I Lantaro. Un’antica casata agerolese che seppe eccellere nel commercio marittimo.

 

1 – Origine del nome

Il cognome Lantaro, o de Lantaro, nacque probabilmente come patronimico derivato dal nome di persona  Lantarius, la cui etimologia risale forse al greco lámpō (‘splendo’), da cui venne anche il latino lanterna, rimasto identico nell’Italiano.

A dimostrare l’antichità di tale appellativo si può ricordare quel Lantarius che fu conte di Limoges  e fondatore del monastero di Guéret (nella Francia centrale) nell’VIII secolo [1]. Ampliando la ricerca a onomastici simili, troviamo nel Friuli dell’anno  mille un conte di nome Lantiero   che poi si trasferì a Paratico (provincia di Brescia)  dando luogo a una discendenza di cui fu elemento di spicco, nel Cinquecento,  Giacomo Lanteri, autore di due importanti “dialoghi” sulla progettazione delle fortezze.

 2 –I Lantaro  di Agerola tra XII e XVI secolo.

Stando alle fonti medievali edite che ho potuto consultare, i Lantaro sono presenti ad Agerola fin dal XII secolo. In particolare, una atto notarile del 1187 (una divisione di beni ereditari) ci informa che dei Lantaro vi possedevano, almeno da diversi decenni, un castagneto sito in località Genestaro e due case in località Polberosa [2]. Non sappiamo dove esattamente si trovassero dette località, ma il casale più indiziato è Pianillo, visto che il documento precisa che il  castagneto di Genestraro confinava a oriente col fiume Penise e che tra i confinanti delle case a Polberosa vi erano dei Pironti (da cui il toponimo Li Pironti ancora in uso).

Ma fu forse il casale di San Lazzaro quello nel quale la presenza dei Lantaro fu più cospicua, tanto da generare quel toponimo Li Lantari (“bonorum que dicuntur Li Lantari”) che ci viene ricordato da un docimento del 1442  [3]. Abbiamo poi un atto notarile rogato in Napoli nell’anno   1501 [4]  e  relativo a una vertenza tra i figli del fu Nardello Lantaro e Battista de Rosa per una “via seu transito” attraverso il fondo di quest’ultimo, sito  “in terra Ageroi” e, verosimilmente, a Pianillo, ove resiste il toponimo Case de Rosa.

3 –Lisolo Lantaro de Agerulo.

Colui che diede una svolta alle fortune della casata nacque ad Agerola verso il 1330. Trattasi di quel “Lisolo  de Lantaro de Agerulo mercatori in Neapoli commoranti” che viene ricordato innanzitutto per il cospicuo prestito in denaro da lui fatto a Carlo III di Durazzo re di Napoli.

  Una importante traccia documentale di detto prestito fu scovata dal noto  storico locale Matteo Camera e consiste in un decreto regio del 1385 (che però riprende una decisione dell’anno precedente)  il cui testo egli riportò per intero nella sua monumentale opera dedicata alla storia del ducato d’Amalfi [5]. In tale decreto, che  fu emanato dalla regina Margherita  in vicarianza del fuori sede consorte re Carlo III, si sollecita il  rimborso a “Lisolo  de Lantaro de Agerulo, mercatori Neapoli commoranti” della cifra da lui prestata al re.

Da esso apprendiamo innanzitutto l’ammontare del  credito vantato da Lisolo, pari a 514 once,  14 tari e16  grana, vale a dire 15.434,8 tarì [6]:. Per farsi un’idea del concreto valore di quella somma si tenga presente che un  mastro giurato (il magistrato che affiancava il Sindaco nell’amministrazione delle città) aveva una paga annua di una dozzina di tarì e che ammontò a 4.700 tarì il riscatto che fu pagato per liberare re Carlo II, catturato dagli Aragonesi durante la Guerra del Vespro.

La cifra prestata da Lisolo a Carlo III era dunque molto ingente (espressa in Euro sarebbe una cifra milionaria), per cui si giustificare pienamente la definizione di “mercante ricchissimo” usata per Lisolo Lantaro dal Canera.

Interessanti, nel decreto regio, sono anche le modalità  di restituzione del prestito (o nutuo, come lì viene chiamato). La regina Margherita, informando anche il Camerario del Regno (sorta di Ministro delle finanze) e le massime autorità locali,  si rivolge ai doganieri, fundicarii  [7]  e percettori di tasse e gabelle di Amalfi, ordinando  loro di versare al Lantaro, dietro presentazione di apposite cedole,  ogni loro prossimo incasso, fino al totale pareggio del debito contratto (“….foret dicto Lisolo de dicta quantitate pecunie integraliter satisfactum”).

Ciò mi fa ipotizzare che Lisolo Lantaro avesse elargito la somma a nome e per conto di Amalfi, , i cui amministratori avevano deciso di supportare economicamente lo sforzo difensivo di re Carlo III contro Luigi I, ma  trovandosi con poca liquidità in cassa  dovettero cercare un anticipatore e con lui impegnarsi a restituire gradualmente il prestito richiesto. La disponibilità a ciò data da Lisolo Lantaro ce ne rivelerebbe dunque un certo spirito patriottico verso quel ducato amalfitano di cui si sentiva cittadino (ci teneva a dirsi “de Agerulo” e Agerola era parte del Ducato). D’altra parte possiamo immaginare che Lisolo  avesse anche dei motivi di ordine pratico per sentirsi legato ad Amalfi, al suo porto e alla sua marineria; tasselli importanti di quei trasporti via mare che certamente  entravano nelle sue attività di mercante.

 Per i suoi commerci, Lisolo  dovette certamente usare anche l’area portuale di Napoli. In particolare  il settore a est del Molo Piccolo  che proprio in epoca angioina prese a chiamarsi “porto degli Amalfitani e  dei Sorrentini” [8] . Esso era vicinissimo a quel quartiere di Portanova ove egli era domiciliato e dove risiedevano tante altre famiglie provenienti dalle terre del ducato d’Amalfi

 

         La veduta di Napolidal mare  nota come Tavola Strozzi. Pur datandosi al 1472-73, essa mostra una Napoli non molto diversa da quella in cui visse Lisolo Lantaro.

 Al proposito voglio ricordare che a Napoli  gli Amalfitani avevano propri fondaci e  godevano di esenzioni doganali nate probabilmente con gli stretti rapporti commerciali e militari del periodo ducale   (secoli IX-XI) e poi riconfermati  con dei Privilegi dai sovrani normanni, svevi ed angioini.  Inoltre, nella capitale, gli Amalfitani avevano propri banchi di cambio nella Ruga  Campsorum  [9] e chissà che simili attività bancarie non le esercitasse anche Lisolo o qualche suo congiunto. 

Purtroppo, di Lisolo Lantaro e della sua famiglia non sappiamo molto.  Forse fu un suo stretto parente quel Cristoforo Lantaro che nel 1376 fu eletto governatore della Casa della SS.Annunziata in Napoli, a fianco  di Angelo Caracciolo, Iacubello  Mele e Simone Salomone [10].

Sappiamo poi dal Camera  che Lisolo morì verso il 1387 e che venne seppellito nella basilica di S. Agostino Maggiore “alla Zecca” (chiusa dopo il sisma del 1980 e ora finalmente in corso di restauro), dentro la quale egli aveva creato una cappella di famiglia dedicata a S. Antonio Abate che poi, nel 1473 sarà ceduta alla Universitas (municipalità)   di Agerola per funzionare come luogo di aggregazione ed ente assistenziale della colonia agerolese a Napoli. (vedi articolo Da Campora a Napoli sulle orme degli Acampora su questo blog).

Di lì a poco però i Lantaro – probabilmente ramificandosi – si spostarono anche in altre zone di Napoli,  tant’è vero che nel Seicento troviamo  tale  Francesco Antonio Lantaro  che commissiona una cappella di famiglia nella chiesa di S.Maria della Sanità [11] .

 4 -I primi possessi feudali dei Lantaro di Agerola

   Riguardo a Lisolo Lantaro, il Camera, ci dice anche che egli ebbe  possedimenti feudali nell’agro di Aversa, più esattamente a Parete, per poi aggiungere che il di lui figlio Nicola sposò una donna della nobile e potente  famiglia dei Capuano di Amalfi. Inoltre, attingendo a una scrittura del 1390 da lui rintracciata nei registri della cancelleria angioina, l’autore dimostra che nel 1390 re Ladislao, figlio ed erede di Carlo III, anche per riconoscenza verso il defunto  Lisolo per la fedeltà dimostrata e per i servigi resi (solo il citato prestito o anche altro?), concesse in feudo a Nicola Lantaro  il  castrum di Guardia ed il titolo di barone. Trattavasi del paese che oggi chiamiamo Guardia Piemontese, all’epoca classificato come castrum in quanto borgo fortificato. Esso domina dall’alto dei suoi 500 m  di altitudine il litorale che va da Belvedere Marittimo a Paola (provincia di Cosenza) ed è famoso per aver accolto nel Duecento una colonia valdese proveniente dalla Provenza,  della cui lingua occitana restano tracce nella odierna parlata locale.

 

  1. Veduta di Guardia Piemontese (Cosenza)

5  -Nobiltà e stemma dei Lantaro di Agerola

A seguito di dette concessioni feudali i Lantaro furono ammessi nella nobiltà partenopea, con iscrizione al Seggio di Portanova.  Ma degli esponenti della casata continuarono a vivere anche ad Agerola, dove un segno tangibile della loro presenza è dato dal bel crocefisso bifacciale  in marmo che ora è conservata nella parrocchiale della SS. Annunziata a San Lazzaro. Esso è attribuibile al basso Medioevo e  reca scolpito alla base della croce, sul lato posteriore, lo stemma della famiglia che commissionò l’opera: Famiglia che possiamo identificare coi Lantaro per la perfetta corrispondenza col blasone che l’erudito locale G. B. Bolvito descrisse come ancora in uso ai suoi tempi (tardo Cinquecento) per la casata Lantaro [12].

  Esso derivava dall’antico stemma civico di Agerola, con solo l’aggiunta di tre stelle d’oro sulla banda rossa che bipartiva obliquamente il campo (tipica di Amalfi) lasciando soazio a due ali nere, una per lato,  che per il Bolvito erano d’aquila, mentre le considerò ali di corvo Francesco Pansa [13].

6 – Espansione della casata oltre l’asse Agerola – Napoli

Non più tardi del 1362 (data del documento che lo prova) dei Lantaro si erano trasferiti nel casale amalfitano di Lone [14], mentre l’espansione verso Maiori (altro centro costiero del Ducato di Amalfi) è comprovata da documenti quattrocenteschi che vi segnalano alcuni Lantaro possidenti [15]. Sappiamo poi che nel 1482 i Liparoti che risiedevano a Maiori o frequentavano quel porto, nominarono il maiorese Benedetto Lantaro come loro Console [16]. Infine, sempre a Maiori, un documento del 1523 citato dal Pansa nella sua Istoria (op.cit. p. 104) menziona proprietà di tale Vincenzo Lantari nella platea puplica della cittadina.

 

 Non più tardi di inizio Seicento dei Lantaro cominciarono a frequentare anche Sorrento e probabilmente a stabilirvisi. Infatti, nel 1612 nacque in quella città la “Commenda dei Lantari” o “di S. Giovanni”.  L e commende  erano associazioni che avevano come obiettivo quello di far incontrare l’offerta e la domanda di capitali da investire in imprese commerciali [17] In molti casi,  tra cui porrei quello in questione,i capitali  dati in affido non erano in denaro, bensì in “carati di navi”, vale a dire quote di proprietà di un naviglio espresse in ventiquattresimi (1 carato = 1/24).

A fondare la Commenda di cui sopra fu Paolo Antonio Lantaro,  cavaliere dell’Ordine di Malta dal 1609. Il fatto che fonti d’epoca lo dichiarino “di nobile famiglia napoletana, già ascritta al Sedile di Portanova di Napoli” [18], ce lo fa ritenere un sicuro discendente dell’agerolese Lisolo Lantaro, mentre l’aver fondato una siffatta associazione a Sorrento,fa supporre che con Paolo Antonio continuasse anche la tradizione commerciale marittima della famiglia.

  

7 –Altre acquisizioni feudali

  Il castello baronale di Valenzano (Bari)

Nel corso dei secoli XVI e XVII continua la presenza dei Lantaro a Napoli, ma alcuni esponenti della casata allargano i loro interessi anche verso la Puglia. Emblematico al proposito è il caso di Giovan Pietro Lantaro, che nel 1594 è così stimato in città da venire eletto come uno dei quattro governatori dell’importante istituto religioso ed economco della SS. Annunziata [19], ma che risulta anche come colui che nel 1583 acquistò il feudo di Vallerano (centro a a poche miglia da Bari).  Alla sua morte il feudo passò al figlio Francesco Antonio, che poi lo cedette al bergamasco Aurelio Furietti [20].  Anche per Giovan Pietro Lantaro sono ipotizzabili attività di spedizione o commercio via mare, visto che nell’archivio di stato di Bari ci sono carte che riguardano dei suoi rapporti col portolano di Terra d’Otranto [21].

 
Veduta di Accadia

Un altro feudo pugliese che è passato per le mani dei Lantaro è quello di Accadia (terra al confine tra Daunia e Capitanata). Dopo essere stato dei Brancaccio e  dei de Azziae, nel 1547 fu acquistato da Pietro de Stefano (altro agerlese che aveva fatto gran fortuna a Napoli, dove fu  anche  governatore della SS. Annunziata ed Eletto del popolo). Per mancanza di eredi, nel 1640  il feudo fu acquistato per 18000 ducati  da Teodora Lantaro, figlia di Giovan Pietro. Ella sposò il patrizio napoletano Giambattista Caracciolo del Sole e godette del titolo di Baronessa di Accadia.  Alla sua morte il feudo passò al figlio Carlo per poi doversi vendere “su istanza de’ creditori” nel 1665  [22].

 

8 – Verso la scomparsa del cognome (almeno dall’Italia)

Oggi il cognome  Lantaro è scomparso dall’Italia. Ad Agerola esso manca almeno da metà Settecento, visto che nel Regio Catasto Onciario del 1752, che riporta anche la composizione di tutte le famiglie allora esistenti,  non compare nessuna persona con tale cognome. Allo stesso periodo risale poi la notizia scritta che era già scomparso da Napoli il ramo nobile avente per capostipiti Lisolo e Nicola Lantaro. Infatti C. Tutini, a pagina 103 del suo Dell’ origine e fundazion de saggi di Napoli: (opera stampata 1754) indica i Lantaro come una delle “famiglie estinte” del Seggio di Portanova; e non li elenca per alcun altro Seggio nobiliare della capitale.

Come dicevo, il cognome Lantaro non risulta più presente in Italia, però esistono (concentrati soprattutto in Liguria e Sicilia) circa settecento persone col cognome Lanteri, che potrebbe essere una evoluzione di Lantaro/Lantari.  In tal caso potremmo considerare come attuali discendenti anche i c 408 Lanteri  segnalati oggi  in Francia, i 180 segnalati negli USA e i 46  in Argentina ( dati dal sito www.locatemyname.com/it/ )

Tornando alla forma Lantaro del cognome, a far pensare che secoli fa esso si diffuse anche in Spagna  vi è il fatto che un noto sito web di ricerche araldiche a pagamento sostiene che la casata sia addirittura nata in Spagna (ma senza indicare alcuna prova documentale di ciò). Tra l’altro, lo stemma che tale sito assegna ai presunti Lantaro di Spagna è in tutto e per tutto quello dei Lantaro di Agerola!

 

NOTE

1 -R. de Lasteyrie,  Étude sur les comtes et vicomtes de Limoges antérieurs à l’an 1000. Parigi 1874, p. 11.
2 – R. Filangieri, Codice diplomatico amalfitano: Le pergamene di Amalfi esistenti nel R. Archivio di Stato di Napoli (dall’anno 907 ai 1200), Napoli 1917, pp. 424 – 425.
3 -C. Salvati e R. Pilone, Gli archivi dei monasteri  amalfitani (S. Maria di Fontanella, S. Maria Dominarum, SS. Trinità) 860-1645  Centro di Cultura  e Storia Amalfitana, collana Fonti. N. 2. Amalfi 1986, pp. 126-127].
4  -A. Feniello, Napoli: notai diversi : 1322-1541 : dalle Variarum Rerum di G.B. Bolvito .Collana “Cartulari notarili campani del XV secolo n. 6, Napoli 1998, p. 132]
5 – M. Camera, Memorie storico diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi. Salerno 1881. Vol. II, pp. 621-622.
6 -Il fatto che non sia una cifra tonda piò derivare da una conversione da altra moneta, oppure dalla aggiunta di interessi.
7 – II fundicario era il gestore del fondacoo, termine che in genere designava i magazzini per le merci, non di rado privati e associati a spazi abitativi di un mercante o di una colonia di mercanti (vedi i fondaci amalfitani in tante città portuali del Mediterraneo orientale). Ma in questo specifico  documento si tratta del “fondaco maggiore” di Amalfi, ossia dei magazzini pubblici annessi alle dogane, dove il deposito merci era a paga,emto.
8 –Atti dell’Accademia Pontaniana. Napol1913. Vol. 43, p. 43; Annali dell’Istituto di storia economica e sociale. Napoli 1966. Vol. 7, p. 11.
9–T. Colletta, Napoli città portuale e mercantilela città bassa, il porto e il mercato dall’VIII al XVII secolo. Edizioni Kappa 2006, p.  171.
10- F. Imperato,  Discorsi intorno all’origine, regimento e stato della gran’casa della SS. Annunziata. Napoli 1639, p.86.
11 -Collana “Ricerche sul Seicento napoletano”. Numero del 1992, p. 169]
9- G. Salvati e R. Pilone, Archivi Monasteri di Amalfi. Centro di Cultura e Storia Amalfitana, Fonti, 2, Amalfi 1986, p. 126.
12 – Saggio biografico e letterario del Sig. Giovanni Bolvito, conservato presso la  Biblioteca provinciale di Salerno, Misc. Amalf., V, f. 39′; G. Gargano, Terra Agerulo, p. 31-32.
13 Francesco Pansa, Istoria dell’antica repubblica d’Amalfi ecc. Opera del terdo Seicento uscita postuma per iniziativa del nipote Giuseppe nel 1724. Vol. 2, p. 150.
14 -R. Pilone, Amalfi, Sergio de Amoruczo (1361 – 1398). Collana “Cartulari notarili campani del XV secolo. Napoli 1994, pp.45 -47. ,
15 – V. Criscuolo, Le pergamene dell’archivio della Collegiata di Maiori. Amalfi 2003, varie pp., desumibili dall’Indice analitico.
16 – M. Camera, Memorie storico diplomatiche ecc, vol. II, p. 499.
17 -Era detta commenda anche la forma di contratto che si stabiliva tra chi affidava il capitale (il commendante) e chi lo prendeva in gestione per farlo fruttare (il commendatario)
18 – Rivista del Sovrano Militare Ordine di Malta,  1941, p. 18;  B. dal Pozzo, Ruolo generale de’ Cavalieri Gerosolimitani della veneranda lingua d’Italia. Sovrano militare ordine ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta. Messina1689, pp. 192 e 334]
19 – F. Imperato, Op. cit. p. 107],  la casta acquista feudi e titoli nobiliari fuori regione.
20 M. Garruba,  Serie critica de sacri pastori Baresi, 1844, p. 923, n. 4;   Lorenzo Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli,  1805, Tomo X, p. 5.
21 -R. Orefice, Petizione di relevi:repertorio e indice analitico per Puglia e Basilicata1510 – 1698. Bari 1988, p. 170.
22–E.. Ricca,  La Nobilità del regno delle due Sicilie, 1859, vol. 1, pp. 12 e 13. Per lo studio delle attività dei Lantaro in Puglia risultano utili i documenti d’archivio che segnala Renata Orefice  alle pagine 170 e 171  del suo saggio Petizioni dei Relevi: repertorio e indice analitico per Puglia e Basilicata 1510-1698 (Napoli1988), dove il già visto feudatario di Valenzano Giovan Pietro Lantaro compare in rapporto col portolano di Terra d’Otranto  e Dorotea,  Girolama e Isabella Lantaro col percettore di Terra di Bari.

 

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