Antiche famiglie di Agerola: i de Stefano.

Quando, tra il XII e il XIII secolo, tornarono in uso i cognomi [ 1],  per formarli si attinse abbastanza spesso al nome del padre o del nonno. A questa tipologia appartine “di/de Stefano” ed essendo Stephanos un nome abbastanza usato in quei secoli, c’è da sospettare che diverse casate, in luoghi e tempi diversi, assunsero quel cognome

Come dimostrano i dati di distribuzione geografica reperibili sul sito www.cognomix.it (vedi figura), il cognome de Stefano è presente un po’ in tutt’Italia, ma vede la Campania staccare di molto le altre regioni. All’interno della Campania, è in testa la provincia di Napoli, cn picco di frequenza percentuale nel comune di Agerola.

 

 

 

 

 

Mappe di distribuzione del cognome de Stefano da Cognomix

 

Stando ai documenti medievali che sono giunti fino a noi, ad Agerola i de Stefano sono presenti almeno dal 1282, dta in cui tale Petrus de Stephano firma come teste un atto notarile  redatto dal notaio Iohannes Pagurillus in presenza del giudice  Iacobus Crisconus (oggi Criscuolo) e dell’altro tesimone Iohannes de Vitablo (oggi Avitabile) [2] .

A far sospettare una presenza ancora più antica vi è poi il fatto che nella limitrofa Pogerola troviamo una attestazione che risale al 1126. Si tratta di un atto di compravendita nel quale compare una monaca di nome  Drosu che si dice figlia di tal Pietro de Stefano [3] .

 

 

I de Stefano di Ponte

La zona di Agerola dove la presenza dei de Stefano è più cospicua e più antica è il casale di Ponte, addensato intorno alla chiesa di S. Nicola Matteo Camera [4], parlando di quella chiesa, dice che una relazione vescovile del 1639 (dev’essere dell’arcivescovo d’Amalfi Angelo Pichi), riporta una tradizione orale secondo la quale detta chiesa fu una volta (olim) di patronato della famiglia de Stefano (ut habetur per traditione seniorum). Quello stesso anno, il Pichi trovò la chiesa così “malconcia” da interdirla al culto e ordinarne la ricostruzione (cosa che avvenne di lì a poco nelle forme che oggi vediamo). Nel nuovo edificio i de Stefano mantennero il patronato dell’altare di sinistra, sul quale vediamo una tela della Madonna del Rosario che reca in basso lo stemma della famiglia.

 

 

 

 

 

 

L’altere dei de Stefano nella chiesa di S. Nicole di Agerola

 

Ed è proprio lì emblema di famiglia a confermare il forte legame – quasi di identificazione – che ebbero i de Stefano col casale Ponte. Infatti, esso è dominato da un ponte a tre arcate che non esiterei ad identificare con quello che attraversa la gola del Penise a breve distanza dalla chiesa di S. Nicola (non a caso detta S. Nicola a lo ponte nei documenti medievali)  e che mostrava tre bemme arcate in pietra fino a una cinquantina di anni fa, quando finì tristemente annegato  in un ampliamento in calcestruzzo armato e a campata unica. La parte superiore dello stemma, che è di tipo “spaccato”, è d’azzurro con tre stella d’oro in linea orizzontale.

Forse furono già i de Stefano del tardo Duecento a stabilirsi nella zona di Ponte, mentre è assolutamente certo che vi avevano proprietà a inizio Trecento. Infatti, una pergamena del 1329 ci segnala a Ponte di Agerola i fondi agricoli di vari de Stefano [5]

A dirci che già nel Trecento l’economia della casata de Stefano  non dipendeva solo da mere attività agricole, vi è poi un documento del 1340 che indica l’Agerolese  Martucio de Stefano come percettore di un cospicuo prestito (ben 360 tarì) da parte del ricco mercante amalfitano  Pietro del Giudice [6]; somma che quasi certamente Martucio investì in qualche forma di commercio.

 

 

L’espansione verso San Lazzaro  e Campora

Oltre  che a Ponte, i de Stefano sono oggi numerosi anche a San Lazzaro. In quest’altro casale di Agerola essi sono presenti almeno dal tardo Cinquecento, visto che un documento del 1593 segnala proprietà di tale Giovanni Sturione de Stedano al luogo  La Cammarella e di  Pacello e Antonio de Stefano nella pubblica piazza di San Lazzaro [7]. Anche nella parrocchiale di San Lazzaro (SS. Annunziata) i de Stefano ebbero un altare di loro patronato con annessa fossa sepolcrale. Detto altare di famiglia, che acquisirono non più tardi del 1703, era dedicato alla Madonna dell’Arco [8]  e l’ interessante dipinto che l’adornava (oggi collocato nella annessa Cappella della confraternita) reca in basso lo stesso stemma che abbiamo visto in S. Nucola al Ponte.

Un segno della secolare presenza dei de Stefano lo troviamo anche nella chiesa di S. Maria di Loreto a Campora (detta anche “di S. Martino” e sede della la parrocchia di Campora fino al 1942). Qui abbiamo infatti un altare che reca in alto uno stemma bipartito che combina l’arma dei de Stefano con quella dei Cavaliere, segno di un co-patronato che nacque verosimilmente a seguito di un matrimonio

 

 

Da Agerola a Napoli

Tra i de Stefano di Agerola sorsero relativamente presto dei nuclei familiari di condizione agiata (se non ricchi) che poterono permettersi il lusso di far studiare dei figli e avviarli così nel mondo delle Arti Maggiori, da esercitarsi nella zona d’origine o, con migliori prospettive, a Napoli. A testimoniarci un caso di perfetta riuscita del percorso è una scrittura del 9 giugno 1336 [9]  rogata in Napoli e riguardante l’esecuzione di volontà testamentarie di Bartolomeo de Capua, noto logotheta e protonotario del Regno in epoca angioina [10]. Tra i legali che firmarono quell’importante atto troviamo infatti il notaro Iacobus de Stephano  de Agerulo, con anche la specifica “Civis Neapolis” (cittadino di Napoli).

 

 

 

 

 

 

 

Ma ad emigrare verso la capitale del Regno non era solo chi perseguiva un’alta istruzione e una carriera da professionista o curiale. Altri ci andavano forti di un mestiere appreso stando a bottega presso un artigiano di Agerola o di Amalfi. Altri ancora si radicavano a Napoli dopo averla frequentata per anni come piccoli mercanti che smerciavano nella capitale i prodotti della loro terra natia. A questa terza tipologia credo che si possa riferire  il caso  di Marino de Stefano, da me recentemente scoperto spulciando i Registri Angioini di Napoli. Mi riferisco in particolare al documento datato 18 aprile 1346 e firmato dalla regina Giovanna I d’Angiò (Registri Angioini, 354, f. 14v.). Esso riveste notevole interesse anche perché ci fa sapere quale enorme consumo di carne si faceva a palazzo a quei tempi : la bellezza di 220 castrati, 20 vacche e 8 vitelli o vitelle al mese!. Ma il motivo per cui lo cito in questa sede sta nella parte in cui la regina segnala ai doganieri i nomi dei  tre mercanti (ivi detti beccai) che erano addetti ad approvvigionare di carne la corte angioina, procurando le bestie “in varie parti del Regno”. Qui troviamo, al primo posto, “Marinus de Stefano de Agerula” , seguito da Dimino de Forma e da Stefano Merula.

 

 

 

 

 

 

 

Scena di banchetto aristocratico medievale

Un ceppo di origine francese.

I già citati Regitri Angioini di Napoli furono consultati pure dallo scrittore e tipografo Ottavio Beltrano (attivo tra fine ‘500 e inizio ‘600) mentre lavorava alla sua Breve descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici province (Napoli 1604). Analogamente a quanto fece per altre famiglie feudatarie del suo tempo (specie se di recente nobiltà e desiderose di crearsi antiche e illustri ascendenze) il Beltramo cercò negli archivi storici  dei possibili antenati di quei di  Stefano di Napoli che all’epoca erano feudatari di varie terre del Regno [11].

Per quanto non sia affatto dimostrato che i di Stefano di epoca angioina scovati dal Beltrano siano degli antenati dei di Stefano suoi contemporanei, è comunque molto utile leggere ciò che l’autore estralcia dai Registri Angioini:

a)                Pietro di Stefano “assai caro e fedele al suo Re”, appellato come  Nobil Vir e Milite( Registro di Carlo II nell’anno 1299, lit.. A, f.147);

b)                Berrado di Stefano signore di Lambisco che per i meriti dei suoi avi  ricevette, per se e suoi successori, la regia esenzione dai pagamenti fiscali (Reg. di Carlo II, anno 1306, lit.B, fol. 40). Tale privilegio fu poi riconfermato nel 1425 (Reg. della regina Giovanna II,  fasc. 44, fol. 175);

c)                Albino di Stefano,che per i servigi resi alla Corona e ”per esser derivato da sì nobil pianta” fu creato familiare del Re. (Reg. di Re Roberto, annol 1310, lit. C, fol. 171);

d)                Cutio di Stefano, nominato consigliere, ciamberlano e familiare del Re (Reg. di re Roberto, anno 1327, li. B, fol. 21);

e)                I fratelli Andrea, Balduino e Marco di Stefano, tutti onorati del titolo di milite, cioè cavaliere (Reg. della regina Giovanna I,  anno 1342, lit. B, fol.32);

f)                  Batolomeo di Stefano, che nel 1408 Re  Ladislao ammise a corte, con una provvigione annua di 100 scudi, come segno di riconoscenza per un prestito di 2000 ducati.

Una cosa di cui il Beltrano non pare accorgersi (non facendone cenno alcuno) è la probabile origine francese di almeno i primi personaggi dell’elenco. Ed è’ una probabilità che diventa certezza per quel Berrado di Stefano (“b”) che viene indicato come  Signore di Lambisco, visto che dietro questo toponimo italianizzato va certamente riconosciuto il villaggio provenzale di Lambesc [12].  A ulteriore riprova, cito il dato storico che, all’epoca, i feudatari di quella terra provenzale  erano i  d’Etienne;  cognome che fu facilmente italianizzato in di Stefano, dato che Etienne è appunto l’equivalente francese del nome Stefano.

 

 

 

 

Panorama di Lambesc

Alla luce di ciò,si fa consistente anche l’ipotesi che il citato Pietro di Stefano (lettera “a” dell’elenco qui sopra) possa coincidere con il Pierre d’Etiemme cavaliere di Lambesc che compare nei registri di re Carlo II d’Angiò conservati a Aix en Provence (lettera B, foglio 40; cfr. R. de Briancon, op. cit., p 21).

Si fa dunque strada l’ipotesi che tra i de Stefano che sono oggi presenti in Italia meridionale, soprattutto in Campania, ci siano anche dei discendano di cavalieri provenzali scesi a Napoli per sostenere militarmente i duchi d’Angiò nella conquista e nella difesa del loro nuovo regno. Come è noto, molti di quei cavalieri  non rientrarono in Francia, venendo invece inseriti stabilmente nei quadri di rango dell’esercito napoletano e/o ricevendo possedimenti feudali quale premio per i servigi da loro resi in battaglia e, nel contempo, garanzia di fedeltà ai sovrani angioini dei territori e castelli loro affidati.

M medievale rappresentante la celebre battaglia di Tagliacozzo (1268), decisiva dello scontro tra Svevi e Angioini in Italiameridionale.

 Resta da chiedersi se nacquero dal ceppo di origine provenzale (ex d’Etienne) anche i de Stefano di Agerola. A tal proposito va osservato che la prima attestazione agerolese del cognome (1282) è, si, precedente all’arrivo dei Provenzali a Napoli (1266), ma riguarda un personaggio (Marinus de Stefano) che è difficile considerare  parente di un nobile cavaliere giunto a Napoli solo 16 anni prima. Egli ha un nome di battesimo tipicamente napoletano e amalfitano, risulta analfabeta ((firma l’atto del 1282 signum crucis proprie manus) e, per essere scelto come teste di scritture pubbliche, doveva essere persona adulta ben nota e stimata in paese.

D’altra parte, abbiamo visto che a Pogerola (casale di Amalfi confinante con Agerola) il cognome de Stefano esisteva già nel  1126, data ben anteriore all’arrivo dei d’Etienne a Napoli.

Note

1 -Cosa simile al cognome era stata, in epoca Romana, il nomen. Nella stringa di designazione di un individuo esso compariva al secondo posto e indicava la gens di appartenenza. Prima di esso si indicava il prenomen (che  designava la singola persona come fa oggi il nome di battesimo), mentre al terzo posto avevamo il cognomen, che era una sorta di soprannome della famiglia. Ad esempio:  Marco (prenomen) Tullio (nomen) Cicerone (cognomen). A volte si aggiungeva un quarto termine di tipo onorifico  (agnomen), come nel caso del celebre Publio Cornelio Scipione Africano.

2 — J. Mazzoleni e R. Orefice, Il Codice Perris. Cartulario amalfitano, sec. X-XV (Amalfi 1985),vol.  II, pp. 721 e seg.

3 – Ib. – J. Mazzoleni e R. Orefice, Il Codice Perris. Cartulario amalfitano, sec. X-XV (Amalfi 1985), vol. I,p. 189.

4-M. Camera, Memorie storico diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi. (Salerno 1881), vol. II, p. 627.

5 -C. Salvati e R. Pilone, Gli archivi dei monasteri amalfitanei (S. Maria di Fontanella, S. Maria Dominarum, SS. Trinità) 860-1645. Centro di Cultura  e Storia Amalfitana, Fonti – 2. 1Amalfi 986, p. 100.

6 – J. Mazzoleni e R. Orefice, op. cit., vol. III, p. 1037-1049.

7 –C. Salvati e R. Pilone (1986)  “Gli archivi dei monasteri amalfitani (S. Maria di Fontanella, S. Maria dominarum e  SS. Trinità) anni 860-1645” .Centro di Cultura  e Storia Amalfitana, Collana Fonti, 2 (1986) pp. 188-189.

8 -A. Mascolo, Agerola. Dalle origini ai giorni nostri. 2003, p. 285

9 -C. Minieri Riccio, Cenni storici intorno i Grandi Uffizii del Regno di Sicilia duranti il regno di Carlo I. d’Angio (1872) pp.154- 156

10 -Nel Regno di Sicilia, il logoteta era un alto ufficiale con funzioni di segretario del re etalora – come im questo caso e nel caso di  Pier delle Vigne – anche di protonotario, cioè di magistrato preposto al controllo dei notai addetti alla redazione degli atti della cancelleria regia. Bartolomeo de Capua nacque a Capua nel 1248 e si laureò in legge a Napoli, nel cui ateneo fu poi professore. Per la sua alta competenza, re Carlo I d’Angiò lo volle come familiare e consigliere. Nel 1290 re Carlo II lo nominò protonotario del Regno, funzione per la quale si avvalse di due vice-protonotari: Andrea d’Isernia e Andrea Acconzaioco da Ravello. La carica di logothete gli venne assegnata nel febbraio del 1296.

11 – E’ lo stesso Beltrano, nel capitolo dedicato a Casella (oggi Caselle in Pittari, Cilento) a dirci che ”Pietro di Stefano nel 1522   comprò le terre di Accadia e Santo Mango nella provincia di Principato Ultra, e in Principato Citra le terre di Casella, Sicili e Morgerale”. Va precisato che altre attendibili fonti   (ad esempio E. Ricca, La Nobilità del regno delle due Sicilie, (Napoli1859), vol.1,  p.11]  datano al 1547  l’acquisto del feudo di Accadia e del connesso titolo di Barone.

12 -D. Robert de Brianson. L’Etat de la Provence dans sa noblesse (Parigi 1693) vol.2, p. 21.

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