Chiesa di S. Matteo Apostolo a Bomerano (Agerola). Alcune tappe datate della sua storia.

Tra le visite guidate alla chiese di Agerola previste nell’ambito del festival I sentieri del latte, organizzato dall’amministrazione comunale, rientra quella alla bella chiesa di S. Matteo, che guideremo io (Aldo Cinque) e  Paolo Aurelio de Napoli. Nel ricordarvi l’appuntamento, che è per le ore 11 del 17 gennaio, pubblico qui di seguito una quasi telegrafica lista di tappe datate.

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1158: Prima attestazione disponibile (della primitiva chiesa di S. Matteo in Memoranum, patronato della famiglia Como/Comi (poi Cuomo), di incerta ubicazione.

Pergamena riportata da R. Filangieri nel suo Codice Diplomatico Amalfitano:  Il  presbitero Iohannes Comi, custode e rettore della chiesa, anche a nome di altri quattro Comi che vi hanno diritto di patronaggio, vende un castagneto di S. Matteo a un Vespuli.

1572 : la primitivva chiesa, nel frattempo divenuta parrocchiale, è cadente. Ne fa le veci quella di Tutti i Santi. Sull’altare maggiore vi era un quadro con la Vergine tra S. Matteo e S. Andrea   (dalla visita di Mons. Montilio).

1576: Si sta costruendo la nuova S. Matteo e viene intanto finita la casa canonica (vedi lapiode del presbitero Francesco Avitabile in facciata), forse anche per poter ospitare maestranze forestiere.

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1560: la relazione di Mons. Rossini dice che la nuova parrocchiale è ancora da completare.

1592 Gio Batt Cavaliere crea una cappella del Carmine con dipinto Madonna tra S. Caterina d’Alessandria  e S. Lucia .

1605 : Vi era un reliquiario che l’arciv Rossini ordinò di proteggere  con cancello di ferro

Tra 1615 e 1628: si pone nella Cappella del Rosario  la tela del Regolia “Madonna del Rosario e santi più 15 formelle.”

1639: Sull’altare maggiore vi è già una tela con la Vergine tra S Matteo e S Andrea (dalla relazione di Mons. Pichi).

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Tardo Seicento: Le cappelle presenti sono:

1  del Rosario,

2 dei Morti (con suo Monte),

3 di S. Gaetano,

4  di S. Anna,

5 della Madonna del Carmine e

6 di S. Maria di Costantinopoli (che prima era dedicato a S. Michele Arcangelo).

1715: La parrocchiale acquisisce il busto reliquaiario  in argento di S Matteo, donato dal magnifico  Francesco Avitabile.

1745: Si completa una nuova decorazione del soffitto di nave centrale col dipinto di Paolo de’ Majo Martirio di S. Matteo.

1784: Lavori edilizi (non spec.ti) e decorativi all’interno chiesa. (cfr Mascolo Agerola).

Inizio ‘800 : Orologio pubblico sul campanile (già da riparare nel  1820)

Metà ‘800: Si ricavano le navate laterali congiungendo tra loro le cappelle (da I. Maietta, Recuperi e restauri ad Agerola. Eidos 1990). Accomodi a campanile e tetto   Acquisto di candelieri e “frasche” in ottone per la cappella del Rosario (A. Mascolo op. cit.).

Nell’Ottocento vi era nel pavimento di S. Matteo anche una lastra tombale del 1514 (originariamente in S. Matteo vecchio o altra chiesa; S. Pietro di Pianillo?) con questa iscrizione: MARCUS ANTONIUS CAVALIERUS SEPULTURAM PRO SE ET SUIS CONDESCENDENTIBUS FUNDAVIT ANNO DOMINI 1514  (M. Camera, Memorie storico.diplomatiche dell’antica città e stato di Amalfi. Salerno 1881, vol. II, p.630).

 

Anni 30  del ‘900: si realizza l’attuale facciata in stile neo-romanico.

 

1938 . arriva il Crocefisso dal mon trinità diS. Teresa di Campora (che l’aveva avuto nell’800 dal monastero della SS Trinità di Amalfi).

 

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Lavori pubblici ad Agerola dal 1807 al 1857. Parte seconda: orologi pubblici, Casa Comunale, Ruota dei proietti e altro.

Analogamente alla prima parte di questo mio articolo, dedicata  ad Acquedotti, fontane, strade e ponti, anche questa seconda parte attinge all’inventario del fondo Deputazioni delle Opere Pubbliche del Principato Citra (sezione Opere Pubbliche Comunali.) conservato nell’Archivio di Stato di Salerno e inventariato da A. Sole, F. Aquino e A. Cantaluo.[1]

All’interno di quel fondo, il  faldone (Busta) che riguarda Agerola è il numero  1121, contenente 46 Fascicoli i cui numeri riporto accanto a ciascun titolo.

 

OROLOGI PUBBLICI

Ribadita ancora una volta l’opportunità di andare a studiare a fondo i fascicoli in questione, che sicuramente riveleranno tante e tante più informazioni che non i meri titoli d’inventario che qui analizzo, vediamo i tre fascicoli che concernono i primi  orologi pubblici installati ad Agerola:

F 20 -Riparazione dei pubblici orologi esistenti sui campanili delle due chiese madri di Agerola, sotto il titolo della Beata Vergine Annunciata e di San Matteo Apostolo. 1820

F 26 -Perizia sui lavori occorrenti per la riparazione di due orologi a campana dei due casali di Bomerano e Campora. 1823

F 43 -Accomodi occorrenti al pubblico Orologio. 1829  1837

 

 

I campanili con orologi di S. Matteo (a sinistra) e dell’Annunziata (a destra) come appaiono in due cartoline di inizio Novecento.

I campanili con orologi di S. Matteo (a sinistra) e dell’Annunziata (a destra) come appaiono in due cartoline di inizio Novecento.

Gli orologi pubblici di cui trattasi furono collocati sui campanili delle chiese parrocchiali in quanto l’ altezza di questi ultimi garantiva al suono delle abbinate campanelle segna-ore di diffondersi su aree più vaste. Nonostante tale collocazione, l’acquisto e la manutenzione dei pubbllici orologi toccava, come vediamo, alll’amministrazione comunale. I fascicoli sopracitati ci dicono che Agerola si era dotata di orologi pubblici (del tipo “a pesi” e muniti di campanelle battenti le ore e i quarti d’ora) non più tardi degli anni venti dell’Ottocento. Dato che tutti e tre i fascicoli parlano di riparazioni, le date di installazione di quegli orologi vanno anticipate di diversi anni, se non di alcuni decenni, rispetto alle date dei sopra citati documenti.

Sembra che i primi orologi pubblici di Agerola furono quelli istallati sui campanili delle parrochiali di San Lazzaro (chiesa della SS. Annunziata) e di Bomerano (chiesa di S. Matteo). Se non se ne misero anche a Campora e a Pianillo (le cui parrocchiali dovranno attendere il ‘900 per avere i loro orologi) fu, credo, un po’ per economia e un po’ perché il silenzio pressocchè assoluto che allora regnava sulla nostra vallata garantiva che i rintocchi orari emanati da Bomerano e da San Lazzaro fossero udibili anche dagli altri casali agerolesi.

 

CASA COMUNALE E UFFICI PUBBLICI

 

F 3 -Accomodi alle finestre della casa comunale. 1811 1815

F 4 -Domanda di Giovanni Imperato per la liquidazione di un cenzo di 11 ducati su una casa censuata al Comune, dove vi è la residenza della Municipalità, del Carcere e della Ruota de’Projetti. 1812

F 7 -Pagamento dello stipendio a Saverio Acampora, medico del comune. 1813

F25 -Su diverse opere urgenti da farsi nella Casa Comunale e nel mulino patrimoniale di Campora. 1822 1826

F 30 -Richiesta del sindaco per ottenere l’autorizzazione a rifare una piccola scarpa di fabbrica. 1823

F 37 -Sugli accomodi e sugli oggetti necessari nell’ultima stanza della casa comunale da adibire ad Archivio. 1827 1828

F 44 -Acquisto di una scrivania di ottone per uso dell’amministrazione comunale.1832 1833

F 3 -Accomodi alle finestre della casa comunale. 1811 1815

F 4 -Domanda di Giovanni Imperato per la liquidazione di un cenzo di 11 ducati su una casa censuata al Comune, dove vi è la residenza della Municipalità, del Carcere e della Ruota de’Projetti. 1812

All’epoca di questi documenti, l’edificio utilizzato come casa comunale era quello affacciante sull’attuale Piazza Unità d’Italia (già Piazza Municipio), che ha ospitato la Giunta Municipale fin dai tempi dell’Unità d’Italia e poi  il Municipio fino a una ventina di anni fa.  Oggi esso ospita, tra l’altro, il civico museo Casa della Corte, così chiamato per ricordare ai moderni quello che fu il nome di quel palazzo nel Settecento e forse anche prima, allorquando fu sede di quella corte baiulare che fu istituita in Agerola nel tardo Quattrocento dai Piccolomini, feudatari del Duvato d’Amalfi, per governare la parte più occidentale di quel territorio ducale, ovvero Agerola, Praiano, Vettica Maggiore e Montepertuso (vedasi Matteo Camera Memorie storico-diplomatiche dell’antica Città e Ducato di Amalfi (Salerno, 1881), vol. II, p . 623).

Nel 1846, anno del passaggio nella Provincia di Napoli, il fatto di essere da secoli sede di un governatorato (con annessa corte di giustizia) valse ad Agerola il diritto a costituire un Circondario a se stante e ad avere – proprio nell’edificio in questione – un suo Giudicato Regio (trasformato in a Pretura nel 1867) con annesso, al piano terra, un piccolo carcere che funzionerà fino al 1890 (vedi A. Mascolo, Agerola dalle origini ai giorni nostri, MicroMedia 2003, p. 167,169 e 170).

Il sopracitato fascicolo F 4 indica abbastanza chiaramente che nel 1812 l’edificio era di proprietà di tale Giovanni Imperato [2], cui l’ente comunale versava un fitto annuo di 11 ducati. Analoga soluzione (affitto dagli Imperati) credo che vigesse ai tempi in cui lo stabile era la “casa della corte” e residenza del governatore di nomina regia che la presiedeva, mentre l’acquisto dell’edificio da parte del Comune (peraltro parziale, visto che gli Imperati mantennero la proprietà del piano terra) avvenne nel corso dell’Ottocento.

Gli altri fascicoli del gruppo in esame ci dicono dello stipendi al medico condotto, di spese per vari accomodi all’edificio e per l’arredamento degli uffici (tra cui spicca l’acquisto di una scrivania in ottone: una sciccheria per la stanza del signor sindaco). Circa la “piccola scarpa” citata in F 30, credo si tratti del barbacane presente a metà facciata, laddove questa cambia un po’ di direzione (vedi foto)

 

 

 

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Facciata dell’antica casa comunale diAgerola. Nella cartolina in alto (degli anni trenta del ‘900) si noti il barbacane di rinforzo con addossato la lapide ai caduti della Grande Guerra e le finestre a robuste inferriate del carcere. La foto moderna in basso mostra invece la traccia della finestra ov’era allocata la ruota dei proietti .

Riguardo alla Ruota de’ Proietti (ossia la ruota ove depositare i trovatelli) si veda il mio articolo precedente

 

VARI ALTRI LAVORI PUBBLICI

In questo mio ultimo paragrafo aggruppo i seguenti cinque fascicoli del faldone 1121:

F 16 -Riattazione del molino comunale di Campora danneggiato dalle piogge. 1818

F 25 -Su diverse opere urgenti da farsi nella Casa Comunale e nel mulino patrimoniale di Campora. 1822 1826

F 45 -Riparazioni urgenti al soppresso Monastero di Cospiti in Agerola, dove vi sono le sepolture dei morti di colera. 1845 1848.

F 46 Restauri al tetto della chiesa di San Pietro Apostolo nel villaggio Pianillo. 1857

A commento dico che all’inizio dell’Ottocento vi erano ad Agerola due mulini di proprietà comunale la cui gestione veniva affidata a privati tramite apposite gare. Erano il mulino di Pino (nella forra del Penise tra San Lazzaro e Bomerano) e il mulino di Campora (sempre sul Penise, ma più a nonte, tra Campora e Pianillo).Questi secondo e più grande mulino, attestato in fonti archivistiche fin dal Trecento e di proprietà del comune (all’epoca Universitas) fin dal 1491, fu danneggiato dall’alluvione del 1817 (che colpì anche Acerno e altri centri della provincia). Ai lavori di riparazione che si resero quindi necessari si riferisce il fascicolo F 16.  Il fascicolo F 25 ci dice che su detto mulino si intervenne ancora nel periodo 1822 1826. Da delibere d’epoca conservate nell’archivio storico comunale sappiamo, invece, che il mulino di Pino subì seri danni con l’alluvione del 1878.

Di altri drammi ci informa, indirettamente, il fascicolo F 45, laddove ricorda che nel Monastero di Cospiti (arroccato tra rupi agerolesi che incombono su Amalfi) furono seppelliti molti morti di colera durante l’epidemia del 1835 – 1837. Passato al demanio in forza della legge 7 agosto 1809 (soppressione di monasteri e ordini religiosi nel Regno di Napoli) toccava al Comune provvedere alla manutenzione di quell complesso.

Meno chiari mi appaiono i motivi per cui -come suggerisce il titolo del fascicolo F 46 – intervenne il comune nei lavori di riparazione del tetto dei S. Pietro Apostolo dell’anno 1857.

Una possibile spiegazione (che lo studio del Fascicolo dovrà verificare) è quella legata al fatto che la chiesa di S. Pietro ospitava – come ancora ospita – il culto di S. Antonio Abate, santo patrono dell’intera comunità agerolese. Inoltre il suo pronao (chiuso nel primo Novecento) aveva per secoli ospitato le assemblee dei rappresentanti comunali.

 

NOTE

 

1 -Disponibile come PDF su http://www.archiviodistatosalerno.beniculturali.it

2 -La casata degli Imperato o Imperati è una delle più antiche e notevoli di Agerola. A Pianillo , dovo sono più numerosi,  possedevano case e orti proprio nella zona ove ricade l’ex casa comunale; zona che perciò fu denominata L’Imperati (così, ad esempio, nel Regio Catasto Onciario di Agerola, anno 1752

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Quella strana finestra dell’antica Casa Comunale. Un enigma risolto

 

Nel 2011, mentre erano in corso lavori di restauro alla antica casa comunale, la rimozione dei vecchi intonaci fece affiorare, al piano terra della facciata, vari elementi che testimoniavano la storia dell’edificio. Tra essi, una finestra rimurata che appariva anomala per forma, dimensioni e posizione.

Per quanto non riuscissimo a capire quale fosse stata la sua antica funzione, ritenni che era una testimonianza di cui lasciare evidenza e riuscii a convincere il sindaco e la direzione lavori a non occluderla di nuovo completamente e a marcare sul nuovo intonaco un segno del suo perimetro.

Particolare della facciata dell’antica casa comunale di Agerola.La freccia indica la strana finestra di cui si occupa l’articolo.

Particolare della facciata dell’antica casa comunale di Agerola.La freccia indica la strana finestra di cui si occupa l’articolo.

 

Non sto a raccontarvi quante ipotesi ho fatto in questi anni circa l’epoca e il significato di quella strana finestra. Ma confesso che erano tutte errate e che – come spesso accade – alla spiegazione giusta sono giunto quasi per caso (serendipity) pochi giorni fa, mentre rileggevo i titoli di quei fascicoli dell’Archivio di Stato di Salerno (fondo Opere Pubbliche)  cui ho dedicato l’ultimo articolo da me pubblicato e alle quali ne dedicherò un altro a breve.

Mi riferisco al Fascicolo 1121. 4, che data all’anno 1812 e attesta che la Casa Comunale  ospitava all’epoca anche la Ruota de’ Proietti.

Di che si trattava? L’assonanza col termine proiettile, unita al fatto che al piano terra della Casa Comunale vi era anche un piccolo carcere, potrebbe indurre qualcuno a pensare a qualcosa di militaresco. Ma, come è facile verificare anche via ricerca in rete, il termine ‘proietto’ (aggettivo sostantivato) deriva dal latino proiectus e significa ‘abbandonato’. Dunque, la ruota de’ (dei) proietti altro non è che un equivalente di ‘ruota dei trovatelli’ o

‘ruota degli esposti’ [1].: dispositivo girevole in legno (sorta di bussola rotante cieca)

che, inserito lungo il perimetro di un edificio, tramite una finestrella, consentiva di depositare un neonato senza farsi vedere. Girano la ruota, era poi possibile prelevare il bimbo dall’interno, dove veniva accolto e accudito.

 

 

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L’ultimo doloroso bacio al neonato prima di lasciarlo per sempre. In basso a sinistra una “ruota dei proietti” Immagine tratta dal sito http://www.archivosgenbriand.com

Simili ruote furono istituite presso ospedali religiosi e monasteri a partire dal tardo secolo XII. Risale invece al periodo durante il quale il Regno di Napoli fu governato dai napoleonidi (Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat;1806 – 1815) l’apertura di ruote de’ proietti comunali, sulla scia del Decreto imperiale di Napoleone Bonaparte del 19 gennaio 1811 concernente l’infanzia abbandonata. [2].

Per quanto la cosa sia da approfondire, cercando altre informazioni tra le Delibere del Decurionato che si conservano nell’archivio storico del Comune, pare che Agerola fu nel novero dei Comuni che più prontamente aderirono alle nuove e civilissime disposizioni, dotandosi della sua Ruota de’ proietti a gestione laica [3]. Di ciò abbiamo prova non solo nel sopracitato fascicolo 1121.4 dell’Archivio di Stato di Salerno, ma anche in quella “strana finestra” sulla facciata dell’antica casa comunale che citavo a inizio articolo.

Alla conclusione che questa fosse l’apertura che dava accesso alla Ruota ci arrivo un po’ per esclusione e un po’ per positivi indizi. Infatti, essa è troppo in basso, stretta e diversa dalle altre per essere stata una comune finestra da illuminazione, nonché troppo in alto (come soglia) e piccola per essere stata una porta. In quanto a elementi positivi cito ciò che fu possibile notare durante i suddetti lavori del 2011: quella antica apertura tendeva ad allargarsi verso l’interno, con una strombatura che ora interpreto come spazio in cui girava quella parte della ruota che si incassava nella muratura. Interpretare la finestra in questione come quella della Ruota, spiega anche la sua altrimenti strana posizione d’angolo rispetto alla stanza retrostante: visto che il fronte-stanza era spezzato in brevi segmenti dalla presenza della porta d’ingresso e della finestra a sinistra di essa, si decise di mettere la Ruota nello spigolo a destra entrando, così che prendesse meno spazio (vedi figura a qui sotto)

 

 

A sinistra: pianta schematica della stanza a servizio della ruota e posizione di quest’ultima. A destra: un esempio di ruota in posizione d’angolo visto dall’interno.  

A sinistra: pianta schematica della stanza a servizio della ruota e posizione di quest’ultima. A destra: un esempio di ruota in posizione d’angolo visto dall’interno.

Concludo sottolineando una simpatica coincidenza. Quella stanza al piano terra del Municipio dove nell’Ottocento si accoglievano i trovatelli, oggi ospita un negozio. E sapete di che tipo? Articoli per l’infanzia, manco a dirlo!

 

NOTE

1 –Dai citati termini ebbero origine i cognomi Esposito, Degli Esposti e Proietti, assegnati appunto a dei trovatelli. Successivamente, a partire dai primi dell’Ottocento, fu abbandonato l’uso di cognomi così spietatamente eloquenti della ignota paternità e nuove norme stabilirono di inventare cognomi di fantasia, magari ispirati all’aspetto del trovatello o del suo carattere.

2 -In Italia queste ruote degli esposti andarono via via chiudendo nel periodo compreso tra il 1867 e l’inizio del Novecento; causa l’insostenibilità economica cui si era giunti con il crescente abuso dell’istituzione. Tra le tante innovazioni portate da quel governo va ricordata – per attinenza – la istituzione del servizio di Stato Civile; cosa che fece nascere gli uffici anagrafici comunali. Precedentemente, invece, le nascite (come pure i matrimoni e le morti) venivano registrati nelle parrocchie.

3 –La prontezza con la quale Agerola si dotò della sua ruota dei proietti sembra far il paio con quella che il paese aveva dimostrato una dozzina di anni prima, aderendo ai valori della “Rivoluzione napoletana del 1799” e piantando presso S. Martino di Campora uno dei primi Alberi della Libertà della provincia.

 

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Lavori pubblici ad Agerola dal  1807 al 1857. Parte prima: Acquedotti, fontane, strade e ponti.

Com’è noto,  Agerola passò a far parte della provincia di Napoli solo nel 1846. Precedentemente, nei secoli del Regno di Napoli e del Regno delle Due Sicilie, essa era parte di ciò che oggi chiamiamo Provincia di Salerno e che all’epoca si diceva Principato Citeriore o Citra, sempre con capoluogo in Salerno.

E’ per questo che alcuni antichi documenti  di amministrazione pubblica si trovano nell’Archivio di Stato di Salerno, lì rimasti dopo che la gran parte di simili “carte” furono trasferite (centralizzate) nell’Archivio di Stato di Napoli.

Della documentazione rimasta a Salerno fanno parte i faldoni (“buste”)  relativi alle  opere pubbliche comunali del periodo 1795 – 1861, un cui inventario dettagliato è stato curato da Anna Sole, Fancesca Aquino e Antonino Cantaluo (Archivio di Stato di Salerno).[1]

Trattasi di materiale catalogato sotto la voce  Deputazioni delle Opere Pubbliche,  sezione Opere Pubbliche Comunali. I faldoni dal 1119 al 1356 contengono i fascicoli relativi a opere pubbliche realizzate nei comuni del Principato Citra tra il 1806 e il 1860 [2]. In particolare, il faldone 1121, contenente i Fascicoli dal 1121.1 al 1121.46, (residui di un documentazione originariamente più ampia)  è quello che si riferisce a cose riguardanti Agerola.

Questo gruppo di documenti, opportunamente incrociato con le coetanee delibere che si conservano presso l’Archivio Storico Comunale di Agerola, possono rivelare allo studioso un interessantissimo spaccato delle vicende amministrative e sociali dell’Ottocento pre-unitario agerolese.

Mentre invito gli studenti universitari  a considerare tale materiale come base della loro ricerca di tesi, (così da poter anche partecipare al premio di laurea Studiare Agerola; ), io qui mi limito a fornire i i titoli di tutti i 46 fascicoli contenuti nel faldone 1121 (così come riportati nel citato lavoro degli archivisti  Sole, Aquino e Cantaluo), radunandoli per argomento e aggiungendovi qualche mia osservazione.

 

ACQUEDOTTI E FONTANE PUBBLICHE

Un buon numero di pratiche (12 considerando anche i. FF 21 e 40 che vedremo in altri paragrafi)  riguardano interventi di riparazione a pubblici acquedotti  e fontane pubbliche.  Ecco quelle che riguardano gli acquedotti:

F 1 -Riattazione dell’Acquedotto del casale di San Lazzaro.1808

F 5 -Riparazione dell’acquedotto che conduce l’acqua dalla sorgente posta nel luogo detto Pietra piena all’unica fontana del Casale di San Lazzaro. 1812 1813

F 10 -Riparazione dell’acquedotto che conduce l’acqua nel pubblico fonte del Casale di San Lazzaro danneggiato dalle piogge. 1814 1815

F 36 -Lavori di riparazione ai tre acquedotti di Bomerano,  Pianillo e San Lazzaro.1827

F 33 -Riattazione dei ponti che conducono l’acqua ai 4 fonti pubblici. 1824 1827

A proposito degli acquedotti (canali) il  Regolamento di polizia urbana e rurale di Agerola  del 1824, (riportato nell’appendice Fonti Storiche del volume “Comune di Agerola. Statuto” . Edizioni N. Longobardi 1992) così recitava: “… a niuno sarà lecito di rompere, o guastare li canali de’ fonti pubblici, o deviare l’acqua per usi privati o d’irrigazione, o rendere sporca l’acqua conducevole per mezzo di quelli, e non atta agli usi domestici: sotto la multa di carlini 29 per ogni trasgressore.

Come dimostra qualche avanzo che ancora sopravvive, e che andrebbe consolidato e valorizzato, i nostri acquedotti antichi  erano dei canali a pelo libero in muratura; avevano sezione rettangolare di pochi decimetri quadri, internamente rifiniti con intonaco idraulico, e copertura rimovibile onde permettere periodiche manutenzioni. Essi decorrenti per lo più a fior di terra o su bassi muretti .  Ma, per lo scavalcamento di solchi torrentizi, come fa intuire l’F33, vi erano anche tratti su ponticelli. I

Nel casale di Campora, alcune delle tante sorgentelle che esso possiede erano ( e sono) di proprietà privata, per cui vi erano anche dei brevi acquedotti privati a servizio delle comode dimore (“case palazziate”) delle famiglie più ricche.

Il resto della popolazione, se non disponeva di una cisterna  per la raccolta dell’acqua piovana annessa all’abitazione,  doveva quotidianamente andare a far scorta d’acqua presso le sorgenti o presso le pubbliche fontane.

 

 

Cartolina ded 1920 circa mostrante la piazza di Bomerano (si noti l’atmosfera da villaggio alpino) con la fontana pubblica del casale. L’inserto in basso a sinistra, tratto da una cartolina dello stesso periodo (collezione Michele Naclerio) permette di meglio apprezzare le forme della fontana.

Cartolina ded 1920 circa mostrante la piazza di Bomerano (si noti l’atmosfera da villaggio alpino) con la fontana pubblica del casale. L’inserto in basso a sinistra, tratto da una cartolina dello stesso periodo (collezione Michele Naclerio) permette di meglio apprezzare le forme della fontana.

 

Su queste ultime abbiamo i seguenti documenti:

F 15 -Lavori di riparazione al canale del pubblico fonte de Casale di Pianillo. 1817 1818

F 17 -Lavori di manutenzione al canale dell’unico fonte del Casale di Bomerano. 1818

F 24 -Riattazione della fontana di Bomerano e di altre opere pubbliche. 1822 1824

F 27 -Costruzione di quattro canali di fabbrica dalle sorgenti fino ai fonti pubblici e riattazione della strada del casale di San Lazzaro. 1823

F  39 -Domanda dei cittadini del villaggio di Bomerano per costruire a proprie spese un pezzo di acquedotto che conduce l’acqua nella pubblica piazza. 1828

Le fontane pubbliche erano solo 4, una per ciascuno dei casali formanti Agerola (Pianillo, Bomerano, Campora e San Lazzaro). L’unica che ancora sopravvive è quella di Pianillo , alloggiata sotto un fornice sottoposto al sagrato della parrocchiale di S. Pietro Apostolo.

 

         

 La fontana pubblica di Pianillo. Si notino i  due “cannoli” di  marmo, ottenuti  forando duegli spezzoni di colonnina di bifora, probabilmente  provenienti da una antica ristrutturazione della adiacente chiesa di S. Pietro (segnalata già nel XII secolo).


La fontana pubblica di Pianillo. Si notino i  due “cannoli” di  marmo, ottenuti  forando degli spezzoni di colonnina di bifora, probabilmente  provenienti da una antica ristrutturazione della adiacente chiesa di S. Pietro (segnalata già nel XII secolo).

 

 

 

Qui una botola in vetro sul sagrato  permette anche di vedere un pezzetto dell canale che portava alla fontana’- e alle vivine Martino – l’acqua della sorgente de La Calcara.

Apro qui una parentesi linguistica che ci riporta a quei secoli (ultimo l’Ottocento) in cui le fontane pubbliche erano importantissime. Nacque allora il termine  “fontaniere”  che è ancora di largo uso nel nostro dialetto per indicare l’idraulico. All’epoca era, invece, il “tecnico” addetto a manutenere le fontane pubbliche.

 

STRADE E PONTI

Ancora più numerosi di quelli relativi ad acquedotti e fontane sono i documenti che riguardano interventi su strade e ponti. Infrastrutture di primaria importanza alla cui efficienza prestava attenzione prioritaria anche il governo centrale del Regno. Ecco i titoli dei fascicoli  relativi ai ponti:

F 11 -Riattazione di un tratto di strada interna che conduce al mulino di Campora. 1815 1817

F18 -Sulla costruzione di un ponte nel luogo detto LaValle. 1818

F 21 -Riattazione del ponte di fabbrica che unisce le due contrade Ponte e Bomerano e del fonte che conduce le acque al Casale di Bomerano. 1820.

F 23 -Costruzione di due archi e di un pilastro del ponte denominato Lama Campanella. 1821 1824

F31– Riattazione dei ponti di San Bernardino e La Rossa. 1823 1825

F 28 -Riattazione del ponte di Bomerano e della strada di San Lazaro danneggiati dall’alluvione. 1823

F 38 -Costruzione di un ponte di fabbrica nel luogo detto Ponte di San Bernardino. 1827

F 41 -Costruzione di un ponte sul Torrente detto di San Bernardino.1828 1831

 

 

Il ponticello “a schiena d’asino” che scavalcava il Rio Penise in località La Vertina (strada bassa da Pianillo a Campora).

Il ponticello “a schiena d’asino” che scavalcava il Rio Penise in località La Vertina (strada bassa da Pianillo a Campora).

Il ponte citato nel F 21, sulla strada che da Bomerano (zona Villani) va a Ponte, è l’ancor oggi esistente Ponte di Sotto, così detto per distinguerlo da quello (pur’esso ancora esistente) che scavalca la stessa incisione torrentizia più a monte, collegando Bomerano con Pianillo. Allo stesso Ponte di Sotto credo che si riferisca il F 21, quando cita il ponte de La Rossa (una delle denominazioni usate per indicare il torrente che divide Bomerano da Pianillo e da Ponte).

Non riesco, invece, a localizzare il ponte a “La Valle” di cui al F 18 e il ponte a due arcate di Lama Campanella, di cui al F 23. Circa il ponte di S. Bernardino, cui si riferiscono i FF 31, 38 e 41, sappiam o che è quello col quale scavalca il Rio Penise la strada da Pianillo a San Lazzaro; ponte per antonomasia di Agerola, tanto da aver generato –nel tardo Medioevo –  l’espressione toponomastica A lo Ponte (oggi “fra zione Ponte”). I titoli dei FF 38 e 41 parlano di “costruzione”, ma dovette piuttosto trattarsi di restauro o consolidamento, visto che il titolo delF 31 – che è anteriore agli altri due FF – parla di “riattazione”. Che il ponte di S. Bernardino fosse a tre arcate già prima di questi interventi ottocenteschi lo dimostra anche il fatto che quel ponte a tre luci compare nello stemma seicentesco dei de Stefano, tra l’altro riprodotto in calce alla tela che decora il loro altare di famiglia nella chiesa di S. Nicola al Ponte. Un’ipotesi che lo studio dei citati fascicoli dovrà verificare è quella che furono i citati lavori di primo Ottocento a tompagnare la prima e la terza arcata, lasciando invece libera quella centrale.

Riguardo ai lavori pubblici effettuati su strade comunali, ecco i fascicoli  che offre la Busta 1121 decitato fondo dell’Archivio di Stato di Salerno:

F  6 -Costruzione della pubblica strada che dal villaggio di Campora va alla volta di San Lazaro fino alla cappella di San Michele Arcangelo. 1812 1813.

F 8 -Riattazione delle strade interne. 1813 1815

F 9 -Riattazione della strada esterna. 1814

F 12 -Lavori di sgombero della terra e delle pietre portate dall’alluvione sulla pubblica strada che conduce alla Chiesa Battesimale di San Martino.1816 1817

F 13 -Riattazione della strada che dal Ponte del Molino di Tobia Acampora porta al punto detto Li Fiori. 1816 1817

F 14 -Riattazione della strada del Casale di Campora che passa per il punto detto Crocella. 1817

F 19 -Lavori di riparazione della pubblica strada denominata la Pietra  che conduce alle due parrocchie di Santa Maria la Manna e di San Pietro Apostolo. 1819 1824

F 2 -Riattazione del tratto di strada pubblica che da Agerola porta ad Amalfi. 1810 1815

F 22 -Lavori di riparazione del tratto di strada pubblica detta Li Galli. 1820

F 28 -Riattazione del ponte di Bomerano e della strada di San Lazzaro danneggiati dall’alluvione. 1823

F 32 -Riattazione del tratto di strada pubblica denominato Casa Acampora. 1824

F 29 -Lavori di restauro alle strade che da Agerola conducono ad Amalfi, Gragnano e Castellammare. 1823

F 34 -Riattazione del tratto di strada pubblica detta Punta di San Lazzaro . 1826

F 35 -Riattazione in diversi tratti di strada pubblica del villaggio di San Lazzaro. 1826 1828

F 40 -Riattazione di diversi punti di strada e canali. 1828 1829

F 42 -Ricorso del parroco di Santa Maria della Manna, Ferdinando Cuomo per innovazioni e chiusura delle strade dette Petrariello e Santone. 1829

F 42 -Ricorso del parroco di Santa Maria della Manna, Ferdinando Cuomo per innovazioni e chiusura delle strade dette Petrariello e Santone. 1829

In tema di strade va innanzitutto precisato che nel periodo cui risalgono i documenti in esame Agerola non aveva certo le strade asfaltate cui sismo abituati oggi. E nemmeno vi erano ancora quelle “carrozzabili” larghe sei metri e a dolci pendenze che furono realizzate  in paese negli ultimi anni dell’Ottocento, dopo l’apertura della strada carrozzabile per Gragnano con traforo a quota 700 m sotto il Colle delle Palombelle (inaugurato nel 1885). Prima di ciò le strade interne erano commisurate a un traffico fatto solo di pedoni –  non di rado carichi di sacchi, sporte o fascine – nonché di muli che portavano anch’essi carichi talora ingombranti.

A darci un’idea di come erano quelle antiche strade contribuiscono i tratti ancora conservati qui e là, ma anche questa frase che traggo dal già citato Regolamento di polizia urbana e rurale  del 1824:

Le strade pubbliche saranno conservate nella larghezza di palmi 10 in diretto (sui tratti rettilinei) e nella voltata (nelle curve) di palmi 14…le braccia di strade che partono da strade pubbliche saranno della larghezza di palmi 8 in diretto e nella voltata di palmi 10 franche di siepi”.

 

 

 

Un tratto della millenaria mulattiera che collegava Agerola con Pino, Pimonte e Gragnano passando per la località Gemini e per il valico di Colle S. Angelo (circa 950 m di quota).

Un tratto della millenaria mulattiera che collegava Agerola con Pino, Pimonte e Gragnano passando per la località Gemini e per il valico di Colle S. Angelo (circa 950 m di quota).

Nei tratti subpianeggianti del territorio si trattava di strade in terra battuta o brecciolino a decorso liscio e poco o niente pendente, m prima o poi   lisce e  e per , ma dove si trattava di superare una gola, per non costruire ponti troppo alti  e costosi, si avevano tratti selciati e gradonati che scendevano e risalivano i fianchi vallivi. Ugualmente gradonati e rivestiti con scheggioni calcarei erano le mulattiere che si inerpicavano sui monti intorno all’altipiano agerolese (per poi scendere a Pimonte, Gragnano, Castellammare e Scala)  o che dall’altipiano scendevano verso i paesi rivieraschi della Costa d’Amalfi.

Passando allo specifico dei documenti in esame, noto che anche in tema di lavori stradali – similmente a quanto visto per il ponte di S. Bernardino – pare che nei titoli si abusi alquanto del termine “costruzione”, nel senso che l’antichità dei tracciati viari citati mi fa credere che si trattasse piuttosto di rifacimenti o di adeguamenti  a nuovi standard.

I FF 10, 12 e 28 ci fanno poi comprendere, già dal poco che dicono i titoli, quali fossero le cause di tanti interventi di sgombero e riparazione su strade e canalili: le piogge eccezionali  e la forza erosiva dei ruscellamenti  da esse innescati. Forza erosiva che a tratti aggrediva i pendii montuosi, scaricando poi detriti più a valle;  mentr, in altri casi aggrediva direttamente ei manufatti causando dissezioni e cedimenti.

Notizie di lavori pubblici resisi necessari per simili eventi eccezionali  si trovano anche nei faldoni dedicati ad altri comuni del Principato Citra, il che rende il fondo “Intendenza opere pubbliche” dell’Archivi di Stato di Salerno molto interessante per i climatologi e i geologi che lavorano alla ricostruzione  delle variazioni climatiche occorse in tempi storici (utili anche a predire gli scenari futuri) e alla comprensione di come i vari ambiti territoriali rispondono – in termini di crisi alluvionali – alle piogge eccezionali.

 

 

 

NOTE

1 – Disponibile come PDF su http://www.archiviodistatosalerno.beniculturali.it

2 – Sono gli anni in cui il Regno di Napoli conosce le grandi riforme politico-amministrative portate dai napoleonidi (trono Napoli a Giuseppe Bonaparte tra 1806 e 1808, poi a ), Gioacchino Murat fino al  1815) per poi conoscere la “restaurazione borbonica (re  Ferdinando fino al ’58 sul trono di quello che è ora detto Regno delle Due Sicilie; poi  suo figlio Francesco, fino alla conquista garibaldina)

 

 

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First International Conference on Metrology for Archaeology Benevento (Italy) October 22-25 2015 The archaeological potential of Agerola (Amalfi Coast, S. Italy) in relation to geological factors. Il potenziale archeologico di Agerola (Costa d’Amalfi, Italia) in rapporto ai fattori geologici

 

Marta Cinque

 

RIASSUNTO

Viene riproposto in versione sfoltita il lavoro della dottoressa Marta Cinque (premiato come miglior poster del convegno Metrology for Archaeology 2015) sulla valutazione del potenziale archeologico di Agerola in base alle variabili morfologich e stratigrafiche del territorio.  Per il potenziale relativo a reperti di epoca romana riveste grande importanza la presenza e lo spessore dei depositi primari (Wpa) e rimaneggiati (WPb) dell’eruzione vesuviana del 79 d. C. Come mostrato in fig. 9, nella conca di Agerola si distinguono

  1. a) zone ripide (>20%) dove la coltre delle pomici del 79 d. C. (WPa) è oggi mancante o ridotta a pochissimi decimetri di spessore;
  2. b) porzioni di ripiani orografici poste alla base di versanti e impluvi ripidi dove il paleosuolo d’epoca romana si trova normalmente tra 3 e 5 m di profondità (sotto la coppia WPa+ WPb);
  3. c) porzioni subpianeggianti e lontane da versanti in aggetto dove WPa è poco o niente assottigliato dall’erosione e il paleosuolo romano è di norma a 1,5 – 2 m di profondità;
  4. d) zone a pendenza medio-bassa (7 ÷ 20 %) dove l’unità WP è mediamente assottigliata dall’erosione e il paleosuolo romano si pone di solito tra 0,7 e 1,5 m di profondità.

Le conseguenze di dette variazioni di profondità in termini di prospettive archeologiche sono schematizzate in figura  10.

fig-10

I  – INTRODUCTION

Meant in terms of probability of good archaeological results, during an excavation, the archaeological potential of  an area is something to be evaluated by considering two main components: (i) the probability that the area – or parts of it – did really host, in ancient times, buildings or other marks of the human presence and (ii) the probability that, nowadays, those signs are still there, protected in the underground. While the former is a matter for archaeologists and historians, the latter may require contributions from Earth scientists; not only to sense geophysically the possible buried ruins, but also to preliminary subdivide the area in sectors  that – having recorded  different geomorphological and sedimentary evolutions since the ancient period of interest, have different  preservation potential.

 

fig-2

 

A zoning  of this kind is proposed here for the area of Agerola (Fig. 1) and particularly for remains of the Roman period. For that area, the study puts also attention  on some older formations and palaeosols (see section III) that are to be recalled to archaeologists because the usable geo-materials that contain and because, in the future, they could reveal layers of prehistorical interest.

Although no archaeological campaign was ever taken in Agerola, a number of fortuitous findings occurred there since the 19th century [1-4], suggest that the place was frequented during the whole Bronze Age (probably by semi-nomadic shepherds), while a village with its necropolis rose there during the Iron Age. Moreover, in Roman times, the basin floor was punctuated by farms, some of which of the villa rustica type. Therefore it seems that  Agerola has an appreciable archaeological potential that could reveal new interesting data about early phases of human settlement in the mountains facing the Tyrrhenian coast of S. Italy.

 

II – APPROACH AND METHODS

For the present study, searching and analyzing outcrops were the main sources of data, but to overcome limitations imposed by the widespread soil cover, I used also logs of drillings and penetration tests, taken from previous geotechnical reports. The interpretation of SPT data started from the test sites falling near to places of drillings and/or outcrops, allowing correlations between stratigraphical units and corresponding value-ranges and curve shapes in SPT (Fig. 4). After such calibrations it was possible to gain litho-stratigraphical and stratimetrical information even for places with only SPT data available.

The uppermost terms of the local stratigraphy, which record the eruption of Vesuvius in A. D. 79 and following events, influence much the archaeological potential for  Roman times. For it an attempt to generalize the data collected at control points was carried out. To the purpose, the observed lateral variations of stratigraphy (which depend largely on post-eruption erosion and re-deposition) were spatially analysed to understand how they depend on local morphometry and geomorphology. Once understood, such causal links became keys to extend areally the stratigraphical information (from  the points of control to the areas delineated on geomorphological basis).

 

III  -THE PYROCLASTIC COVER: GENERAL STRATIGRAPHY AND ASSOCIATE USABLE  GEO-MATERIALS

Within the Agerola basin, over the substrate rocks lies a multi-layer cover of pyroclastic origin which is 10 to 18 m thick on the terraces of the basin floor and thins out rapidly moving toward the surrounding hillslopes (Fig. 5). Wherever the slope angle exceeds some 30°, bare rock prevails and terms of the pyroclastic cover are found mainly inside karstic pits and pockets.

 

fig-5 fig-6

 

The bulk of the cover at issue derives from the accumulation of pyroclastic coming from the volcanoes of the nearby Campana Plain (Fig. 1). The top part of the sequence is made of the products of A. D. 79 eruption of Mt. Vesuvius (WP unit; see # IV) which generally constitute the parent material of the present soil cover, an exception to this rule are steep slopes, where the WP cover is removed by erosion and the soil develops on older pyroclastic units. The eruption units occurring in YP (in alternation with palaeosols and reworked materials) probably belong to the Late Pleistocene. For the youngest of them (which is >1 m thick) an age greater than 18 ka is proposed, based on the fact that none of the youngest eruptions of the nearby volcanoes (excepted that of A. D. 79) dispersed its fall out toward the study area [8].

As to RC, an origin from deep and long lasted weathering of pyroclastics is proved by the presence of sanidine crystals and halloysite [5]. The frequent presence of a coarse sandy fraction suggest that the parent pyroclastic material was supplied mainly by volcanoes of the Campana Plain. The age of RC is still uncertain. It could fall in the first part of Late Pleistocene and/or in the Middle Pleistocene.

The fact that ruins of ancient furnaces were found in Agerola, immediately below the pumices of A.D. 79 [1] strongly suggests that the clay in RC was used in Roman times to produce kitchenware and bricks.

Merely hypothetical is – on the contrary – the use in ancient times of another geo-material worthy to signal to archaeologists: a thin crust of limonite (yellow ochre) and other Fe and Mn oxides, which occurs at the basal contact of RC on the carbonate bedrock. While ignored by recent geological literature and maps, it was cored and studied during the Italian Autarky [8]. The metallic content was found to be high enough, but no mine was ever open in Agerola because the ore body was too thin.

fig. 4

IV -THE WP UNIT AND THE DEPTH OF ROMAN PALAEO-LANDSURFACE

Very important to the WP for Roman times, is the eruption of Vesuvius in A. D. 79. As well known, that explosive eruption dispersed its fall out toward SSE [8], that is almost the direction from Vesuvius crater to Agerola.

 

fig-9

 

Based on the new measurements made at points of minimum post-eruption disturbance, the amount of fall out was about 200 cm on the southernmost portion of Agerola. For the N part of the basin, where the A. D. 79 cover appears extensively thinned by erosion, an original thickness of at least 230 cm was estimated taking into account the thickness gradient shown in the isopachous map of Sigurdsson et al. [8]. As desumable from some descriptions of ancient excavations in Agerola [1, 4], the weight of such  cover caused the sudden collapse of most roofs, while conditions were created for the preservation of daily life objects inside the buried ruins.

In Agerola, as in other parts of the range [9], after  the A. D. 79 eruption, the steepest slopes experienced many decades of both accelerated erosion and sliding of the pumice cover. Most of the removed material flowed to the sea, while part of it  accumulated on the terraces (Wpb).

Nowadays, at point where Roman buildings existed, the possibility that taller or lower ruins still remain underground varies from case to case, depending on the present thickness of the pumice cover. For this reason, the study area was zoned as shown in the map of Figure 9 by using the procedure discussed in Section II.

 

V  FINAL REMARKS

In addition to a description of the whole sequence of pyroclastic units covering the gentler portions of the area, this research has produced a map of the Agerola basin proposing a zoning based on presence and thickness of the pumice cover related to the A. D. 79 eruption of  Vesuvius.

Although preliminary and improvable, this zoning can help future archaeological researches by indicating in which sectors the underground has higher potential of remains preservation and which sectors are more promising for surface archaeological surveying (see Figure 10).

 

fig-10

 

Moreover, the map  could help defining well commensurated measures of heritage protection ,both  in terms of consistence and in terms of spatial distribution.

It is also  important to remark  that, for a matter of scale, the proposed zoning does not consider the thickness variations that occur at the site scale wherever a hillslope is terraced for agricultural purposes. Said terraces, which are very common and ancient in the area, were often obtained by transferring ground from the upper to the lower half of each plot. The consequence is that near the outer edge of a terrace the Roman palaeo-landsurface rests deeper than near the inner edge. Depending on how steep was the pre-existing natural slope and how large are the plots realized on it, the above difference varies between about 0.5 and 1.5 m: enough, in some areas of “a” and “c” classes, to create cases in which the Roman palaeo-landsurface has come to the surface or at least to the plowing zone.

However, the influence of artificial terraces on near-surface stratigraphy (and, consequently, on archaeological potential) is clearly a matter that future investigation will have to analyse case by case at site scale. Both for this particular need and – more in general- for improving the “first approximation” map presented here, many more points of controlled stratigraphy should be added in the future.

Preferably they should consist in new drillings and test pits, but also the less expensive penetration tests can be very useful, because the experience made during the present study demonstrates that the transition from the A. D. 79 pumices to the underlying Roman palaeosol has a clear penetrometric signature: number of blows falling from 5 -10 to 0 -2 (Fig – 11).

 

References

[1] M. Camera, ”Memorie storico- diplomatiche dell’antica Città e Ducato di Amalfi”, Stabilimento tipografico nazionale, Salerno, 1881, Vol. 1, p. 4 and Vol. 2 p. 615, 682, 710 and LXVIII,.

[2] P. Parenzan, ”Grotta di S. Barbara. La Speleologia”, Rivista del Centro Speleologico Meridionale, N. 1, Azienda Tipografica Eredi Bardi. Roma, 1961, p. 23.

[3] C. Albore Livadie, “La Campania media e la penisola sorrentino-amalfitana dall’età del Rame

all’età del Ferro: alcune situazioni a confronto”, in: F. Senatore & M. Russo eds. “Sorrento e la Penisola Sorrentina tra italici, Etruschi e Greci nel contesto della Campania antica”, Scienze e Lettere, Roma, 2010, p. 149-176.

[4] A. Apuzzo, “Agerola”, Tipografia Napoletana, Napoli, 1964,p. 22, 110 pp + figs.

[5] M. Cinque, “Analisi geoambientale gis-aided di Agerola (Campania). Un contributo a future ricerche archeologiche”, Graduation thesis in Natural Sciences, University of Naples Federico II, 2014, 156 pp.

[6] R. Cioni, R. Santacroce, A. Sbrana, “Pyroclastic deposits as a guide for reconstructing the multi-stage evolution of the Somma-Vesuvius Caldera”, bull. Volcanol, vol. 60, 1999, pp. 207-222

[7] F. Penta, “L’attività svolta dal Centro Studi delle Risorse naturali dell’ Italia Meridionale”, Boll. Società dei Naturalisti in Napoli, 1939, Vol. 30, p. 75-123.

[8] H. Sigurdsson, S. Carey, W. Cornell, T.S. Pescatore, “The eruption of Vesuvius in AD 79”, Nat. Geogr. Res., vol. 1, 1985, pp. 332-387.

[9] A. Cinque & G. Robustelli, “Alluvial and coastal hazards due to far range effects of plinian eruptions: the case of the Sorrento Peninsula (S. Italy) after the famous Vesuvius eruption in A. D. 79” in C. Violante (eds), Geohazards in Rocky Coastal Areas. Geological Society London, Special Publications, 2009, 322, pp. 1

 

 

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La proprietà e il possesso. I rapporti tra proprietari terrieri e contadini in un contratto del 1104.

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Nel corso del Medio Evo, ad Agerola come nel resto del Ducato di Amalfi, era notevole la percentuale di territorio che apparteneva a monasteri e chiese. Affinché tali proprietà producessero quelle rendite annue atte a garantire il sostentamento del clero e il finanziamento di eventuali attività assistenziali e benefiche, venivano affidate a vario titolo a famiglie di contadini in grado di coltivarle al meglio e, non di rado, incrementarne la produttività trasformandole da incolto o selva a vigneto, frutteto o castagneto da frutto (contratti ad pastinandum).

Su queste cose è senz’altro utile leggere saggi di sintesi e di interpretazione storico-sociologica, ma è altrettanto utile, e certamente più coinvolgente, leggere qualche documento originale dell’epoca che – facendo parlare direttamente dei protagonisti – ci porta dentro i fatti con la potenza di un film storico ben fatto.

In tal senso voglio qui presentare (nonché tradurre e commentare) un contratto redatto ad Amalfi il 27 agosto 1104 (data a ridosso del capodanno bizantino) e riguardante un castagneto di Pianillo di Agerola del quale ancora esistono lembi residui tra le vicinanze della Casa Comunale, l’inizio di Via Ponte e la scarpatina a valle del Cimitero.

Quel contratto lo troviamo trascritto alle pagine 173-175 del primo volume de “Il Codice diplomatico amalfitano” di Riccardo Filangieri, nonché alle pagine 159-161 del primo volume della raccolta “Il Codice Perris” (a cura di J. Mazzoleni e R. Orefice).

Ne riporto prima il testo originale, che usa un latino medievale abbastanza comprensibile, e poi la traduzione a senso delle parti più significative (quelle che sottolineo e numero) con qualche mia nota di commento.

 

IL TESTO ORIGINALE

 

In nomine Domini Dei salvatoris nostri Jesus Christi. anno videlicet ab incarnatione eiusdem millsesimo centesimo quarto, die vigesima septima menssis agust,i ind. duodecima Amalfi.

Certum est me (1) Sergius f. qd. Stefano clerico f. dom. Johanni presb. da sancto Petro. a presenti die promptissima voluntate scribere et firmare visus sum vobis (2) dom. Constantino presb. f. qd. Leone de  Constantino. (3) hanc chartulam similem de ipsa chartula quod nobis scribere fecistis. pro quibis dedistis et assignastis nobis plenarium et integrum (4) ipsum castanietum vestrum in Ageroli positum at sanctum Petrum de Purzano. (5) qui est de ipsa medietate propria vestra de ipsa ecclesia sancti Nicolai qui dicitur de ipsis Aurificis. per finis et omnia qualiter et quomodo proclama ipsa chartula traditionem quod nobis exinde scribere fecistis. cum salba via sua et omnibus sibi infra se habentibus et pertinentibus. unde nichil exceptuastis.

In ea enim rationem. ut (6) amodo et semper nos et heredibus nostris filii filiorum nostruorum usque in sempiternum eos habeamus et teneamus et laboremus et cultemus et ubi habet bacuum pastinemus eos totum de tigillos et insurculemus eos de ipsas castaneas zenzala. Et implere eos debeamus totum de fine in finem de perfecto castanieto. Curam et certamen seu vigilantia exinde habere debebeamus nos et nostris heredibus (7) ut semper dicat tertius et quartus boni homines quia bonum est laboratum et cultatum et plenum de fine in finem de perfecto castanieto.

 

(8) Et iam amodo et semper castanee et omnem alium frugium quod ibidem Dominus nos et nostros heredes donat, vobiscum et cum vestris successoribus per medietate. castanee sicce at grate et fructora per tempore suo in pred. loco. et ipsa partem vestra de pred. castanee et de pred. fructora nos vobis ille deponamus et nostris heredes usque hic in Amalfi at sancto Nicolao sine pargiatura. et qando (sic) deponimus ipse castanee vos nobis detis manducare sicut consuetudo est. et omni annuo demus vobis ipsa sabbatatica.

(9) Et si nos et nostros heredes bene eos non laboramus et cultamus et pastinamus et insurculamus et omnia non atimplemus nos et nostris heredibus sicut super legitur potestatem habeatis vos et vestris successoribus nos et nostri heredes exinde bacui iactare cum causa nostra mobilia.

(10) Et si nos et nostros heredes bene eos laboramus et cultamus et pastinamus et insurculamus et omnia atimplimus qualiter superius legitur non habeatis potestatem vos vel vestris successoribus nos vel nostris heredibus exinde iactare neque nullam virtutem vel imbasionem nobis ibidem facere. sed per omni tempore vindicetis nobis eos ab omni humana persona. (11) Et qui de nobis et vobis et nostros heredes et vestros successores aliquid de ss. placito minuare vel retornare voluerit componat ad partem qui firma steterit auri solidios septuaginta byzantinos. Et hec chartula sit firma im perpetuum 

Sergius Ferafalcone testis sum

Ego Leo Isfisinatus testis sum

Leo filius Sergii filii Iohanne iudex testis est

Ego Ursus diaconus et abbas cappelanus palatii scripsi.

TRADUZIONE E COMMENTI

 a) Tipologia dell’atto.

Come esplicitamente detto in un passaggio del documento, trattasi di una chartula traditionem. L’espressione chartula traditionem (con charta nel senso di ‘scrittura, accordo scritto’) viene da traditio, termine latino che indicava il trasferimento del possesso (alias il cosidetto ’utile dominio’) di un bene. In epoca arcaica ciò avveniva con la materiale consegna del bene stesso, ma già in epoca romana imperiale si passò a una traditio che prevedeva anche un atto scritto.

 b) Le parti in causa.

Nel brano 1 vediamo che il colono è l’agerolese Sergio figlio del fu Stefano, chierico, figlio del fu Pietro, presbitero di S. Pietro de Purzano (antico nome di quella che poco dopo si prenderà a chiamare S. Pietro de Planelluma, chiesa parrocchiale di Pianillo) [1].

Dai brani 2 e 5 comprendiamo che a concedere il castagneto a Sergio fu il presbitero don Costantino del fu Leone de Costantin, che ne ne aveva facoltà in quanto proprietario di metà (medietate) della chiesa di S. Nicola degli Orefici (Aurificis) di Amalfi, ovvero dei possedimenti ad essa intestati.

Trattandosi, come vedremo, di un contratto destinato a valere usque in sempiternum le due parti non sono semplicemente Sergio e Costantino, in quanto vengono impegnati anche i futuri eredi del primo (presumo i primogeniti maschi di ogni generazione) e i successori del secondo (chiunque si troverà a ricevere quella metà del patrimonio di S. Nicola degli Aurifices che al momento possiede Costantino). Da qui il ricorrere nell’atto di locuzioni del tipo nos et nostris heredibus, relativamente al parlante Sergio, e vos et vestris successoribus, laddove Sergio cita la controparte rappresentata da Costantino.

 c) Perché non si descrivono i confini del fondo.

Questa carenza, come pure la mancata descrizione di costruzioni e annessi che erano presenti in quel fondo (via sua et omnibus sibi infra se habentibus et pertinentibus), son cose dovute al fatto che –ce lo dice il brano 3 – siamo di fronte a una seconda copia del contratto, simile (ma non ovunque identica) a quella che era stata precedentemente redatta per Costantino. Solo in quest’ultima era infatti cruciale definire bene l’estensione di ciò che si cedeva a Sergio; nella copia per Sergio, invece, bastava richiamare semplicemente che trattavasi di “quel vostro castagneto” (ipsum castanietum vestrum) sito in Agerola alla località S. Pietro de Purzano (vedi brano 4).

d) Gli impegni presi da Sergio (e suoi futuri eredi).

Il brano 6 comincia con lo specificare che il contratto vale ora e sempre (amodo et semper), garantendo a Sergio ed eredi, ai suoi figli e figli dei figli fino all’eternità (usque in sempiternum) il possesso di quel fondo a condizione, però, che essi rispettino costantemente gli impegni presi. Impegni che consistevano nel lavorare e coltivare il fondo (ossia migliorarne le condizioni e condurvi le coltivazioni previste; vedi oltre). Circa i lavori migliorativi da fare, viene specificato che dove ora vi sono zone “vuote”, improduttivo (ubi habet bacuum) piantare giovani castagni (pastinemus … tigillos) e poi innestarli (insurculemus) con la varietà preferita dell’epoca: la castaneas zenzala.

 e) Le verifiche da parte dei boni homines.

Si capisce che il cosiddetto “castagneto” di cui qui trattasi lo era solo in maniera imperfetta; il fondo doveva includere anche spazi incolti o occupati da coltivazioni di minor pregio. Infatti leggiamo che Sergio ed eredi si impegnano a riempire (implere) di castagni da frutto tutto il fondo, da cima a fondo (de fine in finem). Il mancato rispetto di questo impegno poteva dare al proprietario di riprendersi il fondo (vedi oltre) e la frase 7 fa capire che eventuali controversie circa la buona conduzione o meno del fondo, se non risolte direttamente tra le due parti, vedevano intervenire due periti super partes: quelli che il documento in esame, come tantissimi altri, chiama “tertius et quartus boni homines” [2]. Viene esplicitato che, affinchè Sergio ed eredi restassero in possesso del castagneto, i boni homines dovevano sempre poter dire (semper dicat), fatte le loro verifiche, che il castagneto bonum est laboratum et cultatum et plenum de fine in finem de perfecto castanieto (che sta ben lavorato e coltivato e  pieno di perfetto castagneto da capo a fondo).

f) La divisione dei raccolti.

Col brano 8 si passa alle specifiche riguardanti la divisione dei raccolti annuali tra concedente e colono. Il senso di ciò che Sergio afferma nel brano è più o meno questo: a partire da ora e per sempre, le castagne e ogni altro frutto che Dio ci donerà lo divideremo con voi a metà (per medietate). Le castagne secche (sicce at grate [3]) e la frutta al tempo in cui matura vi saranno consegnate al predetto luogo (intende la chiesa di S. Nicola). La perte vostra delle predette castagne e dei predetti altri frutti noi ve le porteremo gratuitamente (questo probabilmente il senso di “sine pargiatura”) fino a S. Nicola di Amalfi e voi, come è consuetudine, quando porteremo le castagne ci darete da mangiare (nos detis manducare sicut consuetudo est). Inoltre, ogni anno vi daremo la sabbatatica”.

Con quest’ultimo termine, esclusivamente nell’area amalfitana, si indicava quella che altrove era detta onorantio: un annuale regalo in natura che i coloni facevano ai proprietari terrieri. Nel contratto che stiamo scorrendo non se ne specifica la consistenza, ma dai tanti altri contratti medievali che la specificano sappiamo che trattavasi di cosa medesta (ad esempio: un pollo o venti uova), per cui era più un segno d’ossequio che altro. In quanto a origine del vocabolo, sabbatatica potrebbe risentire del fatto che, una volta, simili omaggi periodici si calcolavano a settimana, prendendo il sabato come giorno limite (“….per omne die sabbato detis nobis facse quinque de folia”).

g) Condizioni per perpetuare la concessione.

Il brano 9 sancisce l’accordo tra le parti a che, se Sergio o un suo erede futuro non ottempereranno agli obblighi di ben lavorare, e coltivare il fondo, nonché di piantare e innestare nuovi castagni negli spazi “vacui”, Costantino o un suo futuro successore avrà il diritto di togliergli il possesso del castagneto. L’espressione usata è “exinde bacui iactare cum causa nostra mobilia”, la quale significa grossomodo ‘immediatamente gettarci fuori con tutti i nostri beni mobili’ (che mi fa venire in mente quella frase dialettale che dice: “Iettaie fora isse cu tutte ‘e bavttelle soie!”.

Il brano 10 esprime né più né meno che il converso; infatti vi si legge che, sintanto che i coloni lavorano e coltivano bene il castagneto, riempendone i vuoti ecc. ecc., come si legge più su (“qualiter superius legitur”), Costantino e i suoi futuri successori non hanno podestà di cacciarli, né di fargli alcun atto di forza o invasione, provvedendo invece in ogni tempo a garantirci quel possesso contro eventuali pretese di terzi.

h) Clausola penale.

Nella frase 11, che si chiude ribadendo: questo contratto resti valido in perpetuo (“hec chartula sit firma im perpetuum”), viene stabilito che semmai una delle parti dovesse arbitrariamente ridimensionare o rgettare uno qualsiasi degli impegni soprascritti (“aliquid de ss.”), essa dovrà corrispondere all’altre la somma di 70 solidi aurei bizantini [4].

 

CASETTA ESSICCATOIO DAL SITO Essiccare le castagne,un'arte antica - Sapori & Cultura - Rassegna www.saporiecultura.org

CASETTA ESSICCATOIO
DAL SITO
Essiccare le castagne,un’arte antica – Sapori & Cultura – Rassegna
http://www.saporiecultura.org

CONCLUSIONE

L’ammontare di simili penali veniva calcolato in proporzione all’entità dei lavori migliorativi da farsi nel fondo e, quindi, all’estensione di quest’ultimo. Il fatto che all’epoca, con 70 solidi aurei (280 tarì d’oro), si potesse acquistare un piccolo podere con annessa casa rurale, fa ritenere che il castagneto preso in possesso e gestione da Sergio aveva un’estensione considerevole.

Nelle concessioni terriere per chartula traditionis il vantaggio maggiore per il concessionario era quello della durata perpetua del patto e della congiunta possibilità di trasmettere il possesso del fondo agli eredi, assicurando loro un lavoro e una rendita.  In quanto agli effetti della presenza di una cospicua penale in caso di recesso unilaterale (i 70 solidi aurei del nostro caso), mi sembra che la consistenza della cifra rassicurava il proprietario che il concessionario (e suoi eredi) non avrebbe abbandonato l’impresa, per così dire, alle prime difficoltà (ad esempio: di fronte a una o più annate di  scarso raccolto).

La notevole consistenza della penale, d’altra parte, garantiva alla parte concessionaria (nel nostro caso Sergio ed eredi) un’adeguata ricompensa per i lavori di miglioria fatti nel fondo,  nel caso in cui un recesso unilaterale da parte del proprietario fosse intervenuto a lavori oramai già compiuti.

Ad ogni modo, se per sopraggiunte nuove necessità, la parte proprietaria decideva di recuperare anche il possesso materiale del fondo precedentemente dato in utile dominio a una famiglia contadina, sono abbastanza certo che, invece di corrispondere la prevista penale, previo accordo conciliatorio, gli cedeva la proprietà di un pezzo di quello stesso fondo che per generazioni aveva posseduto e coltivato.

Un esito analogo avevano in quei secoli (tra il X e il XIV) anche alcuni contrAtti agrari  del tipo ad pastinandum  [5]; in particolare il sotto-tipo del “pastinato parzionario” (o pastinatio in partem) che prevedeva già nel contratto l’opzione che il colono diventasse proprietario di una parte del fondo al cui miglioramento aveva lavorato.

Fu così, credo, che tanto alcuni contratti  a traditionis, quanto molti di quelli ad pastinandum, finiRono col generare dei frazionamenti e dei passaggi di proprietà  dall’iniziale “latifondista” (ricco nobile, monastero o chiesa) a dei contadini che spesso, precedentemente, erano stati nullatenenti.

…il lavoro alla conquista della proprietà in forza di quel vincolo che avvince la terra a chi la coltiva»” [6].

 

NOTE

1 –Non meravigli il fatto che Sergio fosse figlio di un chierico e nipote diretto di un presbitero: siamo in data anteriore a quei Concili Lateranensi del del 1129 e 1139 che, mentre dichiaravano illeciti e invalidi i matrimoni di diaconi, presbiteri e vescovi,  esclusero il matrimonio dopo l’ordinazione. La possibilità di ordinare uomini precedentemente sposati, sempre meno usata, scomparve totalemente solo nel Cinquecento con le decisioni del Cocilio di Trento, tra cui quella che istituiva i Seminari .

2 –L’Enciclopedia Treccani definisce i boni homines come “Magistrati che nell’alto Medioevo, in tutta l’Europa occidentale, esplicavano molteplici funzioni (amministrative o giurisdizionali, in genere in ambito cittadino), variabili a seconda delle aree geografiche e spesso non bene definibili”.

3 -Onde garantirne la conservazione (e la vendita nei periodi dell’anno in cui li rapporto domanda/offerta garantiva prezzi unitari più alti) le castagne venivano stoccate sicce at grata, ovvero seccate su apposite griglie, sotto le quali si creavano e mantenevano vive delle braci di adeguata intensità. Il tutto, probabilmente, dentro un apposito locale annesso all’abitazione o in una casupola eretta dentro il castagneto. 

4 –Il Solido d’oro di Bisanzio pesava circa 4,5 grammi e all’epoca veniva fatto corrispondere a 4 tarì d’oro di Amalfi. Al prezzo attuale dell’oro, 1 solido aureo bizantino varrebbe circa 150 euro, ma il suo potere d’acquisto nel XII secolo poteva essere sensibilmente maggiore.

5 – Sul tema vi è un’ampia saggistica. Mi limito a riportare la parte iniziale di ciò che si legge alla voce Pastinato della Enciclopedie on line  Treccani:  “Contratto agrario medievale, diffuso soprattutto nell’Italia meridionale, avente per oggetto la concessione di terre incolte, con l’obbligo per il concessionario (pastinatore) di dissodarle, scavarvi i fossi per le acque e piantarvi alberi fruttiferi e viti”. In effetti le azioni di miglioria potevano essere anche altre, rispetto a quelle qui indicate. Da noi, ad esempio, terrazzare i pendii, disboscare etc.  Quanto la voce riporta circa le condizioni contrattuali non dà ragione della varietà di casi che si ebbe da zona a zona e di tempo in tempo.  

 

6 –Silvio Pivano –I contratti agrari in Italia nell’alto Medioevo. Torino 1904.

 

 

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Quando i castagneti da frutto dominavano il paesaggio agrario.

Tra le mille indicazioni che possono trarsi dall’esame del Regio Catasto Onciario di Agerola (compilato nel 1752) una riguarda la distribuzione degli usi del suolo dell’epoca.

Esaminando le oltre 400 “rivele” dei capifamiglia, nonché quelle degli enti ecclesiastici (chiese, monasteri  e confraternite), dei Monti di famiglia e dei forestieri con beni in Agerola, si scopre innanzitutto che viveva in casa propria circa il 95% delle famiglie (403) e che solo il 5% circa (16 casi) stava in casa presa in affitto.

 

catasto_onciario_di_agerola

 

Circa la estensione dei vari tipi di copertura vegetale e usi del suolo (land cover / land use degli anglofoni) quel catasto non permette calcoli precisi in quanto le varie proprietà terriere che esso cita (senza mapparle) sono caratterizzate per rendita annua e non per estensione areale. Tuttavia, un’idea approssimativa possiamo farcela guardando alle frequenze con le quali compaiono in catasto i termini  lì adottati per indicare la varie tipologie di copertura vegetale e di uso agrario del suolo; frequenze espresse come percentuali del totale delle specifiche presenti in Catasto, pari a 2001 [1].

Il termine selva (“…possiede una selva nel luogo Cavallo…”) compare 280 volte, mentre il termine bosco compare 187 volte (FC = 14% )

Passando dalle formazioni vegetali naturali a quelle modificate dall’uomo nel corso del Medioevo, abbiamo le  75 menzioni  (FC = 3,5%) di “selve castagnali”, ossia di boschi puri di castagno da legna (castagno amaro; dialettale pontichito) .

Abbiamo poi i termini che afferiscono a terreni coltivati (di solito previo terrazzamento dei fianchi montuosi). In tale categoria abbiamo 400 volte (FC = 20%)  la comparsa del termine orto. Il fatto che compaia circa tante volte quanto le case di proprietà (vedi sopra) non è un caso: si trattava quasi sempre di orti ad uso di famiglia o, almeno, così denunciati, forse per non vederseli calcolati come fonti di rendita e vedere quindi accresciuta la propria tassazione.  La  frase tipica che si legge nelle rivele catastali è: “… abita in casa propria con attaccato un poco d’orto per uso proprio…”). Ad ogni modo ieri come oggi, venivano destinate a orto le aree più prossime alle case, perché bisognevoli di cure agricole più frequenti e di una maggiore vigilanza.

Circa uguale frequenza  (FC = 20,2%) ha il caso del cosiddetto “terreno da zappa” o “terreno” e basta o, ancora, “terra” (“…possiede un pezzo di terra al luogo Lama…”) , presente 404 volte, di cui 6 relativi a terreno definito sterile.

 

Un tipico orto agerolese

 

Stupisce abbastanza la scarsa frequenza dei termini frutteto/terreno fruttato (solo 17 volte; FC = 0,8% circa) e  vigna/vigneto (solo 8 volte; FC = 0,4%). Quasi certamente questi bassi numeri non significano che le coltivazioni d’uva fossero così rare. Certo, eravamo nel pieno della Piccola Età Glaciale  e il clima, sensibilmente più freddo di oggi, alle altitudini di Agerola doveva aver convinto molti che era meglio dedicarsi a colture montane e, col ricavato di vendite, comprarsi il vino dai contadini dei vicini centri costieri.  Ma, in aggiunta a ciò, si deve considerare che parecchie vigne (e alberi da frutta) dovevano stare nei già citati orti presso le case, tipicamente caratterizzati da più livelli di coltivazione (vite su pergola e alberi da frutto tenuti alti, con sotto le orticole).

Veniamo, infine, al caso dei castagneti da frutto. I relativi termini ( “castagneto” e “porzione di castagneto”)  compaiono nel Catasto Onciario ben 630 volte!

 

Alcune "riole" residue dell'ampio castagneto di San Pietro (Pianillo di Agerola), citato già in una fonte del 1104

Alcune “riole” residue dell’ampio castagneto di San Pietro (Pianillo di Agerola), citato già in una fonte del 1104

Come si nota, quella dei castagneti da frutto è la tipologia a maggiore frequanza (FC = 32% circa). Tradurla in percentuale di copertura  areale (FA) e raffrontarla con quelle delle altre colture (orti, terreni da zappa, frutteti e vigneti, che nell’insieme danno una FC pari al 42% circa) non mi appare facile al momento, perché non ho certezze sulla taglia media che caratterizzava, da una parte, le proprietà definite come castagneti e porzioni di castagneto e, dall’altra, le proprietà con altri tipi di coltura. Ad ogni modo, considerando molto probabile che le prime non erano mediamente più piccole delle seconde (se non di poco), mi sento di concludere che le aree a castagneto da frutto coprivano in totale una percentuale di territorio assolutamente rilevante (vedi Tabella); di poco inferiore a quella che era destinata a tutti gli altri tipi di coltivazioni.

 

TAB

 

In ciò mi conforta anche il fatto che, scorrendo il Catasto Onciario, si capisce che all’epoca (1752) vi erano castagneti in tantissime zone che oggi (e a memoria d’uomo) sono invece occupati da orti, vigne e coltivi di altro genere, nonché da nuove aree residenziali e di servizio.

A cosa si deve il fortissimo ridimensionamento areale dei castagneti da frutto avvenuto ad Agerola in periodo successivo agli anni del Catasto Onciario? Credo di non andare troppo lontano dal vero ipotizzando che un fattore decisivo fu l’affermarsi (non solo a livello locale) di quelle nuove fonti di carboidrati che sono il mais e la patata.

Sono notoriamente piante importate dalle Americhe dopo la scoperta del Nuovo Mondo. Tutte e due richiesero tempo affinchè l’uso di coltivarle e consumarle si affermasse in Europa, vincendo inerzie culturali e diffidenze. Più che all’affermarsi del mais [2], che da noi doveva coltivarsi già all’epoca del Catasto Onciario, la osservata contrazione dei castagneti da frutto (cui di recente hanno contribuito anche malattie) credo che fu dovuta  all’affermarsi delle coltivazioni di patate [3], che sul soffice e fertile suolo agerolese e sotto il nostro clima riescono particolarmente bene. Tra l’altro, a segnalare quel cambio di coltura estensiva prevalente (dal castagno alla patata) intervenne anche la nascita dell’appellativo di patanari dato agli Agerolesi dagli abitanti dei paesi intorno.

E continuiamo pure a coltivarlo questo tubero, magari recuperando le sue cultivar più tradizionali e tipiche, nonché a …celebrarne la bontà  con la bella sagra Gusta la Patata che organizzano ogni secondo week end di agosto quelli della borgata di S.Maria La Manna, ma –nel contempo- trattiamo con grande rispetto i residui lembi di castagneto da frutto che ancora punteggiano il territorio agerolese. Quelle enormi riole – come chiamiamo i castagni da frutto di grossa taglia – hanno spesso più di un secolo di vita e, cosa ancora più importante, stanno negli stessi luoghi dove mille e più anni fa i nostri antenati piantarono tigillun (virgulti di castagno selvatico; dialettale odierno tiillo) e poi provvidero a innestarli (medievale insurculare; dialettale odierno ‘nsertà)  con “bona castanee zenzalis” [4] .

Oltre ad abbellire il nostro paesaggio e a dare un prodotto che è ancora rilevante per l’economia di talune famiglie, quei residui di antichi castagneti sono, dunque, una testimonianza storico-culturale molto importante e certamente meritevole di tutela.

 

NOTE

1 – Queste frequenze di cittazione (FC) non possono automaticamente tradursi in percentuali di area coperta (FA = % dell’area totale del territorio comunale, pari a circa 1983 ettari) poiché – ovviamente –  la dimensione media degli appezzamenti non può considerarsi la stessa per le varie tipologie. Ad esempio, è presumibile che gli appezzamenti adibiti ad orto avessero estensioni unitarie  nell’ordine delle are (tra 2 o 3 e una quindicina), mentre  la taglia  delle proprietà di tipo boschivo (boschi, selve e selve castagnali) doveva essere tra l’ettaro e le decine di ettari. Quindi, per tradurre le frequenze percentuali di citazione (FC) in percentuali di copertura areale (FA = %  dell’area totale del territorio comunale, pari a circa 1900 ettari)  dobbiamo applicare dei fattori di correzione proporzionali ai rapporti di taglia media che si avevano tra gli appezzamenti a diversa destinazione.

2 -In dialetto locale detto graurinnia, ossia ‘grano d’India’ (ricordiamoci che le Americhe furono inizialmente prese per parte del continente asiatico-indiano).

3 – Gli Spagnoli avevano scoperta quella pianta  nel 1539 in Perù, ma fu solo nel tardo ‘700 e ‘800 che la coltivazione e il consumo di patate prese gradualmente piede in Europa, cominciando da certe regioni francesi, svedesi e svizzre.

4 -Operazioni, queste, che troviamo  ben descritte in tante  pergamene dei secoli X-XIV riportanti i contratti di a pastinandum coi quali i grandi  proprietari terrieri (monasteri e nobili) affidavano a famiglie contadine degli appezzamenti che da bosco o incolto dovevano – appunto –  essere trasformati in castagneti da frutto. La zenzale era la varietà preferita all’epoca.

 

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