Su Pietro de Stefano, autore della più antica guida della Napoli Sacra

Abstract.  About Pietro de Stefano , author of  the first  guidebook to Napes sacred buildings (year 1560). The most ancient guidebook illustrating churches, monasteries  and religious institutions of Naples (Italy)  was printed in 1560 with the title Descrittione dei luoghi sacri della città di Napoli, per (i.e. by) Pietro de Stefano napolitano.  As some modern scholars speculated that “ Pietro de Stefano” is just a paseudonym adopted by an  unknown  author who did not want to reveal himself,, in this article I  report some bibliographic informations demonstrating that the author of the Descrittione was a real Pietro de Stefano owner of various fiefdoms in the kingdom of Naples. After that, the article presents various hints (one of which of heraldic type) suggesting that Pietro (who was and lived born in Naples) had his ancestors in Agerola, where the de Stefano family exists since the 13th century (see the article “Antiche famiglie agerolesi: i de Stefano”)

1 Introduzione.

ll presente articolo è una sorta di continuazione del tema che trattai nell’articolo dal titolo “Antiche famiglie agerolesi: i de Stefano”, pubblicata su questo blog il 14 giugno 2018. 

In essa evitai di trattare il personaggio cinquecentesco Pietro de Stefano perchè la lunga discussione che esso richiede avrebbe appesantito troppo il pezzo. Di lui parla anche Matteo Camera nel capitolo su Agerola della sua opera maggiore [1]. Volendo ora dedicare a quel personaggio lo spazio che merita, partirò  proprio da ciò che di lui scrisse il Camera: 

2  Osservazioni al brano di M. Camera 

“Oriundo di Agerola, ma nativo napolitano fu poi Pietro de Stefano (o degli Stefani) figlio di Antonello nativo napolitano. Nel 1547 comprò la terra di Accadia (Capitanata) per 12.000 ducati da Giambattista d’Azzia marchese della Terza. Fu egli letterato e de’ letterati protettore generoso (qui una nota aggiunge: Se ne veggano i componimenti nelle raccolte del  Giolito,  del Ruscelli e del Dolce). Nel 1536 venne nominato per uno dei  governatori della Casa Santa dell’Annunziata di Napoli e anche Eletto del popolo negli anni 1499 e 1536. Diede egli alla luce nel 1560  la” Descrittione dei luoghi sacri di Napoli”, libro molto ricco di notizie chiesastiche e iscrizioni  utili al rischiarimento delle patrie memorie”.

Purtroppo il Camera, diversamente dal suo solito, non cita alcuna prova che i citati Pietro  e Antonello avevano antenati agerolesi; il che potrebbe far sospettare che dietro quella affermazione ci fosse solo una preconcetta convinzione  che tutti i de Stefano di Napoli discendevano da immigrati ivi giunti da Agerola. 

Ma sulla questione della patria di Pietro de Stefano (patria nel senso di ‘terra dei padri’)  tornerò più avanti. Intanto voglio portare alcune integrazioni e rettifiche su altri punti toccati dal Camera nel brano di cui sopra.

Per il Cinquecento è fuorviante citare l’equivalenza de Stefano – degli Stefani, della quale trovo traccia solo per il primo periodo angioino, particolarmente in riferimento agli importanti artisti Pietro, Tommaso e Masuccio degli Stefani, per l’appunto detti anche de Stefano, che molto attivi a Napoli [2]. Pietro, in particolare, fu l’architetto cui si deve la chiesa intorno alla quale sorse poi  il celebre complesso assistenziale  della SS. Annunziata [3 ] istituzione nella quale ci imbatteremo ancora nel prosieguo di questo articolo.

Riguardo alla carica di Eletto del Popolo (unico rappresentante delle vaste componenti non nobili nell’organo di governo della Città) devo dire che il nome di Pietro de Stefano compare una sola volta (con nomina del 27 dicembre 1536 nell’elenco di coloro i quali ricoprirono quella carica elettiva). A ricoprirla nel 1499 non fu Pietro (come dice il Canera) bensì Antonello de Stefano [4]. 

Su Antonello de Stefano esistono numerose tracce archivistiche e bibliografiche che lo rivelano come un  apprezzatissimo notaio napoletano vissuto a cavallo dei secoli XV e XVI. Sotto di lui lavoravano anche due altri notari: Baordo de Falco e Giovanni Perrecta [5] Antonello fu molto stimato anche da re  Federico I d’Aragona, che nel 1496, appellandolo “Nobil egregio viro Antonello de Stefano lo nominò suo procuratore e nunzio presso papa Alessandro VI  [6 ] 

Riguardo alla carica di co-governatore della Casa della SS. Annunziata, il Camera riporta che Pietro de Stefano la ricoprì nel 1536, il che è vero, ma risulta che egli l’aveva ricoperta anche nel 1531. Mi pare interessante notare anche che vai furono i de Stefano che ebbero quell’incarico nei secoli XV e XVI. Il primo fu tale Davide de Stefano, nominato nel 1470, poi Pietro nel 1531,  Marino nel 1534, di nuovo Pietro nel l 1536, di nuovo Marino nel 1552, Giovan Battista nel 1572 e infine Fabio nel 1577 [7].Ciò fa sospettare che nell’ambiente della SS. Annunziata, la casata de Stefano godesse di una stima che si rinnovava generazione dopo generazione. A un legame particolare con quell’ente fa  pensare anche il fatto  che fu proprio nella chiesa della SS. Annunziata che Pietro de Stefano eresse la sua cappella di famiglia (vedi oltre).

Circa l’affermazione che Pietro de Stefano fu “letterato e de’ letterati protettore generoso”, con relativa notazione “Se ne veggano i componimenti nelle raccolte del  Giolito,  del Ruscelli e del Dolce”, devo dire che i miei tentativi di trovare conferme in opere consultabili online non ha dato esito alcuno. Ma devo credere che il Camera lesse raccolte  di quegli autori che in rete non is trovano.  Ciò nonotante , non credo che per Pietro l’attività letteraria andassre oltre i limiti del puro e occasionale diletto .Riguardo alla sua Desrittione… (ecc), faccio notare che  uscì quando l’autore era un sessantenne ed è certamente frutto di innumerevoli e attente ispezioni  in quasi tutte le chiese e monasteri di Napoli, verosimilmente diluite  nel corso di vari decenni e sostenuti da una costanza di impegno più del ricercatore che dello scrittore. . In quanto all’essere anche “dei letterati protettore” , credo che il Camera la basasse sull’ aver trovato notizia di qualche opera letteraria stampata col sostegno finanziario del de Stefano;  cosa che ricchi mercanti e baroni facevano spesso ottenendo che le opere così stampate fossero loro dedicate in frontespizio.

2 Un libro tanto raro quanto importantissimo

Riguardo al libro che il Canera cita, va detto che il suo titolo  esatto è Descrittione dei luoghi sacri della città di Napoli, più un lungo sottotitolo che specifica: con li fondatori di essi, reliquie, sepolture et epitaffi scelti che in quelli si ritrovano, l’entrate  et possessori che al presente li possiedeno, et altre cose degne di memoria.  Segue la dicitura : Opera non meno dilettevole che utile, per Pietro de Stefano napolitano. 

Stampata nel 1560 da Raymondo Amato di Napoli, l’opera rappresenta la prima “guida sacra” di Napoli e divenne un modello che nel Seicento fu seguito per le celebri guide di  Cesare d’Engenio Caracciolo e Carlo de Lellis. 

Essa è ancora oggi molto consultato dagli studiosi,  perché ricca di notizie su chiese che sono poi scomparse che  hanno cambiato aspetto, ma anche per le notizie che fornisce circa l’economia degli enti religiosi dell’epoca.  Divenuta già rara nel ‘700, dell’opera esistono poche copie originali, ma per l’importanza documentale  che essa riveste,  Stefano D’Ovidio e Alessandra Rullo del Dipartimento di Discipline storiche dell’Università Federico II di Napoli. Ne hanno curato nel 2007 una riedizione digitale che è disponibile anche online

Inoltre, nel 2018 ne è uscita una ristampa della  Forgotten Books  che è acquistabile a modico prezzo. 

A sinistra il frontespizio del libro di Pietro de Stefano Descrittione dei luoghi sacri della città di Napoli, edito nel 1560

A destra la copertina della ristampa prodotta da Forgotten Books nel 2018.

Sull’identità dell’autore Antonella Canfora, riprendendo l’analoga opinione di Francesco Amirante  [8], così si esprime : “Non abbiamo alcuna notizia biografica sullo sconosciuto autore …. il suo nome non compare tra le liste degli Accademici napoletani e si potrebbe addirittura ipotizzare che Pietro De Stefano sia uno pseudonimo di un altro autore probabilmente più noto [9] 

A smentire l’ ipotesi pseudonimo basterebbero le notizie fornite dal Camera nel brano sopra riportato. Ma, siccome esse mancano di dati documentali a supporto, mi sono dedicato a cercare qualcos’altro, trovandolo, infine,  nell’opera di Ottavio Beltrano “Breve descrittione del Regno di Napoli diviso in dodici province (Napoli 1640). Parlando dei de Stefano che avevano in feudo Accadìa e altri centri del Regno di Napoli, dice: “Ultimamente Pietro de Stefano scrisse un libro intitolato Luoghi sacri di Napoli ….”. Al di là dell’impreciso titolo del libro (evidentemente citato a memoria), è da ritenersi del tutto attendibile l’identificazione del suo scrittore col Pietro de Stefano barone di Casella, visto che il Beltrano scrive a breve distanza di tempo dall’uscita di quel libro e, soprattutto, perché riporta una lista dei discendenti di Pietro de Stefanocosì completa e ricca di dettagli (vedi Appendice) da far credere che egli attinse alla viva voce degli eredi.

3 Dunque, la Descritione non è di anonimo.

Per quanto sopra esposto, mi pare che sia adeguatamente accertato che (1) l’autore della preziosa Descrittione (etc), prima guida alla Napoli sacra, fu effettivamente Pietro de Stefano e non un altro scrittore che quel nome e cognome avrebbe usato come pseudonimo. Inoltre (2) trattasi dello stesso Pietro de Stefano che in precedenza  aveva acquisito il titolo di barone comprando i feudi cilentani di Caselle in Pittari, Sicili e Morigerati, nonché quello di  Accadìa e Santo Mango nel Foggiano.

Rasta ora da verificare se quel Pietro de Stefano fosse davvero oriundo di Agerola, come riteneva il Camera. E’ una questione sulla quale le fonti bibliografiche non offrono alcuna prova diretta. Tuttavia, studiando le fonti concernenti i feudi di famiglia e ragionando sullo stemma di famigli a, credo di aver raccolto indizi sufficienti a dare al quesito una risposta positiva.

4 I feudi comprati da Pietro de Stefano

Nel periodo dei Vicerè spagnoli (1501 . 1713), nel quale  vissero Pietro de Stefano e suoi primi discendenti,  le necessità di far cassa indussero il governo a moltiplicare le vendite di feudi e di connessi titoli nobiliari. Ne approfittarono molti ricchi mercanti e banchieri che, oltre a considerare la”compra di feudi” un buon investimento, riuscivano così a passare nella classe dei nobili, antica ambizione dei mediani.

Per quanto concerne Pietro de Stefano,  a pagina 159  della  già citata opera di Ottavio Beltrano leggiamo che egli “nel 1522   comprò le terre di Accadia e Santo Mango nella provincia di Principato Ultra, e in Principato Citra le terre di Casella, Sicilì e Morgerale,…” In effetti  la data del 1522 (non smentita né confermata da altre fonti antiche) può ritenersi valida solo per l’acquisto dei feudi in Principato Citra (odierni comuni di Caselle in Pittari e  Morigerati con la sua frazione Sicilì). Per Accadìa invece  è  abbondantemente documentato che Pietro de Stefano lo acquistò nel 1547 

Caselle in Pittari,  Moigerati e Sicilì sono centri collinari dell’entroterra di Policastro Bussentino, della cui millenaria diocesi essi fanno parte. Ricadono nel bacino del Bussento, il più bell’esempio italiano di fiume carsico: esso  nasce a 900 m di quota alle falde del M. Cervati e, giunto presso Caselle, si inabissa in un grande inghiottitoio per continuare il suo percorso entro un sistema di gallerie e caverne lungo circa 5 chilometri. Torna in superficie con una grossa sorgente carsica presso Morigerati e da lì continua la sua corsa verso il Tirreno, raggiungendolo a Policastro.

Come diversi  altri centri del Cilento meridionale e del Cosentino, Caselle, Morigerati e Sicilì devono il loro consolidarsi (se non proprio la loro origine) ad arrivi in zona di monaci italo-greci di culto ortodosso (cosiddetti Basiliani) che nel X secolo  fuggivano dalla Sicilia arabizzata, seguiti anche da molte delle famiglie che vivevano intorno ai loro monasteri siciliani. Dopo secoli di dominio feudale da parte dei  Sanseverino (che a Morigerati furono seguiti da Matteo Comite), quei tre feudi passarono, come si è detto, ai de Stefano, che tennero Morigerati e Sicilì fino l’eversione della feudalità (1806), mentre Caselle fu da essi venduta nel 1674 per far fronte a debiti  [10].  

Il palazzo baronale dei de Stefano a Morigerati.

A Morigerati, il palazzo baronale che fu ed è ancor’oggi dei de Stefano, incorpora la porta di ingresso all’antico borgo murato ed include la cappella gentilizia con interessanti opere d’arte seicentesche.

Passando ad Accadìa e Santo Mango, va detto che, quando Pietro de Stefano ne divenne feudatario, erano terre del Principato Ulteriore o Ultra (corrispondente per lo più al Sannio e all’Irpinia), ma oggi Accadìa è assegnata alla provincia di Foggia. Santo Mango dovrebbe corrispondere all’odierna San Mango sul Calore (Av), ma di quel feudo le fonti non danno molte notizie e pare che i de Stefano non lo tennero a lungo.

Accadìa è un centro di antichissima origine posto in posizione strategica sulle colline dell’Appennino Dauno che dominano la Capitanata e controllano sia un tratto del Regio tratturo Pescasseroli – Candela, sia quella via naturale di passaggio al versante tirrenico della Penisola che viene sfruttata anche dalla moderna autostrada Napoli Bari.  Nel 1462  Accadìa fu al centro di una battaglia che segnò la definitiva sconfitta degli Angioini ad opera degli Aragonesi. La presa di Accadìa, urbs fortis che cedette solo  dopo 19 giorni di combattimenti, fu pertanto celebrata effigiandola sulle porte in bronzo che re Ferrante fece realizzare per  il Caste Nuovo (ex Maschio Angioino) di Napoli.

In quanto a storia feudale, Accadìa fu prima dei de Bruyers, poi degli Scott, dei del Balzo, di Federico d’Aragona, dei Brancaccio e,dei de Azzia. Da questi ultimi Pietro de Stefano la acquistà per 12000 ducati e ne ebbe il Regio Assenso dal Viceré Don Piedro deToledo, il  2 aprile 1547  [11] 

Alla sua morte (1570 circa) Pietro divise le proprietà feudali tra i suoi due figli: a l primogenito Gio. Angelo diede Accadìa e Santo Mango, a Gio. Luise Casella, Sicilì e Morgerale   [ 12].

 

I pannelli V e VI (parti basse delle ante di sinistra e destra) della porta in bronzo del Caste Nuovo di Napoli, opera di Guglielmo monaco.

Alla morte di  Giovan Angelo il feudo e il connesso titolo di barone di Accadìa passarono al figlio  Pietro Antonio, cui poi successe, nel 1611, il figlio  Ottavio. Costui morì nel 1640 senza lasciare legittimi successori, per cui la Regia Corte, il 1° di ottobre di quell’anno, vendette Accadìa, per 19000 ducati, a donna Dorotea Lantaro, figliuola di Giovan Pietro e moglie di Giovan Battista Caracciolo  [13]

5 Il feudo di Ogliastro 

I possedimenti feudali appena descritti sono quelli che acquistò Pietro de Stefano nel corso del Cinquecento. Ma un suo discendente di ramo cadetto, a nome Gaetano, verso la fine del Seicento  divenne barone di Ogliastro (oggi O. Cilento), dando origine ad un nuovo ramo nobile della famigli de Stefano, il cui BEL palazzo baronale fa ancora bella mostra di se nella cittadina cilentana,

Il Palazzo de Stefano a Ogliastro Cilento.

Dall’alto Medioevo al 1556, Ogliastro fece parte di quel feudo di Agropoli che i principi longobardi di Salerno avevano  donato ai vescovi pestani, ossia di Capaccio [14]. Poi fu venduto agli Spigadore, dando inizio a una girandola di feudatari (non insolita nel periodo vicereale), passando nell’ordine ai Bonito (nobili amalfitani), ai de Clario, agli Altomare, ai de Conciliis. Questi tennero Ogliastro per sole due generazioni, poiché la terza fu priva di maschi e il feudo divenne dota che Delia, de Conciliis portò  a Gaetano de Stefano suo sposo.  Per successione Ogliastro passò poi (1741) a  Giuseppe e poi a suo figlio Gaetano che nel m  1782 lo trasmise al figlio Pietro che infine , morendo, lo lasciò al primogenito  Matteo, che tenne Ogliastro fino alla abolizione della feudalità con legge del 1806.

Questo ramo dei de Stefano godette dei titoli di Marchesi di Ogliastro e Patrizi della città di Salerno. Inoltre  fu  ricevuta nell’ Ordine di Malta e  ritenuta ammissibile nelle Reali Guardie del Corpo ed iscritta al Registro delle Piazze Chiuse.

6  La parola agli stemmi

Nell’attesa che future scoperte archivistiche (ad esempio, presso il ponderosoArchivio storico del Banco di Napoli) vengano a comprovarla in modo più diretto e certo, l’ipotesi che lo studioso e barone napoletano Pietro de Stefano discendesse da  famiglia agerolese  appare quantomeno molto probabile sulla base di diversi alcuni . Tra essi vi  è il fatto che nel 1640, quando Ottavio de Stefano morì’ senza figli le il feudo di Accadia fu messo in vendita, ad aggiudicarselo non fu – come già detto –  Dorotea Lantaro, esponente anche lei di una famiglia agerolese trasferitasi a Napoli  [15]. 

Un altro indizio favorevole viene dal dato che, come riportano varie fonti,  la famiglia di Pietro de Stefano fu iscritta (col titolo di Baroni di Accadìa) tra le famiglie nobili del Seggio napoletano di Portanova [16] quartiere dove, fin dal Medioevo, si concentravano le  case e le botteghe degli Agerolesi,  a due passi da S. Agostino alla Zecca (nella quale era laloro Cappella di S. Antonio Abate) e dai moli che nel porto di Napoli erano riservati a quelli del ducato di Amalfi [17].

Ma il più forte indizio del legame genealogico del Pietro de Stefano in questione coi de Stefano di Agerola emerge dal raffronto degli stemmi gentilizi anticamente usati dalla due parti.

Lo stemma che contraddistingue i  de Stefano agerolesi  fin dal Seicento lo troviamo effigiato in tre chiese del paese, su altrettanti altari di famiglia: 

 (1) nella chiesa parrocchiale di S. Nicola, dove lo stemma è dipinto in calce alla seicentesca tela dell’altare di sinistra,  dedicato alla Madonna del Rosario; 

(2) nella chiesa della SS. Annunziata, dove lo s temma è dipinto in calce alla tela della Madonna dell’Arco che ora sta nell’oratorio della confraternita del SS. Sacramento, ma che proviene da uno dei due altari di lor patronato che i de Stefano avevano eretto in quella chiesa non più tardi del 1709 [18]

(3) nella chiesa di S. Maria di  Loreto, detta anche di S. Martino (dove gli stucchi in testa all’altare di S. Giovanni Battista recano uno stemma bipartito che affianca l’insegna dei de Stefano a quella della famiglia Cavaliere

Chiesa di S. Nicola ad Agerola.  La tela Madonna del Rosario (di ignoto pittore napoletano di inizio Settecento) con stemma dei de Stefano (a destra ingrandito) patroni dell’altare cui la tela appartiene.

 In tutti e tre i casi si nota che la figura araldica caratterizzante lo stemma (occupante la metà inferiore dello scudo) è quella della cosiddettariviera, che rappresenta un fiume, (in francese rivière), generalmente disegnando un ponte sotto il quale esso scorre. Nel caso in questione il ponte è a tre arcate e i colori sono al naturale su fondo argento (che vale bianco in araldica). Nel campo superiore, di azzurro, sono tre stelle d’oro (giallo)allineate  in orizzontale. 

Per quanto riguarda lo stemma dei baroni de Stefano, ecco come lo descrivono il Beltrano (op. cit.p. 162) nel 1640 e il d’Engenio un trentennio dopo [19 ]: 

“Fà  per arme detta famiglia de Stefano un ponte cò un fiume di sotto, sopra il capo azurro cò sbarra traversa [18]  d’oro e una stessa per parte similmente d’oro, con una stella sopra il cimiero [21]  col motto:Sstellas impana;  però sopra il cimiero di detto Gio.Battista [22] v’è per impresa un Elefante che mira la Luna col motto Elate metis e sotto l’armi un Serpe col motto Sibilo terret. 

Infine abbiamo lo stemma dei de Stefano marchesi di Ogliastro che è troncato (scudo diciso in un campo superiore, detto 1°,e uno inferiore, detto 2°) col 1° di azzurro alla sbarra di oro accostata da due stelle a sei raggi dello stesso; al 2° di argento al portico di tre arcate di pietra merlato fondato sul mare, il tutto al naturale [23]. 

Mi pare evidente che quelli sin qui visti sono degli stemmi “imparentato” tra di loro, con differenze minori che sono interpretabili come delle brisure, termine che in araldica indica quelle alterazioni di uno stemma iniziale apportate per distinguere un particolare ramo della famiglia.

In quanto a cronologia,  possiamo dire che lo stemma dei marchesi di Ogliastro è il meno antico dei tre, potendone ascrivere la nascita all’acquisizione per nozze di quel feudo e titolo da parte di Gatano de tefano a fine Seicento. 

Tra i restanti due stemmi (quello dei de Stefano di Agerola e quello dei de Stefano baroni di Accadìa,) è il primo quello che si candida per essere il più antico, presentando in maniera più semplice le figure fondamentali e caratterizzanti , cioè  il ponte sul fiume a tre arcate e le tre stelle d’oro in campo azzurro.

Quello stemma, del tipo non nobilare  [23], doveva essere in uso da temp [24] 

(tra i de Stefano di Agerola e tra alcuni loro parenti stabilitisi a Napoli,) quando Pietro, avendo  acquistato Accadìa e il titolo di barone, si trovò nella necessità di disegnare e depositare uno stemma nobiliare per sè e per il ramo mobile che con lui iniziava  Lo fece partendo dallo stemma avito e introducendovi due brisure,: (a) l’aggiunta della banda [25, e (b) lo spostamento sul cimiero di una delle tre stelle (la centrale, cui la banda  aveva tolto il posto).

Una ulteriore modifica dello stemma avito per distinguere un nuovo ramo fu apportata, circa un secolo e mezzo dopo, da quel Gaetano de Stefano che sposando Delia de Conciliis, aveva da lei ricevuto il feudo di Ogliastro (vedi cap. 5). Stavolta, come abbiamo visto, la brisura fu ben più sostanziale, in quanto  quello che era un ponte su un fiume fu trasformato in un “portico di tre arcate di pietra merlato fondato sul mare”

Ciò mi lascia credere che tale Gaetano (probabilmente un cadetto dei baroni di Caselle, Sicilì o Morigerati)  ignorasse la storia dello stemma di famiglia e non aveva frequentato Agerola, lì, magari sostando davanti all’altare dei de Stefano in S. Nicola, gli avrebbero raccontato che il ponte raffigurato sullo stemma si ispirava a quello che scavalcava il piccolo fiume Penise [26] proprio nelle vicinanze di quella chiesa. Chiesa che, nel Medioevo,  prima di essere la parrocchiale del casale Ponte (nome non casuale), era stata tutta di patronato dei de Stefano, che a Ponte erano famiglia leader

NOTE

1 – Matteo Camera, Memorie storico – diplomatiche della antica città e ducato di Amalfi (Salerno 1881), vol. 2, p. 626.

2 -B. de Dominici, Vite dei pittori, scultori e architetti napoletani. Napoli 1840, vol. 1, p. 89.

3 -T. Filangieri Fieschi  Ravaschieri, Storia della carità napoletana: S. Eligio Maggiore, Casa Santa dell’Annunziata, S. Maria del Popolo degl’Incurabili. Napoli 1875, p. 186 e seguenti. 

4 -La cosa è verificabile su più opere, tra cui C. Turini, Dell’origine e fundazion de’ seggi di Napoli. Napoli1754, p. 218. 

 5 -M. Amelotti, Per una storia del notariato meridionale (1982) p.286

.6 -C. Turini, Dell’origine e fundazion de’ seggi di Napoli (Napoli1754), p. 218.

7  -F. Imperato,  Discorsi intorno all’origine, regimento e stato della gran’casa della SS. Annunziata ( Napoli 1639), nella “Nota di tutti gli Economi seu Governatori  etc.”.

8 -F. Amirante,  Il Cinquecento.  In “Libri per vedere. Le guide storico-artistiche della città di Napoli: fonti, testimonianze del gusto, immagini di una città”, a cura di F. Amirante et alii, Napoli 1995, pp.5-47). 

9 – A. Canfora, Le guide di Napoli nell’editoria di antico regime (Napoli, Ed. Mosaico 2014, p.3. 

10 -Pierluigi Rovito, La rivolta dei notabili. Ordinamenti municipali e dialettica dei ceti in Calabria citra (1647-1650). Hoepli  1988, p.  289. 

 11 – Erasmo Ricca,  La nobiltà delle Due Sicilie Napoli 1859, vol. 1, p. 10 e seg.) .

12 – Ottavio Beltrano, ivi.

13  -I Caracciolo Lantaro non tennero a lungo quel feudo, poiché nel 1665, per sanare  delle questioni debitorie, esso fu venduto Guglielmo Reco per 22000 ducatLa girandola di feudatari e registrò un ultimo evento nel 1695, allorché  il matrimonio di  Marcherita Recco, ultima intestataria del feudo, portò Accadìa ai Dentivcem i quali lo terranno fino alla soppressione della feudalità con legge del 1806 emanata da Giuseppe Bonaparte (Erasmo Rucca, La nobiltà delle Due Sicilie. Napoli 1859, vol. 1, p. 10 e seg.).

  14 -Paestum divenne sede vescovile nel V secolo, ma nell’VIII – X secolo quell’insediamento di pianura di origine greca fu abbandonato in favore di un sito meglio difendibile e meno esposto a problemi idrogeologici: Nacque così il borgo  fortificato di Caput Aquis, dal nome di una grande sorgente posta ai piedi della collina che è assolutamente da visitare, insieme alla chiesa romanica della Madonna del Granato e i ruderi di Capaccio Vecchia (in posizione panoramica pochi chilometri a ovest della moderna Capaccio).

15 – Fu Lisolo Lantaro a creare quella Cappella di S. Antonio Abate in S. Agostino alla Zecca che nel  1473 sarà ceduta alla  municipalità   di Agerola per funzionare come luogo di aggregazione ed ente assistenziale della colonia agerolese a Napoli (vedi  l’articolo HYPERLINK “https://agerola.wordpress.com/2018/02/14/i-lantaro-unantica-casata-agerolese-che-seppe-eccellere-nel-commercio-marittimo/”I Lantaro. Un’antica casata agerolese che seppe eccellere nel commercio marittimo. )   

E’ intorno a quella cappella che dobbiamo immaginare gli incontri, le discussioni e gli accordi che contribuirono in più occasioni a far eleggere un oriundo agerolese a cariche pubbliche come quella di co-governatore della Santa Casa dell’Annunziata o di Eletto del Popolo in seno all’organo di governo cittadino. E fu probabilmente la comune frequentazione di quel luogo che mantenne vivi nei secoli l’amicizia tra gli oriundi de Stefano e gli oriundi Lantaro; cosa che dovette favorire in qualche modo Dorote nell’aggiudicarsi i il feudo messo in vendita alla morte di Ottavio. 

16 – Scipione Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli . (Napoli 1601), p. 73.

17 -Rosalba di Meglio, Ordini mendicanti, monarchia e dinamiche politico-sociali .nella Napoli dei secoli XII – XV.. Napoli 2013, p. 222.)

18 -La notizia viene dal verbale della visita pastorale d Agerola che i Mons. Bologna, arcivescovo di Amalfi, effettuò nel 1709 (Archivio Vescovile di Amalfi). Vi sii legge che nella  parrocchiale della SS. Annunziata, nel del casale San Lazzaro, oltre all’altare della Madonna dell’Arco, i de Stefano (per l’esattezza gli eredi di Filippo de Stefano) possedevano un un altare dedicato a S. Antonio da Padova.

19 –Cesare d’Engenio, Descrizione del Regno di Napoli in dodici province diviso. Napoli 1671, p. 137.

20 -Con l’inusuale espressione “sbarra traversa” pare che qui si indichi la banda, ossia una fascia che scende diagonalmente da sinistra verso destra (il contrario della sbarra, che scende da destra verso sinistra). Si  tenga conto che la destra di chi guada uno stemma è la sinistra del milite che impugna lo scudo che esso stemma rappresenta; e viceversa.

21 -In araldica, il cimiero è la figura  posta sopra l’elmo o la corona che sovrastano lo scudo riportante lo stemma. Scegliere per cimiero una figura piuttosto che un’altra (si sceglieva tra animali e loro parti, oggetti, simboli e altro) serviva di norma a  a distinguere un determinato ramo della famiglia.

22 – Del ramo cui, nel  Seicento, spettò Sicilì; vedi Appendice. 

23 -Francesco Bonazzi, Famiglie nobili r titolate  del napolitano. Napoli 1902 pp. 343 e344.

23  -Mero contrassegno stabile di una famiglia, liberamente scelto e  slegato dal possesso di titoli nobiliari. Come i de Stefano, tra il basso Medievo e il Settecento se ne dotarono anche altre famiglie di Agerola, quali gli Acampora, gli  Avitabile,  i Brancati, i Cavaliere,  i Coccia, i Cuomo, i Naclerio, i Villani e altri ancora.

24 –Immagino che quello stemma fu creato da un antenato  allorquando la famiglia entrò a far parte dei notabili di Agerola, grazie anche al contributo, di fama e non solo, che le davano dei suoi figli spostatisi a Napoli.

25 –Molti araldisti ritengono che la banda rappresenti il balteo, ossia la cintura di cuoio pendente dalla spalla destra al fianco sinistro del milite, cui si agganciava il fodero della spada.  Vedi anche la nota 20.

26 –Tale ponte, chiamato di S. Bernardino, era  a tre arcate alquanto alte, poiché il Penise lì scorre antro una profonda gola. Oggi pa sua struttura originaria risulta pressocchè invisibile perché uno sconsiderato intervento di ampliamento degli anni Settanta l’ha ….sepolta nel calcestruzzo.  Ma tutto ciò che si fa si può anche disfare. Basta saper capire che ne vale la pena (spesa).    

APPENDICE

La discendenza del barone Pietro de Stefano fino al 1640

Alle pagine 159 e seguenti della sua Breve descrittione (etc) Ottavio Beltrano riporta una dettagliata lista dei discendenti diretti e collaterali del barone Pietro de Stefano (1500 – 1670 circa) estesa fino al 1640 circa e comprensiva degli affini legatisi in nozze con donne della casata de Stefano. La riporto integralmente anche perché è ricca di informazioni sui feudi posseduti e trasmessi, sui titoli nobiliari degli affini, sulle monacatire, sui titoli di studio conseguiti e sulle professioni esercitate e cariche pubbliche ricoperte da vari esponenti. Uniche modifiche da me apportate sono: l’inserimento di parentesi nelle quali chiarisco il senso di certe parole desuete e alcuni ritocchi alla punteggiatura (che usava solo e sempre virgole) per rendere più comprensibile il discorso. 

“Dal qual Pietro ne discesero Gio. Angelo e Gio. Luise ai quali alla sua morte divise le due baronie: a Gio. Angelo il primogenito li diede Accadia e Santo Mango, a Gio. Luise Casella, Sicili e Morgerale. 

Da Gio. Angelo, casato con Claudia Salernitana, nacquero Pietro Antonio, Giulio, Gio. Geronimo e Marc’Antonio, aggregati alla nobiltà salernitana nel seggio di Portanova,  il quale (probabilmente si riferisce a Pietro Antonio, il primogenito, n.d.r.) casato con Lucrezia Giugniana nobile capauana, fé  Gio. Angelo, Pietro Antonio e Dianora;  Gio. Angelo rinunciò la primogenitura a Pietro Antonio e si fé Teatino nomandosi Giacomo, poscia fu mandato da papa  Urbano VIII alla missione in terra di Giorgia col titolo di leg. Apostolico convertendo quei popoli alla vera fede di Cristo e qui morì con opinion di santità.

Pietro Antonio, casatosi con Dorotea Landro, produsse Ottavio e Dianora si fé monaca nel real monasterio di S. Chiara di Napoli ove al presente vive da buona religiosa. In più, dal detto Gio.Angelo ne nacquro Maria, casata con Fabio della Castagna barone di Sassano in Contado di Molise, Portia casata coPompeo di Ruggiero nobile salernitano, Giovanna casato con Marc’Antonio Seriale nobile di Sorrento, Beatrice con Tomaso Bonito nobile di Scala e Claudia col dottor  Ippolito Lanza nobile Capuano.

Gio. Luise secondogenito di Pietro, casandosi con Lucretia di Palma sorella di Consalvo che poi fu duca di S. Elia in Capitanata, procreò Gio. Pietro, D. Ottavio, Marcello, Prospero, Vittoria casato con Girolamo Curiale nobile sorrentino,che ne sono nati Giulia casata con Pietro Macedonio nobile di Porto, giudice criminale di Vicaria, n’è nato Luisa Maria al presente Auditore nella Provincia di Principato Citra, Zeza casata con d. Lucio Gargano, Isabella casata con Oratio Filomarino nobile del seggio di Capuana, n’è nato Scipione che è stato Auditore nella Provincia di Capitanata e Contado di Molise e giudice della città di Capua., Costanza e Felice monache nel Real monastero dell’Egiziaca, Gio. Pietro casato con Portia  Mazza nobile salernitana, ne nacquero Francesco, Gio. Luise, Lucretia, e Porfida la quale al presente è priora nel monastero della Croce di Lucca di Napoli,. Francesco, il quale successe al padre nelle baronie di Casella, Sicili e Morgerale, casossi con Camilla Brancaccio nobile del Seggio di Nido e Lucretia sua sorella diede per moglie a Rainaldo Brancaccio dal quale ne è nato Ferrante barone di Rufrano in Terra d’Otranto .

Dai detti Francesco e Camilla ne sono nati Tomaso, Mauritio, Portia casata col barone di Torchiara, Sara col barone della Redita (Eredita), Maria Antonia col barone di Cicerale, e Giulia in detto monastero della Croce d Lucca.

Prospero, quartogenito di Gio. Luise, avendo atteso agli studi, si fé dottor di Legge e fu Giudice della città di Ostuni e di Capua, Governatore della città di Troia e Auditor Generale delli presidii di Sua Maestà in Toscana, si casò con d. Isabella Cotogna di Toledo e procreò d. Costanza qual’hora è casata col dottor d. Giuseppe Caracciolo nobile del seggio di Capuana, d. Marcello csato con Zeza Capano nobile di Nido, dal quale matrimonio ne sono nati d. Prospero, d. Francesco e d. Ottavio.

Angela sorella del detto d. Marcello si fé monaca nel detto real monastero dell’Egiziaca. Casandosi di nuovo il detto Prospero con Brigida Imbrea nobile genovesa  ha germogliato Andrea il quale è dottore di Legge. 

Tomaso succedendo nella terra di Casella si casò con Elena  (sorella della Laura che segue, n.d.r.) e Mauritio, ricevendo Sicili in successione, casossi con Laura figliuola del dottor Gio. Battista de Stefano figlio di Vincenzo e di Laura Gariana.

Esercitandosi detto Vincenzo in diversi governi e offici di Spada e Cappa, in particolare il governo generale dello stato di Larino in Puglia e di donna Geronima Molargia  figlia di Michele nobile e familiare del S. Ufficio della città di Cagliari, venuto in Napoli per suoi negozi fu console delle nazioni Catalana e Sarda con privilegio di S. M. Si casò con Isabella Cabrera Idalgo, Spagnola figlia di Consalvo  e di Faustina Moccia, nobile del seggio napoletana di Portanova. Nacquero dal detto matrimonio:  Antonio Consalvo, che fù della Compagnia di Gesù gran teologo e predicatore; D. Maria moglie di D. Antonio Goti Idalgo, intertenito di Sua Maestà; Geltruda monaca nel Real Monastero della Concezione de’ Spagnuoli,; D. Diego,  Dottor di legge, Auditore delle Galere del Regno e del Terzo Spagnuolo in Napoli; D. Francisco , Capitan di Galere & intertenito.

Gio. Battista,  dopo aver servito Sua Maestà dall’anno  1604 dal tempo dell’Eccellenza del Signor Conte di Benevento in diversi carichi, come di Giudice di Barletta e di Baru, e Auditore nella Provincia di Calabria Ultra , con carico di Commissario di Campagna, l’Eccellenza del Signor Duca d’Alba lo mandò a processare la Dogana di Foggia, e essendo dopo venuto nella visita generale del Regno il Signor D. Francesco Antonio d’Alarcon lo mandò in suo luogo in più Province, e nell’anno 1636, fu fatto Giudice Criminale della gran Corte della Vicaria dall’Eccellenza del Signor Conte di Monterey, e oggidì lo sta esercitando per confirma dell’Eccellenza del Signor Duca di Medina  de las Torres (il vicere di quegli anni, n.d.r.) con molto applauso e soddisfazione del Pubblico  e limpidezza, I il dottor Marc’Antonio suo fratello, dopo aver atteso molti anni nell’Avvocationi delli Regii Tribunali di quella Città di Napoli, s’è ritirato dalli negozi e attende alla vita spirituale, godedone nell’almo Colleggio de Dottori. Oltre le suddette due figliuole (Elena e Giul, n.d.r.)  ha procreato detto Gio: Battista più figli con detta sua moglie, fra li quali Vincenzo, Carlo, Giacinto e Isabella. 

Vincenzo,  fattosi Dottor di legge,  si casò con D. Delia Acquaviva  figlia di Ascanio e di D. Maria Caracciolo, che n’è nata D. Anna. Egli  è stato Giudice di Capua, Governatore della Fragola (Afragola, n.d.r.) e al presente è Auditore nella Provincia di Terra d’Otranto.

Carlo, similmente Dottore, è stato Giudice delle città di Taranto e Bari. Giacinto nell’anno 1640, dall’Eccellenza del Signor Duca di Medina de las Torres è stato fatto Capitano d’Infantaria Napolitana. 

Egli andò con sua Compagnia, con l’armata di mare in Spagna al soccorso di Tarragona contro i Francesi e la loro armata, e nel soccorso di Perpignano. Infermato (reso infermo da ferite ricevute, n.d.r.), fu riformato e,  ritornato in Napoli, dopo lunga infermità morì cristianamente in età d’anni ventidue con saggio di grande riuscita nella militia. Fu seppellito nella Chiesa della Croce di Palazzo, de’ Padri riformati di S. Francesco, nella lor Cappella del Crocifisso a man sinistra nell’entrare, avendosi per tradizione c’avesse parlato detto Crocifisso alla Regina Sancha.

Isabella  (si è)  maritata con Scipione Galotto Barone delli Bonati (oggi Vibonati, n.d.r.)  e della Battaglia (oggi frazione di Casaletto Spartano. 

Da dettI Tomaso ed Elena sono nati Gioseppe, Francesco, Andrea e Anna, e da Maurizio, e Laura (son nati) Antonio, Pietro, Nicola, Giovanna e Adriana.

Il detto Francesco  (figlio di Gio. Pietro, n.d.r.) venne a convenzione con Gio: Loise suo fratello e per la Vvita Mimitia  (un vitalizio, n.d.r.) cedette la Terra di Morgerale;  il quale, casatosi con Martia Claps sorella del Barone di Casal nuovo nel vallo di Diano (oggi chiamasi Casalbuono)  ha fatto più figli: il primogenito , Pietr’Antonio,  s’è casato con D. Anna  de Aldana.  Il secondogenito, Lelio, essendo fatto Capitano d’Infantaria Napolitana, morì nel Piemonte. Honofrio, il terzogenit,  fu Dottore di legge”.

Informazioni su aldocinque

aldocinque@hotmail.it
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