Il cognome CAVALIERE (ex Cavalerius) e la sua antichissima presenza ad Agerola.

1 -Introduzione

Come è  tipico di tutti i cognomi nati da parole di uso corrente (nomi di mestiere, professione o carica, nomi di battesimo del capostipite, aggettivi relativi all’aspetto fisico o al carattere, ecc) , anche per il cognome Cavaliere c’è da ipotizzare una genesi policentrica, ovvero che sia comparso in più luoghi, in tempi diversi e senza alcuna relazione tra un ceppo e l’altro. A favore di questa ipotesi parla la presente distribuzione geografica dei Cavaliere, la quale mostra addensamenti in diverse e distanti regioni d’Italia (si vedano le mappe che offre il prezioso sito www.cognomix.it).

C’è tuttavia da notare che la Campania è la regione in cui i Cavaliere sono più numerosi (quasi il doppio delle presenze che si hanno in Puglia e nel Veneto, rispettivamente II e III classificate).

Grazie al gran numero di abitanti, la Provincia di Napoli è quella che registra il più alto numero di famiglie Cavaliere presenti, ma in termini di frequenza (ossia di peso percentuale rispetto al totale abitanti) risulta prima la Provincia di Salerno, nel cui ambito  i valori massimi di frequenza li registra l’area di Amalfi e dintorni (Amalfi, Atrani, Furore e Maiori in testa). D’altra parte, anche nella Provincia di Napoli, i massimi valori di frequenza si osservano in quei comuni che  sono geograficamente più vicini ad Amalfi e/o che fecero parte del suo Ducato (Gragnano, Agerola, Anacapri, Casola di Napoli).

Questi dati fanno sorgere l’ipotesi che l’area dell’antico Ducato di Amalfi sia stata una di quelle che videro nascere il cognome Cavaliere; il che – come vedremo –  è supportato dal fatto che provengono da quell’area le più antiche attestazioni scritte del cognome, almeno per quanto riguarda la Campania.

E, nell’ambito del ducato amalfitano, pare essere proprio Agerola il centro che vide per primo il consolidarsi del cognome Cavaliere.

 

2 – Origine e significato

Nel linguaggio moderno il termine ‘cavaliére’ è usato per lo più per indicare titoli onorifici (ad es., Cavaliere del Lavoro), per indicare chi va a cavallo per svago o per fare sport equestri e, ,in senso figurato, per significare ‘chi si comporta con signorilità’ o ‘chi è premuroso e rispettoso con le donne’.

Ma , come vedremo più avanti, il cognome Cavaliere apparve nella nostra zona in epoca medievale, quando i sostantivi tardo latini caballarius, cavallarius e cavalerius avevano come unico e solo significato quello di ‘soldato a cavallo’.

 1 armati a cavallo

Durante i molti secoli di governo feudale dei territori, a comporre la cavalleria -minoritaria ma decisiva componente degli eserciti medievali- furono i giovani membri delle famiglie feudatarie di vario rango; in particolare, i loro figli cadetti, ossia non primogeniti, esclusi dalla trasmissione ereditaria del feudo di famiglia. Oltre che un onore, tale servizio al sovrano costituiva per così dire il prezzo che i nobili feudatari dovevano pagare in cambio del potere e dei privilegi loro assegnati.

Ma nell’Italia dei “liberi comuni” e delle cosiddette Repubbliche Marinare si ebbe la comparsa di cavalieri di divera estrazione (spesso indicati come milites pro commune) che provenivano non più dalla classe dei nobili, bensì dalla parte più ricca ed ambiziosa del ceto popolare:  il cosiddetto “popolo grasso”.  In cambio dei diritti acquisiti in tema di formazione dei governi locali, quello strato sociale aveva l’obbligo militare di formare il più strategico e costoso corpo dell’ esercito, mettendo a disposizione uomini, cavalcature e armamenti .

Non so dire con certezza da quale delle due tipologie di cavaliere nacquero i cognomi omonimi, ma mi pare poco probabile che ciò accadesse in riferimento a un cavaliere di estrazione nobile, vuoi perché  simili figure avevano già un nome di famiglia prima di diventare cavalieri, vuoi perché tra i nobili,  diventare cavaliere era cosa assai comune   e, dunque,  incapace di generare quella distinzione da altri cui l’adozione di un cognome punta sempre.

Ben diverso mi pare il caso dei milites pro commune e figura equivalenti, specie se consideriamo quei piccoli centri periferici che erano tenuti a fornire all’esercito del capoluogo un solo milite a cavallo. Nei secoli in cui si andò diffondendo l’uso di assumere un cognome (XI – XIII),  per una casata del ceto popolarie che avesse espresso dei cavalieri, risultava certamente edificante ricordarlo nel proprio cognome. Contemporaneamente, vivendo in un centro che di cavalieri non ne aveva espressi molti  e di molte casate differenti, era più facile che quel cognome soddisfacesse l’esigenza di risultare davvero distintivo.

 

 3 –Prime presenze documentate.

Nell’ambito dell’area che fu del Ducato di Amalfi, le due più antiche attestazioni del cognome in esame afferiscono una ad Agerola ( dove il cognome rimane in uso fino ad oggi) e una a Lettere (da dove il cognome scomparve presto). L’attestazione relativa a Lettere risale all’anno 1221  [1]. Quella relativa ad Agerola risale al 1204 ed è  un atto di donazione di beni alla chiesa dei SS. Filippo e Giacomo di Amalfi da parte del nobile amalfitano Sergio de Comite Sergio [2].  Uno dei beni donati è un vasto tenimento sito ad Agerola nella località Faytu (oggi Faito, Campora). Il tenimento comprendeva vigna, castagneto, roseto, case e altre fabbriche  [ 3].  Ma la parte per noi più interessante del documento è quella che traccia la pregressa storia della proprietà, dalla quale comprendiamo che, decenni prima,  una parte di quel tenimento apparteneva precedentemente a sua cognata Misa Cavallero fu Sergio, suo marito Leo Imperatoris e ai loro due figli don Giiovanni, presbitero, e Sergio.

Dunque la citata Misa Cavallero era persona della metà circa del  secolo XII. Purtroppo il documento non ci dice se quella Misa era o meno nativa di Agerola. Fosse stata originaria di Amalfi o Lettere, possiamo comunque immaginare che l’aver qui una proprietà incoraggiasse anche dei congiunti maschi a trasferirvisi e, dunque, a generare una prosapia Cavaliere  ad Agerola.

Fatto sta che basta andare agli anni iniziali del Trecento per trovare tracce documentarie che attestano senza più dubbi la presenza del cognome ad Agerola [4] .

Ad esempio, possiamo ricordare quel Mattheus Cavallerius e quel Franciscus Cavallerius che figurano tra i testes che collaboravano con la  Curia pubblica di Agerola durante il periodo angioino, con rispettivamente nel  1321 e nel 1328 [5].

Sempre per il Trecento abbiamo poi due documenti che rigurdano il mulino di Pianillo, nella zona oggi detta Vertina [6].

2 nulino de la vertina

IIl mulino di La Vertina  ( < L’Averetina)   come appariva a inizio  Novecento.

 

Trattasi dei doumenti CCCCLIV e DXIII  del Codice Perris [7] dai quali si evince che erano dei Cavaliere di Agerola i proprietari dei terreni posti immediatamente a monte di detto mulino; proprietà che i Cavaliere si trasmisero di padre in figlio fino ad almeno il 1491, quando detto mulino fu acquistato dalla Universitas (cioè Comune) di Agerola [8].

Tornando al Trecento, più esattamente al 1340, troviamo un documento che elenca le 29 persone (tra cui dominano gli Agerolesi)  cui il ricco Pietro del Giudice di Amalfi aveva prestato somme [9]. Vi figura talie Rogerius Cavalerius che, insieme al figlio Pisanus, risulta debitore per 52,5 tarì siciliani  (pari a 1,75 once, ossia 50 grammi circa di oro). Non sappiamo per quale motivo Rogerio aveva chiesto soldi al del Giudice, ma  trattandosi di una cifra consistente [10], c’è da supporre che servisse o per un  acquisto di terre, o per investimenti in attività commerciali.

 

4 –Una casata in ascesa.

Le tracce documentarie e materiali che abbiamo per i secoli XV e XVII delineano un trend di complessiva ascesa sociale dei Cavaliere di Agerola. Alcune famiglie della casata, quelle più agiate economicamente, riuscirono a garantire un’istruzione superiore ai propri figli, così da farne dei preti, notai e giudici.

Ad esempio, ci risulta che nel 1415 era iudex della corte baiulare di Agerola Santoro Cavalierius [11].

Ma la massima figura espressa dalla casata nel campo della giurisprudenza fu certamente Alessio Cavaliere, che un documento di re Carlo IV di Napol, cioè  l’imperatore Carlo V d’Asburgo (1500 – 1558) qualifica come magister (professore di Legge) e come Reggente della della Gran Corte della Vicaria, la magistratura di appello di tutte le corti del Regno di Napoli, sia per le cause civili che per quelle criminali [12].

3 Alessio Cavaliere

A  confermare il fatto che il Cinquecento fu il secolo in cui i Cavaliere entrarono a far parte della aristocrazia di Agerola [13],  possiamo considerare il  rapporto di stima ed amicizia che si instaurò con gli Scatola (Schatula, come si scriveva allora). Questa casata agerolese, che poi si radicò anche a Napoli, viene ricordata per aver espresso figure importanti, quali Marino S., mastro d’atti della cancelleria angioina nel 1292; il milite nobil vir Martino  S. che tra l’altro forniva Acqua di Rose agerolesea re Roberto d’Angiò, che lo volle come consigliere e familiare e che lo nominò Portolano di Calabria; Roberto S. grande imprenditore commerciale che dominò l’import-export tra Regno di Napoli e la Sardegna durante la seconda parte del Trecnto,  [14].

Ad Agerola, precisamente a Campora, gli Scatola avevano il padtronato della chiesa di S. Giovanni Battista, forse da loro stessi fondata e ricca di sette altari e fonte battesimale [15]. Il rapporto fiduciario coi Cavalieri traspare da un atto del notaio Giovan Angelo Positano di Napoli del 9 marzo 1565. Atto col quale gli Scatola che in quell’anno avevano lo jus patronatus su detta chiesa,  alcuni dei quali cittadini di Napoli, [16], nominarono loro procuratore per la nomina del nuovo cappellano il nobile Vincenzo Cavaliero [17], un Agerolese che nobile doveva essere almeno nei modi di vivere e nei valori che lo ispiravano (more nobilium viventes), restando ancora da appurare se i Cavaliere di Agerola ebbero mai qualche titolo di nobiltà ufficialmente riconosciuto.

Per quanto riguarda altri esponenti di rilievo cella casata Cavaliere, rimando alle notizie che fornisce Angelo Mascolo nel suo libro Agerola dalle origini ai giorni nostri [18], aggiungendo solo che anche il Regio Catasto Onciario di Agerola (del 1752) rivela delle famiglie Cavaliere di condizione agiata (possidenti, artigiani, ecclesiastici, ecc.), nonché un “Monte di cas Cavaliere” che contava sulla rendita di una vasta selva a Fiobana – pari a 10 ducati annui – per fornire assistenza ai parenti che si fossero trovati in difficoltà.

 

5 –I segni lasciati nelle chiese.

Il progresso socio-culturale ed economico che alcune famiflie Cavaliere di Agerola conobbero nei secoli V e XVI è testimoniato anche da segni tangibili lasciati in alcune chiese.


4 Chiesa di S. Maria di Loreto ad Agerola

La chiesa di S. Maria di Loreto a Campora, detta anche di S. Martino

In quella di S. Maria di Loreto, che ha ospitato la parrocchia di Campora dal tardo ‘500 al 1942, i Cavalieri ebbero un altare di loro patronato e una fossa sepolcrale di famiglia. Di quest’ultima ci resta ancora la botola marmorea scolpita, tolta dal pavimento  a metà Novecento e fissata alla parete destra dell’aula alcuni anni fa. Molto usurata da secoli di calpestio (a stento vi si legge il cognome), essa reca scolpito uno stemma in scudo “sagomato” che mostra un bel motivo “cuneato” nel campo inferiore e, in quello superiore, una colomba con un piccolo rametto di ulivo nel becco (vedi foto).

 5 Stemma dei Cavaliere di Campora

Campora di Agerola, chiesa di S. Maria di Loreto. Lastra sepolcrale con stemma della locale faniglia Cavaliere (sec. XVI?).

 

Nella chiesa di S. Maria di Loreto i Cavaliere ebbero pure il diritto di cappellania sull’altare di S. Giovanni Battista [19]  e su quello di S. Trofimena; altari qui istituiti dopo che le due omonime chiese medievali erano state interdette nel 1558.  Da documenti conservati presso l’archivio parrocchiale di Campora risulta che nel primo Ottocento i Cavaliere erano ancora titolari della cappellania riunita di S. Trofimena e S. Giovanni Battista, legata agli altari che stanno rispettivamente al centro della fiancata sinistra e al centro della fiancata destra dell’aula [20].

6 Chiesa di S-- Pietro ad AgerolaPianillo di Agerola. Chiesa di S. Pietro Apostolo.

Un’altra chiea in cui troviamo tracce dei Cavaliere del Cinquecento è quella di S. Pietro Apostolo a Pianillo, casale capoluogo di Agerola almeno dai tempi della dominazione sveva. Sappiamo dalle fonti archivistiche che i Cavaliere hanno posseduto case, terreni e selve a Pianillo (oltre che a Campora) fin dal basso Medioevo. Ora, a dirci che nel Cinquecento ci fu a Pianillo una famiglia Cavaliere che era tra le più ricche del casale (se non la più ricca), sono due oggetti da loro donati alla chiesa di S. Pietro Apostolo e ancora ivi presenti. Il primo è un bel dipinto su tavola raffigurante la Madonna del Carmine con Santi (S. Giovanni Battista e S. Antonio Abate patrono di Agerola) che si trova nell’annesso oratorio della Confraternita del Carmine, già dedicata al SS. Sacramento, o Corpus Domini, nei secoli XVI e XVII. Inserito in una ricca cornice architettonica in legno dipinto, questa tavola reca in basso un piccolo cartiglio con la scritta  HOC OPUS FERI FECIT JOANNIS BATTISTA CAVALERIO A.D. 1592.

 7 Altare dei Cavaliere a Pianillo

L’opera era originariamente posta nella chiesa, sull’altare della famiglia Cavaliere dedicato, appunto,  alla Madonna del Carmine. Fu poi trasferita nell’oratorio della Confraternita tra il 1710 e il 1715 [21].

Il secondo oggetto era un fonte battesimale a catino circolare modanato su colonnina, che in anni recenti è stato purtroppo smembrato:: lil catino è diventata l’acquasantiera presso l’ingresso in chiesa; la colonnina è passata presso l’altare maggiore a reggere il Tabernacolo [22]. Sul piedistallo della colonnina  sono scolpite scritte abbreviate che ricordano il nome del donatore (Angelo Cavaliere) e la data di esecuzione (1593). Una della quattro facce del piedistallo porta scolpito quello che possiamo considerare lo stemma del ramo pianillese dei Cavaliere, il quale è stato pubblicato da Salvatore Amici [23] che così lo blasona: D’azzurro alla croce d’oro accantonata da quattro teste di cavallo al naturale. Per mancanza di indicazioni, non so dire se i colori li ricava da una fonte attendibile o se non siano, invece, ipotetici.

8 Stemma dei Cavaliere di Pianillo

 

6 –Un abbaglio del Camera

A proposito di tracce dei Cavaliere nelle chiese di Agerola, devo qui segnalare quello che a me pare un chiaro errore di ubicazione commesso dal Camera. A pagina 630 del secondo volume delle sue Memorie storico diplomatiche ecc, parlando della chiesa di S. Matteo Apostolo a Bomerano, dice che nel suo pavimento vi è una lapide sepolcrale con l’epigrafe

MARCUS ANTONIUS CAVALERIUS SEPOLTURAM PRO SE ET SUIS CONDESCENDENTIBUS FONDAVI ANNO DOMINI 1514

(Marco Antonio Cavaliere fondò questa sepoltura per se e i suoi discendenti  nell’anno del Signore 1514).

Considerato il fatto che questa lapide è di parecchi decenni  anteriore alla costruzione di quella chiesa [24] e che il brano del Camera prosegue dicendo che in S. Matteo  trovasi anche la Cappela del Carmine con l’ iscrizione “Hoc opus feri fecit Ioannis Battista Cavalerio A. D. 1592” (cose che, come abbiamo visto, stanno da secoli in S. Pietro di Pianillo), c’è da ritenere che l’autore, forse interpretando male degli appunti da lui stesso presi anni prima, riferì erroneamente alla parrocchiale di Bomerano ciò che aveva in realtà visto in quella di Pianillo.

In base a ciò ritengo che la botola sepolcrale di Marco Antonio Cavaliere stava nel pavimento di S. Pietro Apostolo, verosimilmente al piede dell’altare di famiglia di cui al citato saggio di Ida Maietta  [25].

D’altra parte, il nome Marco era molto usato dai Cavaliere di Pianillo e ne costituisce esempio quel già citato Marco Cavaliere che nel Trecento possedeva il fondo a monte del mulino de La Vertina;

Un altro esempio viene da un documento del 1645 che contiene la composizione della giunta comunale dell’epoca e che indica tale Marco Cavaliere come l’eletto a rappresentare il casale di Pianillo [26] Probabilmente i Cavaliere erano molto legati alla scomparsa chiesa pianillese di S. Marco, della quale è possibile che avessero il patronato. Non sappiamo dove esattamente  fosse ubicata quella chiesa, ma una zona indiziata è quella vicina al fondo dei Cavaliere a La Vertina [27].

 

7 – Due famosi episodi violenti.

I Cavaliere che vissero ad Agerola nel Medioevo sono noti soprattutto per due episodi che travalicano la semplice “storia di famiglia” e che hanno lasciato traccia nelle cronache storiche del Ducato di Amalfi e non solo.

Il primo di essi è del 1346  e vide protagonisti i fratelli Simone, Bartolomeo, Iuliano e Iunto Cavaliere. Capeggiando una squadra di duecento malandrini, essi assaltarono e incendiarono le proprietà dell’arciprete Orlando de Rosa e dei suoi fratelli, uno dei quali rimase ucciso nello scontro  [28].

L’altro episodio riguarda la distruzione del borgo fortificato di Pino (quel Castrum Pini fondato dagli Amalfitani nel X secolo e di cui sopravvivono una delle chiese  e molti sparsi ruderi su un colle tra Agerola e Pimonte). Varie fonti antiche attestano che essa fu operata da alcuni esponenti della famiglia Cavaliere “ex mandato Regio”, ma vi è disaccordo sulla data del fatto e su quale fu dunque il sovrano che ordinò quella distruzione ( da porsi comunque tra gli ultimi anni del Trecento e i tempi di re Ferrante d’Aragona) [ 29].

Risolvere queste incertezze e inquadrare meglio entrambi gli episodi, richiede però uno spazio che allungherebbe troppo questo già lungo mio articolo; per cui rimando gli interessati a un mio prossimo post.

 9 Pino del Ducato di Amalfi

Note

1 -C. Salvati e R. Pilone, Le pergamene del fondo “Mansi” conservatore presso il centro di cultura e storia amalfitana. Amalfi 1987, p. 32.

2- -Documento LXXI della raccolta Le pergamene dell’archivio vescovile di Amalfi e Ravello, di Jole mazzoleni, Arte Tipogtrafica, Napoli, 1973. Vol. 1, pp. 110-113.

3 – Roguardo ai roseti, che all’epoca erano detti rosari. Ricordo che cessi costituivano la base per poi ricavarne, per distillazione in corrente di vapore, quella “acqua di rose” che Agerola esportava a Napoli, portandola persino ai sovrani angioini (cfr. M. Camera, Memorie, vol. II, p. 62.

4 –Visto che i documenti d’epoca giunti fino a noi (cioè non andati persi) sono solo un infinitesimo di quelli che furono effettivamente redatti, trovare anche solo poche attestazioni per secolo di un certo cognome in un certo luogo, può essere considerato come un fortissimo indizio, se non proprio una prova,della presenza continua e numericamente consistente di quella casata in quel luogo.

5 – G. Gargano, Terra AgerulA. Evoluzione socieconomica e rivisitazione topografica nei secoli del Medioevo. Ed. Comune di Agerola e CCSA, Amalfi 2016, p.174.

6 – Di detto mulino erano allora proprietari tre enti ecclesiastici di Scala: S Marciano, il monastero di S. Giuliano al Monte Corbellano (Cervigliano)  e il monastero di S. Castaldo. Quest’ultimo possedeva anche una vicina selva, posra sulla sponda del Penise che appartiene a Campora e che lasciò i toponimi Ripa di San Cataldo (non più in uso) e San Cataldo (ancora in uso).

7 – Jole Mazzoleni e Renata Orefice (1989) – Il Codice Perris. Cartulario amalfitano; Sec. X-XV. Ed. CCSA, Amalfi 1985-1988, vol. III, pp.  904-906  e 1085-1090.

8 –Mazzoleni e Orefice, Op. cit., doc. DCX, vol. III, p. 1449 e s.

9 – Mazzoleni e Orefice, Op. cit., vol. III, pp. 1037 e s.

10 – per apprezzarne il valore di consideri che,  pochi anni prima, una proprietà fatta di « vinea et terra cum domibus et fabricis et curti » era stata pagata 90 tarì; Mazzoleni e Orefice, Op. cit., vol. III, pp. 863 e s.

11 -A. Mascolo, Agerola dalle origini ai giorni nostri, Ed. Eidos 2003, p. 378 ; R. Orefice, Le Pergamene degli Archivi Vescovili di Amalfi e Ravello, vol VI, ed. CCSA, Amalfi 1981, p. 83.

12 – M. Camera, Op. cit., vol. II, p. 623:]CCSA, Amalfi 1981, p. 83.

13 – Nel senso lato di ‘insieme delle famiglie più agiatezza, colte e politicamente influenti’.

14 – M. Camera, Op. cit., vol II, p. 620; G. Gargano, Terra Agerula. Evoluzione socio-economica e rivisitazione topografica nei secoli del medioevo” .  Ed. Comune di Agerola e CCSA, Amalfi 2016, p. 143.

15 -Verbale della visita di Mons. Montilio nel 1572. Archivio vescovile di Amalfi. Di questa chiesa, che fu anche parrocchiale, oggi non resta altro avanzo che il toponimo “San Giovanni”, applocato alla zona dove essa sorgeva.

16 – Erano: il reverendo don Giovan Luigi S. di Napoli, il nobile ed egregio Paolo S. fu Giacomo, l’onorabile Benedetto S.,  Matteo S. fu Pietro, Bartolomeo S., Matteo S. fu Francesco, Angelo S. e Sebastiano S. di Napoli .

17 – M. Camera, Op. cit., vol. II, p. 622.

18 – Ed. Micromedia 2003, pp. 378, 379, 381 e 387.

19 –Così risulta dal verbale della Visita pastorale effettuata da  Mons. Bologna del 1709 (Archivio vescovile di Amalfi), ove si specifica che detto beneficiun seu cappellania era precedentemente stato degli Scatola, per poi passare alla “famiglia di Ambrosio Cavaler”.

20 –Quello di S. Trofimena nell’Ottocento passò ad ospitare S. Francesco e ora ospita S. Gerardo.

21 –I. Maietta, Recuperi e restauri ad Agerola.Ed. Eidos, Cast.re di Stabia 1990, p.65.

22 –Si spera che a questa improvvida operazione si ponga rimedio al più presto, ricomponendo insieme le due parti e riutilizzando il tutto o come acquasantiera o come fonte battesimale.

23 –  S. Amici, Araldica Amalfitana. Rassegna del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, 7/8 (1994), p.175 e figura a p. 29.

24 –Dai verbali delle visite pastorali riulta che fu edificata nel corso degli anni  Settanta e Ottanta del Cinquecento, dopo che la primitiva S. Matteo era andata in rovina, probabilmente a causa del forte sisma del 15612.

25 –Purtroppo,  le lapidi tombali che stavano in S. Matteo sono scomparse col rifacimento novecentesco del pavimento (lasciate sotto il nuovo rivestimento o rimosse e “conservate”? e dove?). In S. Pietro, che pure ha un pavimento rifatto, le lastre tombali furono affisse alle pareti. Ma tra di esse non compare quella dei Cavaliere; che potrebbe essere quella che, presentando sul retro un bel bassorilievo di S. Bernardino da Siena, sta murata con quest’ultimo in vista e l’epigrafe nascosta.

26 –Il  sindaco era Gregorio de Avitabile fu Ottaviio e gli eletti che rappresentavano gli altri casali erano Stefano Casanova per San Lazzaro, Natale de Campora per Campora e Gregorio de Avitabile per Bomerano. Cfr. Salvati e Pilone, Gli archivi dei monasteri amalfitani. Amalfi 1986, doc. n. 43, p. 201.

27 – Documenti CCCCLIV e DXIII  in Mazzoleni e Orefice, Op. cit., vol. III, pp.  904-906  e 1085-1090.

28 – N. Camera, Op. cit.,  vol.I, p. 553.

29  -G. Celoro Parascandolo, Pimonte. Pino,-Pimonte- Franche castelli amalfitani. 1968, p. 27 e s.

 

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