Allevamento e attività correlate ad Agerola. Una storia cominciata millenni fa.

Nell’articolo che ho recentemente dedicato alle origini della casata De Stefano, ho segnalato anche  un dispaccio della regina Giovanna I d’Angiò, datato 18 aprile 1346 (ex Registri Angioini di Napoli; 345, fol.14 v.), dal quale risulta che tale “Marinus de Stefano de Agerula” era il primo dei tre procacciatori di carni che rifornivano le cucine della regia corte,  allora ospitata in Castel Nuovo (Maschio angioino).

Il Castel Nuovo di Napoli,  la regina Giovanna I d’Angiò e una scena di banchetto regale medievale
 

Toccava a quei tre mercanti procacciare, “in varie parti del Regno”, le bestie necessarie a soddisfare l’enorme consumo di carne che si faceva a corte; consumo che proprio quel dispaccio quantifica in 220 castrati, 20 vacche e 8 vitelli o vitelle al mese [1]

 Dato che quella segnalazione ha suscitato parecchio interesse tra i lettori, ho deciso di tornare sull’argomento offrendo qualche altra notizia storica su pastorizia, allevamento e commercio di carni ad Agerola.  Lo faccio cominciando da uno “spaccato” relativamente recente che ci illumina sulla situazione negli anni Settanta del XIX secolo:

“Presentemente si allevano in Agerola circa 1200 animali vaccini, circa 400 capre (che si mandano a pascolo in Scafati) [2] , pecore da 200 a 300 e  maiali da 800 a 900. Le vacche si danno a tenere a pascolo e le spese di erbaggio sono a carico comune tra il padrone ed il pastore; il quale, dopo dodici anni render deve al padrone, oltre del capitale di esse vacche,,vitelli e la metà del lucro” (M. Camera, Memorie …, vol. II, p. 635).

Quei pastori dell’Ottocento che nei mesi invernali portavano le greggi a pascolare sulla Piana del Sarno, proseguivano  una tradizione stabilitasi millenni prima. Infatti, l’archeologa Claude Livadie attribuisce a tale pratica pastorale le prime frequentazioni umane della conca agerolese di cui si sono trovate tracce sul terreno (ad esempio, le tracce di bivacco con cocci di terracotta dell’Età del Bronzo trovate in una grotticella nel fianco della gola  del La Rossa, tra Bomerano e Pianillo; [3]. 

Per l’Età del Ferro, l’accertata presenza di almeno una necropoli (zona Campo Sportivo S. Matteo) fa ritenere che la conca agerolese fosse ormai passata da stagionalmente frequentata a stabilmente insediata. Gli abitanti del villaggio o dei villaggi dell’epoca dovevano vivere sia di agricoltura (avvantaggiandosi del soffice e fertile suolo vulcanico ricoprente il fondo conca), sia di una pastorizia che continuava a prevedere la discesa in pianura durante i mesi più freddi dell’anno.

Le attività agricole ebbero un forte impulso in epoca romana,quando il fondo della conca agerolese fu costellato di fattorie e ville rustiche rientranti verosimilmente nel pagus di Stabia. Lo dimostrano i numerosi rinvenimenti di ruderi sepolti dall’eruzione del 79 d. C. segnalati dal Camera (op. cit., vol I, p. 4 e vol. II, p. 615)  e i casi analoghi che si sono avuti più di recente (Aniello Apuzzo, Agerola. La piccola Svizzera Napoletana. Napoli 1964, p. 22)   quasi sempre tenuti nascosti. 

Quando si pensa al periodo romano, ciò che più spesso viene in mente è l’elogio che il celebre Galeno (II secolo d. C.) fece del latte che si produceva sui colli tra Stabia e Agerola (Methodo medendi; I, de rimediis, 5, 12, 7). Troppi, però, lo citano senza aver letto il passo originale di quel grande medico dell’antichità,  così da incorrere nell’errore di credere che, allora come oggi, il latte famoso della zona fosse di mucca. Invece Galeno, scrivendo della zona di pascolo che – col suo clima e con le sue erbe – stava alla base di quel prodigioso latte, parla chiaramente di “pascuum pecoribus” (pascolo di pecore).

 

D’altre parte, in uno dei citati rinvenimenti archeologici agerolesi, sotto i resti di una tettoia che collassò per il peso delle pomici eruttate dal Vesuvio nel 79 d. C., furono trovate le ossa di molti ovini, non di bovini.

Ma torniamo al Medio Evo per dire che le carni prodotte in Agerola godettero di ottima fama presso la corte angioina di Napoli  anche molto prima che la regina Giovanna scegliesse – come abbiamo visto – un Agerolese come fornitore di bestie da macello alla sua corte..  Infatti , sempre nei Registri Angioini, vi sono tre scritture che risalgono al 1284 e che non sfuggirono allo storico Matteo Camera (Memorie storico diplomatiche ecc. vol. II, p. 634).

La prima è un  mandatum (ordine) di re Carlo I d’Angiò [4]    ai doganieri e fondacari di Amalfi  “quod emant carnes salitas in Agerula pro regia curia” , vale a dire: “che comprino in Agerola carne salata per la regia corte” (ex Registro Angioini Anno 1284 lit.A, fol. 184). Simile è il tenore della seconda, che ingiunge ai medesimi ufficiali del porto di Amalfi “quod emant in Agerolo mensina (?) carnium salitarum de porco boni odoris et saporis” (ivi, Anno 1284, lit, B, fol 146).. La terza, infine, è una provvisione con la quale la regia corte dà commissione a tale  Pietro Iovane (antica forma del cognome Iovieno)  di Agerola “ad emendum carnes salitas ad opus curiae”, vale a dire “di comprare carne salata per conto e consumo della corte”  (Fasciculor 2, fasc. 4, fol. 18).

Re CarloII d’Angiò

In epoca angioina, Agerola era dunque  rinomata non solo come terra ove si allevavano ovini e bovini che, condotti vivi a Napoli e ivi macellati, portavano squisite carni fresche sulle mense dei più ricchi;, ma anche per la qualità delle carni suine che vi si producevano, e che i nostri contadini montanari sapevano ben trasformare in  salumi in senso lato atti alla conservazione e al trasporto [5].

I casi di  Pietro Jovane  e Marino de Stefano ci mostrano poi che Agerola esprimeva anche una “classe” di mercanti che seppero farsi intermediari tra la polverizzata offerta di prodotti che veniva dai tanti piccoli allevatori e trasformatori locali e l’ingente domanda  di carne fresca e conservata che veniva dalla popolosa Napoli.

Riguardo all’allevamento dei suini, vale la pena di citare ancora una volta Matteo Camera che a pagina 692 del già citato suo volume riporta un contratto del 1390 dove – con riferimento alla vicina Ravello – si parla di mandrie di suini da   “pascendo ducere per pascua et territoria”. Evidentemente erano i querceti naturali e i boschi di castagno selvatico (dial. puntechiti)  impiantati dall’uomo fin dal secolo X, i luoghi ove si portavano a pascolare i suini. Se questa è una pratica caduta in disuso da molto  tempo, gli anziani ancora ricordano il tempo in cui, pur tenendo il maiale nella stalletta vicino casa, per la sua alimentazione si andava nei pontechiti a raccogliere sacchi e sacchi di castagne [6].

“…Né di meno ricercati erano e sono i salumi manifatturati in esso luogo, e precisamente i salsicciotti ed i prigiotti (guardati come una delle principali industrie del paese), che per la buona qualità ne faceva spedizione per fuori .

Così scrive M. Camera nel capitolo che dedica ad Agerola nel volume secondo delle sue Memorie storico diplomatiche ecc.(Salerno 1881).

Restando in tema di carne salata e spostandoci nel secolo XV, voglio riproporre un contratto commerciale steso in Amalfi nel 1485 davanti al notaio de Campulo. Lo riprendo dalle Memorie del Canera  op. cit., vo. II, p. 635), dove è così riportato:

“Orlando Imperato dì Agerola, insieme a Cristofaro e Nicoloso Salato di Amalfi, vendono al nobile Gabriele d’ Afflitto e al di lui figlio Nardo Antonio di Castellammare di Stabia, per conto de’ nobiluomini Francesco e Battista Lomellino di Genova, mercanti,  “dugentocinquanta cantaja di carne salata a la genovesa  di maiale pro pretio habito inter eos tarenorum undecim   de carolenis argenti ddictarum carnium pro quolibet cantario; item cantaria  vigintiquinque de assongia  ad rationem tarenorum undecim de carolenis argenti pro quolibet cantario; et cantaria alia vigintiquinque ansogne ad rationem tarenorum quatuordecim de caroleni argenti pro quolibet cantario. Item cantaria vigintiquinque de supressatis ad rationem tarenorum decem et septem et grana decem de carolenis argenti pro quolibet cantario; et cantaria vigintiquinque presutiorum suorum  seu porcorum ad rationem tarenorum quatuordecim de caroleni argenti pro quolibet  cantario; que tota pecunia faciunt  summam ducatorum octuagentorum viginti septem,  tarenor. duorum et grana decem de carolenis argenti”

Il senso della parte in latino tardo è il seguente: “250 cantaria (1 cantario = 90 kg) di carne suina  salata alla genovese al prezzo di 11 tarì al cantario, più 25 cantaria di sugna al prezzo di 11 tarì al cantario, più altri 25 cantaria di sugna al prezzo di  14 tarì al cantario, più  25 cantaria  di soppressate  al prezzo di 17 tarì e 10 grana al cantario e, infine, 25 cantaria di prosciutti  di maiale al prezzo di 14 tarì al cantario; che in totale assommano a 827 ducati, 2 tarì e 10 grana da pagarsi in carlini d’argento”. [7].  Si trattava di una enorme partita di salumi vari  (dal peso complessivo di  350 cantaria, ossia 315 quintali) che attiene senza dubbio alla mercatura all’ingrosso. Gli acquirenti, cioè i due d’Afflitto, avrebbero poi rivenduto quei prodotti, suddivisi e scaglionati in partite più piccole, sui mercati di Amalfi, Castellammare e Napoli (se non anche oltre).

Le tipologie di prodotti trattati vanno dalla carne salata alla sugna di due diverse qualità, nonché soppressate e  prosciutti. La menzione separata di questi ultimi ci fa capire che col termine “carne salata” si intendeva qualcosa di diverso:  pancetta, spalla, guanciale o altre forme di salume a pezzo intero. Ciò che mi preme sottolineare qui è il ruolo di Orlando Imparato e dei suoi due soci amalfitani. Il Camera presenta il documento in questione come una prova della esportazione di salumi nostrani verso fuori (verso Genova, nel caso specifico), ma a me pare, dal testo, che, mentre a comprare sono i d’Afflitto (padre in Amalfi e figlio a Castellammare), a vendere sono, si, l’Imparato e i fratelli Salato, ma “per conto di”  Francesco e Battista Lomellino di Genova. Cioè,  che Orlando Imparato, Cristofaro e Nicoloso Salato agivano come procuratori dei Lomellino di Genova, aiutandoli a vendere in Campania (quella volta ai d’Afflitto) dei prodotti che i Lomellino raccoglievano in Liguria. Ciò spiega anche il fatto che quel contratto, parlando delle 250 cantaria di carne suina salata, aggiunge “a la genovese”.

Inoltre, in questo documento trovo due aspetti interessanti: il primo riguarda il fatto che i d’Afflitto non comprarono direttamente dai Lomellino, ma si avvalsero della intermediazione della società Imparato – Salato. Ciò porta a credere che quest’ultima  tenesse migliori contatti con Genova, piazza sulla quale doveva aver già operato altre volte e dove forse aveva, o mandava spesso, un suo rappresentante.

Il secondo aspetto interessante sta nella sostanza del contratto e specificatamente  nella  “stranezza” di importare dalla lontana Liguria dei prodotti che certamente si producevano in abbondanza anche in Campania e nel Regno di Napoli pIù in generale.

Evidentemente, si doveva trattare di una importazione di carattere emergenziale e, vista la data d el contratto, io credo che l’emergenza cui far fronte era quella introdotta dalla Congiura dei Baroni (1485 – 1487).  Come è noto, durante quella ribellione di molti nobili feudatari del Regno contro i d’Aragona (con in testa Antonello Sanseverino) un importante passo strategico fu quello di impedire le comunicazioni tra il re ed il resto del Regno impedendo il transito attraverso quei territori intorno a Napoli di cui i ribelli erano feudatari.

Ciò dovette ostacolare non poco anche i rifornimenti alimentari alla popolosa capitale, per cui non meraviglia affatto che si furono dei mercanti che reagirono tempestivamente con acquisti al di fuori del Regno, da far giungere a Napoli via mare.

Note
1- Fatta una stima grossolana, quel totale mensile di bestie equivale aun consumo di  circa 4 quintali al giorno, cui andrebbero aggiunti la selvaggina procurata per altre vie e il pesce che sostituiva la carne nei giorni di magro. Per quanto si voglia pensare che una parte di quella carne (i tegli di minor pregio) andasse sulla mensa del personale di servizio (militari, scudieri, domestici e servi) e pur stimando in alcune decine i  nobili e gli assimilati viventi a corte, rimane confermato quell’abuso di carne che, da una parte, costituiva simbolo di potere e opulenza e, dall’altro, fece della gotta la malattia dei nobili e dei ricchi di quei secoli.
2 -La cosa avveniva in inverno, quando i pascoli di montagna erano o esauriti o coperti di neve, per poi riportare e le greggi ad Agerola  in primavera;  secondo l’ uso della “transumanza verticale” o monticazione o alpeggio che dir si voglia.
3 – Albore Livadie C. (2010)  La Campania media e la Penisola sorrentino-amalfitana dall’età del Rame all’età del Ferro: alcune situazioni a confronto. ”. In: “Sorrento e la Penisola Sorrentina tra Italici, Etruschi e Greci nel contesto della Campania antica”,  Scienze e Lettere; Roma.
4 –Il sovrano, dopo aver sottratto agli Svevi in sud Italia nel 1266-68, aveva da poco trasferito da Palermo a Napoli, avviandone un deciso rinnovamento urbanistico. Ad  Agerola, come a diversi altri centri dell’ex ducato autonomo di Amalfi, venne confermato il privilegio di dipendere direttamente dalla corona (era nel Regio Demanio), ma  nel 1294  Carlo II d’Angiò, figlio di Carlo I, la concesse in feudo al valoroso condottiero francese Hugo de Sully (vedi LE TAPPE DEL FEUDALESIMO AD AGEROLA E NEL DUCATO D’AMALFI su questo blog.
5 –Come abbiamo visto, la carne suina salata giungeva a Napoli via mare, partendo da quel porto di Amalfi ove gli Agerolesi la portavano a spalla, giù per le migliaia di scalini che oggi percorrono solo quasi i turisti trekkers.
6 –Nei boschi presenti sui monti intorno Agerola vi si andava anche per raccogliere e portare nelle stalle (non di rado percorrendo chilometri a piedi) le frasche di castagno dalle quali le mucche brucavano le foglie; nonché, in autunno, per raccogliere lenzuolate di foglie secche da spargere sul pavimento della stalla come oggi si fa con la paglia che arriva in balle da fuori.
7 -Anche per i prezzi unitari dei vari prodotti venduti,  il testo roiginale specifica che devono pagarsi in carlini d’argento; moneta equivalente a 2 tarì che fu introdotta in epoca angioina, ma fu  coniata – con diversi sovrani effigiati – fino al tempo dei Borbone.
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