contesto socio-economico locale e viste le residue  testimonianze materiali  [2], doveva trattarsi di case per lo più a carattere rustico e con volumetria ridotta all’essenziale. Ma se le case contadine monofamiliarI avevano volumi per lo più compresi tra 150 e 400 metri cubi circa  (sottotetto-fienile compreso), non mancavano qui e là dei casamenti più cospicui destinati a ospitare più nuclei familiari con antenato comune, cresciuti per successive aggiunte di vani o membri al succedersi delle generazioni e all’ingrossarsi della discendenza.

Un esempio di casamento accresciutosi progressivamente nel corso di varie generazioni (antiche case dei Cuomo a Bomerano).

Ma la terminologia adottata nei Catasti Onciari  chiama “casa” qualsiasi abitazione, senza mai aggiungere aggettivi o specificazioni atti a distinguere diverse tipologie. L’unica eccezione è quella delle cosiddette “case palazziate”;  una espressione oggi desueta che nel nostro ducato (quello di Amalfi) è attestata già in pergamene del periodo medievale e che, nel Sette-Ottocento,  è diffusa in tutto il meridione d’Italia.

Prima di interrogarci su cosa fossero e significassero le case palazziate, vediamo i casi concreti che erano allora  presenti ad Agerola, ciascuno preceduto da una sintesi dei dati essenziali circa il proprietario e la sua famiglia:

1 -M.co D. Diodato Avitabile, di anni 56, abita con sua moglie  D. Teresa La Noce “in casa propria palazziata con poco di giardino per proprio uso nel luogo detto  San Lorenzo” (Bomerano).

2 -M.co Domenico Lauritano di anni 60. “Vive del suo” insieme a due fratelli, una cognata vedova e sei nipoti   In una “casa palazziata con cortile e giardino attaccato per proprio  uso nel luogo Casa Lauritano” (S. Lazzaro).

3 -M.co D. Gio Battista Positano, di anni 38. “Vive del suo” insieme alla moglie D. Elisabetta d’Acampora, quattro figli, due fratelli e la madre vedova “in casa propria palazziata con poco di giardino attaccato per proprio uso nel luogo Casa Positano” (Campora).

4 -M.co D. Giovanni di Fusco, di anni 50. “ vive nobilmente” insieme alla moglie D. Francesca Anastasio  e sei figli “in casa propria palazziata con pezzo di giardino attaccato per proprio uso nel luogo Galli“ (Pianillo).

5 -M.co D. Giuseppe Brancati di anni 38. “Vive nobile” insieme alla moglie  D. Rosa Rango, quattro figli, un fratello e tre sevi “in casa palazziata con giardino collegato per proprio uso nel luogo Pironti” (S. Maria).

6 -M.co D. Michelangelo d’Acmpora, di anni 50.   Vive con moglie D. Francesca d’Acampora, dodici figli , una sorella nubile e un servo in “casa propria palazziata con giradino di delizie  collegato   e fonte d’acqua sorgente per proprio uso nel luogo S. Giovanni (Campora).

7 -M.co D. Vincenzo Avitabile, Capo Ruota nella Procura di Mater, di  anni 42,  vive con la madre vedova,  4 fratelli e 4 sorelle e 6 tra servi e camerieri “in propria caas palazzata con giarindo di delizie attaccato per proprio comodo  nel luogo Le Case Nove (Bomerano).

8 -M.co D. Vincenzo Villani, di anni 71. “Vive del suo nobilmente” insieme alla moglie D. Maria Sparano e cinque figli “in propria casa palazziata con giardino accsoto per proprio uso nel luogo La pubblica paizza di Bomernao.

Agli otto casi appena elencati aggiungerei un’altra residenza importante che il Catasto non definisce “palazziata”, ma che pure doveva essere vasta e signorile: quella del M.co D. Alessio Avitabile (che altre fonti mi rivelano come dottore in legge), la cui rivela catastale dice che “vive nobilmente” in  “casa propria con giardino di delizie colligato per proprio uso e comodo … nel luogo de L’Avvocata” (Bomerano). Essa doveva essere ben vasta, dato che ospitava una famiglia di ben 25 membri, tra don Alessio, la moglie (nobildonna Maddalena del Balzo), sei loro figli, altri congiunti e due “servi di casa”.

Un caso simile  doveva essere quella del magnifico Domenico de Martini , di anni 70, che viveva “del suo” insieme a fratelli, sorelle e nipoti (in totale 12 persone, tutte indicate col Don/Donna) in una “casa propria con pezzo di giardino attaccato per proprio uso nel luogo detto Sotto S. Pietro di Pianillo”. Per quanto mostra ancor’oggi e, ancor di più, per come appariva fino a pochi decenni fa (prima di essere offesa da improvvide aggiunte e modifiche), la casa in questione (nota come Casa de Martino) doveva essere tra quelle più notevoli del paese.

 

Cosa intendere per Casa palazziata?

Alla locuzione “casa palazziata”, abbastanza ricorrente in documenti dei secoli scorsi di ambito meridionale, non è facile far corrispondere una tipologia architettonica ben definita e valida ovunque.  , Il suo ricollegarsi al vocabolo ‘palazzo’, farebbe pensare a grossi edifici multipiano, ma i sopravvissuti esempi concreti sparsi per il sud Italia dimostrano che al termine “casa palazziata” corrispondevano edifici di dimensioni e struttura abbastanza diversi da zona a zona.  I casi di maggiore entità,  spesso con  corte centrale e con piano terra destinato a scuderie e magazzini per derrate da smerciare, erano quelle delle famiglie che dominavano territori ancora feudali o comunque a struttura latifondistica.

Meno imponenti erano le case palazziate che sorsero in quelle zone che, uscendo da una diversa storia politica e fondiaria (vedi il caso del nostro Ducato d’Amalfi), vedevano un po’ meglio distribuite la proprietà terriera e, dunque, la ricchezza. E’ una variabilità che non deve meravigliare, perché chiamare “casa palazziata”una residenza  non era cosa basata sulle sole dimensioni, ma anche e, direi, soprattutto sul suo valore funzionale e simbolico. Voglio dire che doveva trattarsi di residenze concepite e attrezzate  in modo tale da permettere una vita quotidiana signorile, molto più comoda,  serana e varia di quella che toccava vivere agli esponenti dei ceti inferiori dell luogo. L’edificio includeva una zona di servizio (con stanza o stanze per la servitù stabile, cucina, forno, lavatoi ecc.) fisicamente distinta da quella  padronale, composto di stanze numerose, ampie e luminose. Per l’istruzione dei figlioli e per il diletto culturale dell’intera famiglia, vi era almeno uno studio con librerie, se non una vera e propria biblioteca, mentre – per poter rompere la monotonia della vita provinciale con ricevimenti di mondanità – vi era una sala salone delle feste, nonché una o più stanze per alloggiare ospiti e spazi per le loro cavalcature o carrozze  [3]. Questo ed altro (logge panoramiche, cortile, giardino fiorito o “di delizie” [4]) era funzionale a un elevato tenore di vita della famiglia. Ma la loro dimora doveva anche essere reso palese, risultare desumibile già dall’aspetto esteriore della casa . Da qui l’attenzione posta all’estetica della facciata, la quale veniva arricchita perlomeno con un bel portale.

Farsi una casa palazziata che raggiungesse detti obiettivi funzionali e simbolici era, ovviament,e faccenda relativa; nel senso che non vi erano deigli universali  livelli minimi da superarein quanto a volumetria ed eleganza dell’edificio. Dei limiti, semmai, li poneva il grado di ricchezza della famiglia, ma spesso ci si teneva anche sotto di essi, poiché bastava superare sensibilmente gli standard costruttivi delle classi dalle quali ci si voleva distinguere, senza esagerare in ostentazione [5].

Per il caso specifico di Agerola, visti i modesti spazi abitativi di cui disponevano nel Settecento le famiglie del ceto popolare (specie se considerate al netto di stalla e altri annessi lavorativi), una casa palazziata poteva essere di sèicco anche avendo solo 6 – 8 stanze (più vano scale e soffitta); numero di stanze che saliva fino a una ventina per le famiglie notabili più numerose. Ad ogni modo devo dire che la mia ricerca sul campo, mirante a riconoscere e studiare le case palazziate che segnala il catasto del 1752 (almeno quelle non stravolte da successive ristrutturazioni), è ancora in una fase iniziale. Spero di poter dire di più tra qualche mese.

Per ora mi  limito a segnalare al lettore due esempi da visitare. Il primo corrisponde alla casa palazziata n. 2 del mio elenco, ovvero quella che il catasto assegna al magnifico Domenico Lauritano e che si trova nel casale di S. Lazzaro, di fronte alle Scuole Elementari. Qualche notizia su di essa e sulla famiglia si trovano nel mio recente articolo I Lauritano, antichissima e notabile famiglia agerolese… (https://agerola.wordpress.com/2017/02/01/i-lauritano-antichissima-e-notabile-famiglia-agerolese/).

Due vedute parziali del complesso di Casa Lauritano a S. Lazzaro. Edificato nel Seicento, corrisponde alla casa palazziata che a metà Settecento era del magnifico Domenico Lauritano.  ,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’altro esempio che segnalo non figura nell’elenco di cui sopra, in quanto sorto alcuni decenni dopo e ingrandito nell’Ottocento. Si tratta del Palazzo Acampora di Bomerano, che tra l’altro ospita anche un delizioso ristorante e la cui corte interna ospita spesso spettacoli del festival estivo agerolese.

Chiudo rimandandovi alla seconda parte di questo articolo, nella quale tratterò dei proprietari delle otto case palazziate citate nel Catasto Onciario e degli appellativi che li connotavano (Magnifico, Don, Vive del suo, Vive nobilmente).

(continua…)

 Una veduta della grande casa palazziata degli Acampora a Bomerano.

 

 

 

NOTE

1 – AbbFinalizzato a ripartire il peso fiscale in modo finalmente proporzionale alle rendite che ciascun cittadino ricavava (da lavori manuali, beni immobili, prestiti e titoli), questo catasto fu voluto da   re Carlo di Borbone nel 1742. Esso fu detto Onciario poiché usò l’oncia (1 omcia = 6 ducati) come unità di conto in cui esprimere i valori tassabili. Fu detto anche catasto “dell’oncia di carlini tre” perché – per quasi tutti i casi – si calcolava 1 oncia di capitale o patrimonio per ogni 3 carlini  (ossia 0,3 ducati) di rendita, assumendo un tasso di interesse del 5% che solo per l’allevamento di bestiame  saliva al 10%.

2 -Più che quelle attualmente presenti, troppo spesso alterate da superfetazioni e ristrutturazioni recenti, è bene guardare agli esempi di edilizia tradizionale colti in vecchie cartoline e foto, oppure analizzati in vecchi  saggi, primo tra tutti quello del geografo D. Ruocco già riportato in questo blog con l’articolo La casa rurale agerolese come la vide e descrisse il geografo Domenico Ruocco.

3 –Circa le carrozze devo far notare che ad Agerola non ne potevano giungere (né ne circolavano), poiché sia la strada da Castellammare che quelle interne erano solo delle mulattiere gradonate, che  tali resteranno fino al tardo Ottocento. Pertanto, le residenze di cui stiamo trattando non avevano rimesse, ma solo scuderie e i portali o cancelli di ingresso erano meno larghi che nei centri dotati di rotabili.

4  -Per “giardino di delizie” si intendeva un frutteto recintato e ben curato, annesso alle case signorili. La stessa espressione la si trova usata nella letteratura religiosa come sinonimo di Eden, ossia Paradiso Terrestre. Anche in questo caso, l’area dell’ex Ducato di Amalfi presenta un precedente di epoca medievale, epoca in cui i ricchi frutteti murati della zona venivano detti paradisi.

5 -Al proposito mi pare di notare, ad Agerola come in altri centri minori più o meno isolati, un’ antica tendenza a realizzare case abbastanza sotto tono, rispetto all’agiatezza delle famiglie, con l’intento di ridurre l’esposizione a furti, rapimenti e altri reati, specie in periodi di sommosse sociali e brigantaggio.

 

 

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in architettura, Storia locale e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...