Case palazziate, magnifici e nobili viventi dell’Agerola settecentesca. Seconda parte.

Nella prima parte di questo mio articolo ho delineato alcuni caratteri dell’edilizia residenziale agerolese a metà del Settecento, così come essa traspare dal Catasto voluto da re Carlo di Borbone (Catasto carolino o onciario). Si è visto che il 95% degli Agerolesi possedeva la casa in cui abitava e che le abitazioni erano in massima parte di tipo contadino o a funzione mista, non mancando quasi mai un orto o terreno da zappa colligato  ad uso della famiglia. Ciò determinava quello stile di insediamento “a case sparse” . Credo che il paesaggio costruito di metà Settecento già includesse dei casamenti (complessi di case attaccate “in linea” o raggrumate intorno a un cortile comune) abitati da gruppi di famiglie strettamente imparentate tra loro e sorti per aggiunte successive di vani e corpi al susseguirsi delle generazioni. Probabilmente erano dei casamenti di quel tipo a costituire i corpi di edilizia civile di massima volumetria. Ma se consideriamo le sole residenze mono-familiari, le più ampie ed  eleganti erano quelle che il Catasto segnala come “case palazziate” (o case palazzata). Nella prima parte dell’articolo, ho pure  presentato la mia ipotesi su cosa poteva corrispondere a quel termine nei piccoli centri e ad Agerola in particolare.

In questa seconda parte, invece, dedico attenzione  ai proprietari di dette case palazziate, cercando di delinearne i profili sulla base di ciò che di loro ci dice il Catasto Onciario.

Vediamo innanzitutto che a tutti e gli otto proprietari di case palazziate il Catasto assegna il doppio £trattamento” di Magnifico e di Don (abbr. M.co D.) .Inoltre, per due di loro (Domenico Lauritano e Gio Battista Positano), nello spazio usualmente dedicato a indicare l’attività svolta [6],  viene aggiunta la specifica “Vive del suo”. Specifica che nel caso del M.co D. Vincenzo Villani diventa “Vive del suo nobilmente” e, nei casi di Giovanni di Fusco e Giuseppe Brancati, “vive nobilmente” [7].

E’ tutta una terminologia storicamente superata e desueta, su cui vale la pena di dare qualche spiegazione, prima di procedere oltre.

L’attributo di Magnifico, che  viene da magnus (‘grande’) e facĕre (‘fare’), sta per “che ha e dimostra grandezza e nobiltà d’animo, generosità e liberalità” (dal vocabolario Treccani). Nel corso dei secoli, esso è stato usato per principi, grandi personaggi, alti magistrati, ricchi e influenti mercanti, ecc.(vedi, ad esempio, il Magnifico per antonomasia, ossia Lorenzo de’ Medici). Tra XVI e XVIII secolo, nel meridione d’Italia, l’uso del Magnifico fu  esteso a una fascia sociale più ampia, diventando appellativo di distinzione per persone che si distinguevano dal ceto inferiore, ovvero per gli appartenenti al ceto dei civili (2° ceto) o onorati del popolo.

Riguardo al trattamento con il l “Don”, ricordo innanzitutto che esso è forma contratta di “domino” ed è di derivazione signorile e feudale, provenendo dal latino dominus che sta per ‘signore, padrone’. Tra il Duecento e il Cinquecento fu riservato esclusivamente a membri  dei patriziati cittadini e a nobili titolati (principi, duchi, marchesi, ecc.). Successivamente – subendo sorte analoga al Magnifico – registrò un ampliarsi della casistica di applicazione [8], la quale fu estesa anche ai membri delle modeste e non titolate aristocrazie locali (1° ceto).

A  proposito del sostantivo “aristocrazia”  (termine di origine greca traducibile come ‘la prevalenza, il governo dei più meritevoli’), attingendo al vocabolario Treccani ricordo che significa anche “L’insieme delle famiglie nobili di un luogo”.

Trattandosi di una distinzione relativa, operata all’interno di ciascuna comunità locale, vi era una bella differenza tra l’essere, ad esempio, un Magnifico Don  di Napoli e un Magnifico Don di Agerola (così come tra un palazzo dell’alta nobiltà titolata nella Capitale e una casa palazziata ad Agerola). Ma significava pur sempre rientrare in una élite  ristretta. Ad Agerola, per esempio, l’Onciario registra solo una trentina di individui meritanti il Magnifico (che era titolo personale) e solo venti famiglie i cui membri meritavano il Don.

Nell’ambito delle famiglie agerolesi che, nell’ Onciario, si fregiano del Don (Donna per la componente femminile) e vivono in case palazziate, solo don Giuseppe Brancati aveva un nobile titolato tra i suoi antenati (il barone di Orsomarso e Abbatemarco Andrea Brancati senior. suo prozio [9] ), ma erano dei suoi cugini a trasmettersi feudo e titolo, per cui lui non poteva dirsi barone, ma solo  “dei Baroni Brancati” [10].

 Circa la specificazione  “vive nobilmente”, esprimo il mio disaccordo con chi ne riduce il senso a ‘vivere senza applicarsi ad arti vili’, cioè a quei lavori manuali che garantivano sostentamento a quelli del ceto popolare. A  parte il fatto che sminuirebbe assai il concetto di nobiltà,tale interpretazione riduttiva  non convince,perché il fatto che le persone cui si applica non fanno lavori manuali è goà reso evidente dalla mancata indicazione di un qualsivoglia mestiere (tra nome ed età, in testa alla rivela)  e, più avanti, dalla mancanza della riga relativa alla valutazione economica del mestiere (Industria), qualore svolto. Ad esempio, si confrontino i seguenti due casi: (A) Benedetto Coccia lavoratore di seta, anni 39 … Industria di Benedetto: oncie 12; (B) M.co D. Giovanni di Fusco, vivendo nobilmente, anni 50 (non seguito da nessuna valutazione per Industria).

D’altra parte, per distinguere quelli che vivevano di rendita, vi era la specifica “vive del suo” (cioè del suo patrimonio  delle rendite che gli assicura) e dovrebbe far riflettere anche il caso in cui la specifica diventa  “vive del suo nobilmente” (caso del M.co D. Vincenzo Villani).

In definitiva, credo che  il “vive nobilmente” significasse ben più che ‘non esercitare lavori manuali; non averne bisogno per vivere’. Credo che fosse una specifica aggiuntiva che voleva segnalare una piena coerenza tra la nobiltà generica rimarcata dal Don e l’effettivo modi di vivere e comportarsi; un vivere more nobilium che probabilmente univa all’agiatezza economica una distinzione culturale ed etica, ma anche una avvertita partecipazione alla vita politica, almeno locale.

Un motivo per farsi segnare in catasto con quella specifica poteva esse  quelle di creare un  presuppostio  documentale utile a che i discendenti potessero un domani chiedere il riconoscimento della nobiltà legale,  sia pure senza predicato feudale, in base alla cosiddetta prova della “centenaria prescrizione”, cioè potendo provare una nobiltà vivente per cento anni ovvero tre generazioni (vedi Atti del 10°  Congresso internazionale  di Genealogical and Heraldic Sciences. Vienna, 1970, Volume 2, P. 715).

Come spiega Alessandro di Sanza d’Alena nella nota a pagina 5 del suo saggio    Il Catasto Onciario di Ascoli Satriano del 1753,   “La nobiltà legale o civile comprende coloro che dimostrino che sia loro, come il loro padre ed avo, hanno vissuto civilmente, con decoro e comodità, in città demaniale o regia, con esclusione delle baronali, senza esercitare impieghi bassi e popolari e siano stati sempre stati ritenuti dal Pubblico come persone onorate e dabbene.” A ciò mi pare che sia da aggiungere solo che Agerola rispettava il requisito di non essere città baronale, essendo invece “città regia” sin dal 1583,  quando l’intero ducato d’Amalfi smise di essere feudo dei Piccolomini d’Aragona (vedi M. Camera, Memorie storico – diplomatiche … Vol. II, p. 156 e seguenti).

Per chiudere resterebbe da dire qualcosa di specifico per ciascuna degli otto Magnifici proprietari di case palazziate ad Agerola nel 1752. Uso il condizionale perché al momento non posso essere esauriente su tale aspetto, che richiederebbe lunghe ricerche archivistiche. Tuttavia ci provo, basandomi su ciò che traspare dalle loro rivele nel catasto onciario

 

1 -M.co D. Diodato Avitabile,. L’insieme delle  sue proprietà in Agerola (poteva anche averne altre fuori) vale la bella  cifra di 300 oncie (1800 ducati.[11]).  Potrebbe trattarsi del noto argentiere Diodato Avitabile che esercitò quell’arte  e ne fu anche Console nel 1735, ’41, ’44 e ’51. Forse si era appena ritirato ad Agerola (per motivi di salute e lascado figli argentieri a Napoli?) dove, nel 1752, vive con la sola moglie nella sua casa palazziata in località San Lorenzo.

2 -M.co Domenico Lauritano. A quanto già detto su di lui nella Prima Parte aggiungo che egli contribuiva al funzionamento della cappalla di famiglia (dedicata a S. Cristoforo) e che il suo imponibile lordo era di oltre 700 oncie (4200 ducati). A formarlo erano principalmente le numerose proprietà immobiliari, consistenti per lo più in selve e castagneti, ma anche una seconda “casa con cortile e giardino” al luogo  Casa Lauritano e una casetta a L’Inserata. Inoltre ricavava rendite da prestiti e da investimenti in affari altrui (in particolare di don Giuseppe Brancati) che assommavano complessivamente a quasi  700 ducati. Inoltre possedeve un gregge di duecento pecore dato a pigione. Da tutto ciò e dal fatto che in testa alla sua rivela troviamo la dictura  “vive del suo”,  si comprende che egli era un redditario, ma il Catasto ci dice pure che don Domenico  teneva “impiegati in negozi” la cifra di 200 ducati, il che fa ritenere che svolgesse anche attività da mercante.

3 -M.co D. Gio Battista Positano. Su di lui posso aggiungere solo che il suo imponibile lordo era di 235 oncie (1410 ducati), dato da vari “pezzi di terra” selve, boschi e vigne, nonché da 450 ducati investiti tramite don Michelangelo d’Acampora.  Utile a capire come la ruralità entrasse anche nella vita dei Magnifici, il fatto che dichiara anche una vacca per proprio uso.  Che non esercitasse alcun lavoro manuale, lo si evince dal fatto che la sua rivela non indica occupazione alcuna, né lo tassa per qualche industria). D’altra parte, la dicitura  “vivendo  del suo” è quella tipica dei redditari.

4 -M.co D. Giovanni di Fusco. Appartiene a quel ramo della casata dei Fusco (con patrizi a Salerno e nobili a Ravello) che subentrò ai Gallo nel possesso di buona parte della zona detta Li Galli. Il suo imponibile lordo è di oncie 269 (1614 ducati) e deriva quasi escusivamente da castagneti e selve castagni  (alcune delle quali prese a censo dalle parrocchie di  S. Pietro e S. Maria della Manna, nochè dalla Cappella di Loreto. Rendite minori gli venivano poi da piccoli prestiti ad interesse. Nella sua rivela mancano, come era norma per chi non esercitava lavori manuali, specifiche utili a scoprire l’eventuale titolo di studio, professione o carica pubblica giustificativa del Magnifico. Ai discendenti odierni il compito di scoprire di più su questo Giovanni; di cui sappiamo – intanto – che viveva nobilmente.

 5 -M.co D. Giuseppe Brancati . Per lui rimando a quanto ho scritto più sopra, aggiungo che il suo imponibile lordo era di 677 oncie (4042 ducati), dato principalmente da  proprietà agricole e silvicole, ma anche da interessi su prestiti. Ma interessi ne aveva anche da pagare, per un prestito di 600 ducati fattole da donna Caterina Caporale. Questa attitudine a “muover soldi per far soldi” mi piace legarla all’esempio che diede l’avo Andrea, che decenni prima era stato il pià ricco mercante-banchiere di Napoli. da

 6 -M.co D. Michelangelo d’Acmpora. Presentava nel 1752 un imponibile di 230 oncie (1380 ducati), dato da vari possedimenti (soprattutto selve). Subito a monte della sua casa palazziata, confinante con la chiesa di S. Michele Arcangelo fondata dagli Acampora,  possedeva anche una “casetta per proprio uso e pezzo d’orto attaccato”  e “la terza parte di un giardino accosto

a casa sua”. Non escludo, viste anche le figure che la sua casata aveva espresso in precedenza, che fosse Magnifico e Don per qualche carica pubblica ricoperta, oltre che per la sua agiatezza economica.

7 -M.co D. Vincenzo Avitabile. Come ho già segnalato su questo blog, era un giudice che nel 1752 era in servizio a Matera. Nella sua casa palazziata si avvaleva di ben 6 tra camerieri e servi. Il suo imponibile lordo era di oncie  585 (3570 ducati) e derivava sia da molti possedimenti in Agerola (soprattutto boschivi), sia da somme prestitate ad interesse (22 prestiti per un totale di circa 800 ducati ).

8 -M.co D. Vincenzo Villani di anni 71, vantava un imponibile lordo di 402 oncie (2412 ducati) dato principalmente da proprietà immobiliari (case, terre, selce e castagneti) e, per circa 500 ducati,  da vari prestiti ad interesse; ma vi contribuiva anche un gregge di cento pecore, ovviamente  date a pigione. La specifica che  “Vive del suo nobilmente” lo qualifica come un redditario appartenente all’élite del paese. La sua casa casa palazziata (difficile da individuare oggi) sorgeva nel luogo detto Pubblica piazza di Bomerano (oggi P.za Capasso) e, adianebte ad essa, don Vincenzo possedeva anche  un frutteto. Sempre alla piazza, egli possedeva anche una casa diruta, un “giardino e cortile”, due porzioni di terreno incloto  e degli “stabili” affittati a Carlo di Ruocco per 20 ducati l’anno.

 

NOTE

 

6 –Ma l’attività veniva indicata solo se corrispondente a un lavoro manuale, dato che solo le attività di quel tipo si intendeva tassare; non le arti liberali.

7 –Questi appellativi non erano esclusivi dei possessori di case palazziate. In aggiunta a questi ultimi, infatti, il Catasto segnala altri 13 capifamiglia cui si dava del Magnifico. Per alcuni di loro quel titolo si somma al Don e al “vive del suo” (Domenico di  Martini, il  tenente Matteo Avitabile, Martino d’Acampora, regio giudice a contratto e Alessio Avitabile, che altre fonti mi indicano come dottore in legge ), per altri si somma solo al Don  (Giobatta Eboli  e Lorenzo Cuomo) e per Bernardino Naclerio si somma solo al vive del suo.  Tra quelli che recano solo l’appellativo di Magnifico, troviamo il notaio Pietro Lauritano   insieme allo studente Matteo Imperati (ventottenne che “attende allo studio” e che vive col fratello minore M.co Giulio “giudice a contratto”) e a sei benestanti artigiani:  il ferraro Saverio D’Acampora, il fornaro Baldassarre Gentile e i lavoranti di seta Aniello Avitabile, Vincenzo Cuomo, Giosefatto di Fusco e Pietro Villani .

8 – Una scia recente di questo progressivo ampliarsi di senso e di uso può riconoscersi in certe regioni del Sud Italia dove il Don è stato usato (e a tratti ancora lo si usa) per indicare persone di alta estrazione sociale (es. avvocati, notai, sindaci, medici, ecc.), oppure in Sicilia, dove lo si è usato e si usa per persone degne di rispetto (tra cui gli anziani riveriti per la loro esperienza e  saggezza, ma anche – in certi ambienti – i capimafia riveriti più che altro per paura).

9 –A. Cinque (2012) –I “parenti” agerolesi del cardinale Lorenzo Brancati. Con un’ appendice dedicata ad Andrea Brancati senior, barone d’Orsomarso e Abbatemarco, mercante di ragione ricchissimo. Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, n. 43/44. pp. 127 – 184.

10 – Anche le casate dei de Avitabulo/Avitabile, Como/Cuomo, Fusco, de Martino, Naclerio e Villani  avevano espresso dei nobili titolati, ma essi erano usciti da rami diversi eslegati (se non in una vaga memoria) da quelli presenti ad Agerola all’epoca del catasto onciario, ai quali li legava forse un antenato comune

11 –Per  apprezzare il valore di questa somma, e delle altre che seguono, può essere utile sapere che costava 1 ducato o poco più l’affitto annuale di una piccola casa (ad es: quella  usata dal bracciante  Gregorio di Ruocco e quella che Gennaro Cuomo affittava a Cristoforo Trotta, bracciale appena sposato con Carmina d’Acampora), mantre con 4 ducati si pagava l’affitto annuale per una casa comoda per cinque (ad es: quella che  Carlo Imperati  affittava al bracciante Giovanni Sparano, con moglie e tre figli). In virtù del notevole valore di un ducato, si usavano sue frazioni fino a 1/1200 (1 d. = 10 carlini; 1 c. = 10 grana; 1 g. = 2 tornesi; 1 t. = 6 cavalli).

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