Grotta Latrona. Un  toponimo e un luogo interessanti.  

La località  Grotta Latrona, situata intorno agli 800 metri di quota lungo il versante nord-occidentale  del Monte Cervigliano, è interessante da vari punti di vista e meriterebbe di essere studiata, sul terreno e sulle fonti.

E’ innanzitutto interessante il nome del luogo, il cui primo termine (Grotta) scaturisce da un “riparo sotto roccia” (come un solco alla base di una parete rocciosa) che effettivamente esiste lungo una delle gole torrentizie che delimitano la località. Il secondo termine suona come un aggettivo qualificativo della Grotta. Probabilmente si lega, conservandone bene la forma, al sostantivo  latino latro, da cui discese l’italiano ‘ladro’, ma che aveva un senso un po’ diverso, dato che gli antichi lo usavano per  ‘assassino di strada, bandito, masnadiero’ (vedi la voce Ladro su www.etimo.it).

Di primo acchito uno  collegherebbe il toponimo Grotta Latrona al fenomeno del brigantaggio post-unitario, che vide operre diverse bande sui Monti Lattari. Ma esso è fuori causa, visto che il toponimo lo ritroviamo identico tanto nel Catasto Murattiano di inizio Ottocento quanto in quello Carolino  o Onciario di metà Settecento.  Dunque, se lo si vuole collegare a un ladrone che usava rifugiarsi in quella “grotta”, allora bisognerà andare indietro di diversi secoli e pensare ad agguati, furti e rapimenti lungo la importante e antichissima mulattiera che passa poco a monte; mulattiera che viene dal valico di S. Angelo a Jugo (chiesetta- vedetta  del X secolo da poco crollata)  e va verso l’Acqua Fredda  per poi scendere verso Pino e Gragnano.

Ma lungo quella mulattiera, proprio nelle vicinanze della località Grotta Latrona vi è stato per secoli  un luogo dove i viandanti potevano cercare rifugio e soccorso: il monastero dei SS. Giuliano e Marciano al monte Cervellano  (probabilmente del X – XI secolo; attestato nel 1125), dipendente dal vescovo di Scala così come al Comune di  Scala appartiene ancora oggi tutta la zona a monte della citata  mulattiera. Di quell’antico cenobio non rimangono tracce apprezzabili, ma l’occhio esperto può coglierne dei segni nelle tracce di terrazzamento che permangono nell’area.

Se la località S. Giuliano è un sito da segnalare agli esperti di archeologia medievale, il già citato riparo sotto roccia di Grotta Latrona, nemmeno andrebbe trascurato, poiché vi si vedono avanzi di mura e perché potrebbe essere stato frequentato anche da pastori preistorici. Se non altro da quelli che conducevano a pascolare sui ripiani orografici della zona (Mandra Vecchia, Grotta Latrona, Lattaro e Monte Lattaro) le pecore che producevano il latte di cui il celebre Galeno scoprì le virtù terapeutiche.

A tal proposito si veda anche, su questo blog, l’articolo che dedicai all’origine dell’oronimo Monti Lattari, perché non mi pare del tutto esclusa l’ipotesi che anche Latrona – come Lattaro/ /i/a-   possa esser nato per corruzione di un toponimo (Lattarona?) legato al tema pre-latino LATTA (‘superficie regolare’, ‘cosa piatta’ (G. Devoto, Aviamento alla etimologia italiana, Mondatori, 1979  pag. 240) con riferimento alla topografia del luogo.

 

Per chiudere, faccio ritorno al Catasto Onciario per dire che sfogliando le rivele (oggi diremmo le denunce dei redditi) in esso contenute, ho scoperto che nel Settecento la zona di Grotta Latrona era tutta in mano agli Acampora.  Infatti, le rivele che menzionano beni in detta località sono solo due e afferiscono entrambe a degli Acampora.

La prima è quella del cittadino  Natale d’Accampora, ottantaseienne definito “decrepito ed inabile alla fatica” (ma del suo nucleo familiare faceva parte un fratello filatore di seta)  che abitava in casa propria a Campora, esattamente “sotto  Casa Positano”. A Grotta Latrona egli possedeva la terza parte di una selva confinante con i beni di Stefano e Tommaso d’Acampora; terza parte che valeva 45 ducati.

L’altra rivela utile è quella del  magnifico  Stefano d’Acampora (cittadino di Napoli, ma  d’origine agerolese), che a Grotta Latrona possedeva una selva  del valore di 100 ducati che confinava con beni di Giacinto d’Acampora e Gennaro Villano ubicati appena fuori da Grotta Latrona. Lo stesso Stefano d’Acampora possedeva  a Grotta Latrona anche un altro terzo di quella selva citata anche nella rivela di Natale d’Acampora, confinante con beni degli eredi di Tommaso d’Acampora, possessori del restante altro terzo della selva.

Ricordato che nel Catasto Onciario non vengono mai indicate le estensioni areali delle proprietà, proviamo a ricavare dai dati di cui sopra il valore unitario delle aree a selva (castagnale) a metà Settecento. In questo caso la cosa è possibile, anche se non con gran precisione, perché la località Grotta Latrona è ben circoscritta dalla rete delle incisioni (lame) e dalla mulattiera di cui sopra, così che la sua estensione totale può valutarsi in circa 30 ettari.

Dalle rivele sopracitate sappiamo che si suddivideva in una proprietà del valore di 100 ducati e un’altra divisa in tre parti, ciascuna del valore di 45 ducati. In tutto 235 ducati. Dividendo questa cifra per i 30 ettari otteniamo un prezzo orientativo di 7,8 ducati per ettaro.

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