Strada facendo. Le sofferte vicende che portarono la rotabile ad Agerola (con qualche spigolatura a contorno)

Dedico questo articolo a quella che fu una tappa importante dello sviluppo  socie-economico e della evoluzione paesaggistica di Agerola: l’arrivo di moderne strade rotabili in luogo di quelle mulattiere e delle scalinate che per secoli e secoli erano state le uniche vie di accesso al paese, tanto sul versante che scende verso la Costa d’Amalfi quanto su quello che scende verso l’area stabiana e, dunque, verso Napoli.

 

Figura 1 – Agerola, località Gemini. Un tratto della antica mulattiera per Pino, Pimonte e Gragnano.

In merito all’antica viabilità interna ad Agerola, ricordo ciò che ebbe a scrivere a fine Seicento il Pansa:  “…benchè aspra sia la salita, … è luogo larghissimo … e vi si potrebbe andare colle mute a sei”.  A fargli immaginare spostamenti in carrozza (addirittura a sei cavalli) fu sia la topografia dell’altopiano agerolese, sia la dolce pendenza di alcune strade comunali: Ma esse erano dolci solo a tratti, perché – all’incontro di incisioni torrentizie – si tramutavano in gradonate che  scendevano verso bassi ponticelli e poi risalivano sul ripiano orografico.

Figura 2 – Agerola, località La Vertina. Il ponte sul Penise come appare su di una foto degli anni Trenta del ‘900.

 

Fu solo ai tempi dei Napoleonidi sul trono di Napoli (1806-1815)  che si decise di scavalcare con una rotabile (“carrozzabile”, si diceva allora) la dorsale dei Monti Lattari. In particolare, nel 1807 si andò molto vicino alla messa in cantiere di una carrozzabile da Castellammare ad Amalfi via Agerola, ma le forti pressioni esercitate dai comuni ad est di Amalfi fecero alla fine preferire uno scavalcamento all’altezza del valico di Chiunzi, così da scendere a MMaiori e da qui proseguire lungo costa verso Amalfi. I lavori per tale nuova strada partirono nel 1811 e continuarono anche dopo il ritorno dei Borbone a Napoli. Rivelatosi molto più impegnativo del previsto, il progetto finì con l’essere abbandonato nel 1828, anche a causa dei dissesti recati da un’alluvione (Russo M. –L’avvento delle strade rotabili ed il loro impatto con il paesaggio. In: Atti del convegno “La Costa d’Amalfi nel secolo XIX: Vol. II, pp. 15 – 64. Amalfi, Centro di Cultura e storia amalfitana, 2001).

Poteva essere l’occasione per riprendere in considerazione la strada Castellammare – Agerola – Amalfi, ma per dare a quest’ultima un accesso rotabile, fu invece deciso di partire da Vietri e costruire una strada costiera passante per il Capo d’Orso, Maiori e Minori; strada che sarà completata entro l’anno 1854.

Negli anni successivi all’Unità d’Italia, l’impulso dato dal governo sabaudo alla costruzione di nuove strade nelle province meridionali presentò una nuova occasione. Si tornò a pensare a una strada trasversale alla lunga barriera orografica data dai Monti Lattari, e le prima proposta ad essere avanzata e a riscuotere attenzione e fondi fu quella della Meta – Positano – Amalfi, proposta nel 1863 dal cav. Luigi Rossi di Positano, il quale si proponeva anche come appaltatore dell’opera. Ma per mancati accordi tra le due province interessate e per altre vicende sfavorevoli che possono leggersi negli Atti del Consiglio Proviniale di Napoli, 1872, pp. 181 e segg.  (leggibile anche in Google Libri), le cose andarono per le lunghe.

Intanto, giò nel novembre del 1868 il Genio Civile governativo aveva presentato un suo progetto preliminare per una strada carrozzabile da Castellammare ad Amalfi via Agerola e, visto che essa non era stata inclusa nell’elenco delle nuove strade provinciali da realizzarsi in Italia meridionale, all’inizio dell’anno appresso il sindaco di Agerola (Felice Mascolo)  presentò al governo una argomentata petizione con la quale si chiedeva l’inclusione di detta arteria stradale  in quell’elenco. Al proposito consiglio di leggere l’interessante  verbale della discussione che si ebbe alla camera dei deputati durante la seduta del 24 aprile 1869 ( Rendiconti del parlamento italiano. Discussioni della Camera dei deputati https://books.google.it/books?id=IqRClZ61yiUC) .

La rilevanza di quell’opera venne pienamente riconosciuta, ma, vista la momentanea mancanza di fondi nel comparto delle strade provinciali (già tutti assegnati), fu suggerito di avvalersi intanto dei finanziamenti disponibili nel capitolo delle strade consortili obbligatorie (quelle che congiungevano comuni ai capoluoghi; legge del 31 agosto 1868), così da poter avviare i lavori almeno sul tratto fino ad Agerola.  Il consorzio con Gragnano e Pimonte fu rapidamente costituito e i comuni si impegnarono a garantire le loro quote di partecipazione (parte in denaro e parte sotto forma di prestazione di manodopera da parte di cittadini), ma al Consiglio provinciale di Napoli pervennero insieme due pratiche consortili: quella della linea Agerola e quella della linea Positano. Messe a confronto le caratteristiche orografiche e demografiche dei due tracciati viari, nel 1871 il Consiglio Provinciale si espresse a favore della linea per Agerola.

I relativi cantieri vennero aperti nel 1873 e, tra difficoltà di vario ordine, furono necessari sette anni per portare la strada fino al punto terminale previsto in quella fase: la piazza del municipio di Agerola, sita nel casale Pianillo. Nel settembre del 1879 l’impresa Dramis e Ripesi  mise mano alla più impegnativa delle opere d’arte caratterizzanti il percorso: il traforo delle Palombelle. Lungo 800 metri circa, esso abbassava la quota di svalico di circa 250 metri, rispetto a quanto faceva la precedente mulattiera (di cui restano splendidi avanzi) salendo fino al passo di S. Angelo a Jugo, a

Figura 3 -Il traforo delle Palombelle in una vecchia foto (Immagine dal sito  http://www.imgrum.org/user/danielemeriani)

Come ricorda la lapide posta allo sbocco sud del traforo (località Gemini), l’opera fu inaugurata – sebbene ancora al grezzo – in data 23 agosto 1880.

Nel frattempo non si era affatto rinunciato a proseguire la rotabile fino ad Amalfi, tanto è vero che (come ricorda M. Russo nell’opera citata) il Genio Civile aveva in tal senso redatto un progetto di massima che prevedeva due possibili percorsi: uno che, superata Campora e raggiunta la Punta di S. Lazzaro, scendeva verso il ponte di Lone (periferia ovest di Amalfi) per le balze ad oriente della gola del Penise – Schiatro e, l’altro, che da Pianillo raggiungeva Bomerano e, superato il ciglio sud dell’altopiano agerolese, scendesse verso il ponte di Lone attraverso Furore, la gola del Penise – Schiatro, Conca dei Marini e Vettica Minore.

Ad essere scelta come quella da realizzare fu la seconda opzione, poiché serviva un maggior numero di comuni. D’altra parte, i casali agerolesi di Campora e S. Lazzaro non sarebbero rimasti isolati, provvedendosi, tra il  1882 e il 1890 a tracciare una rotabile comunale che, partendo da S. Maria di Pianillo e ricalcando in molti tratti una via preesistente, giunse comunque fino al belvedere di Punta S. Lazzaro.

Come sappiamo, l’arteria principale fu proseguita fino ad Amalfi solo nel primo Novecento (inaugurazione nel 1933), mentre la fine dell’Ottocento la vide giungere solo fino al confine tra Bomerano e Furore, che poi coincide con quello tra le province di Napoli e Salerno (cfr. mio precedente post  https://agerola.wordpress.com/?s=sguardo+dal+ponte ).

Riguardo all’attraversamento di Pianillo e Bomerano, mi è qui utile riportare una figura tratta dal sopracitato saggio della professoressa Maria Russo. Trattasi di uno stralcio di tavola progettuale che l’autrice ha reperito presso l’Archivio di Stato di Napoli, nel  fondo Genio Civile, f. 301/364; materiale di cui sarebbe bene chiedere copia e metterla nel nostro archivio storico comunale. 

 Figura 4 -Stralcio di grafico progettuale relativo al tratto Pianillo – Bomerano della rotabile di fine Ottocento (da M. Russo 2001).

Lo stralcio mostrato abbraccia il tratto che va dalla periferia sud ovest di Pianillo fino a poco oltre la Piazza di Bomerano. In merito alla rotabile in progetto, l’elaborato mostra due diversi tracciati: quello che marco con la lettera “a” (rappresentato con doppia linea continua), che ricalca abbastanza fedelmente la via comunale preesistente  e quello che marco con la lettera “b” (rappresentato con linea continua singola), che si spostava un po’ più a valle, su un percorso più sgombro di case. Come dice l’Autrice, il  tracciato “a” attiene al progetto presentato il 25 gennaio 1881 da Emanuele Mascoli,’ingegnere del Real Corpo del Genio Civilei, mentre il tracciato “b”  si lega a una revisione del progetto Mascoli  fatta nel 1886. Viene da chiedersi:

(1) come mai il progetto Mascoli fu modificato nel 1886?

(2) e perché, quando si passò a realizzare quel tratto di rotabile (dal 1888 in poi), si abbandonò l’ipotesi “b” per tornare alla precedente ipotesi “a”?

La prima domanda trova risposta nel fatto che in data 29 settembre 1885 il Ministero dei Lavori Pubblici approvò finalmente il passaggio della nostra strada da consortile a provinciale, con estensione fino ad Amalfi  per  innestarla sulla Meta – Positano – Amalfi, finalmente anch’essa in costruzione. Da detto passaggio di rango scaturì  la necessità di realizzarla secondo standard superiori (6 anziché  5 m di carreggiata netta, curve di maggior raggio, ecc.), per cui  l’ing. Luigi Falco venne incaricato di apportare le necessarie modifiche al progetto del Mascoli.  Come si nota in figura, la scelta del Falco fu quella di svincolarsi dai limiti geometrici che imponevano gli edifici presenti lungo la antica via comunale, così da poter dare alla strada tutte le caratteristiche prescritte per la classe cui apparteneva. In particolare, nello stralcio di progetto che ho appena mostrato, si nota lo spostarsi a valle del quadrivio di Botteghelle per evitare sia le case ivi presenti che un inutile saliscendi prima di giungere al ponte di Bomerano. Anche quest’ultimo veniva spostato più a valle (con una campata 10 metri più lunga che nell’ipotesi Mascoli) e, dopo il ponte, si proseguiva per le zone della Francazza e dei Villani, seguendo un preesistente viottolo  (indicato dalla freccetta bianca nelle figure 4 e 5), che oggi è  la strada a  senso unico per chi percorre la Strada Regionale 366 in direzione Napoli).

Per rispondere alla domanda numero 2, va considerato il fatto che le modifiche di tracciato proposte dall’ing. Falco – specialmente per quanto riguardava la zona di Bomerano –  suscitarono una vibrata protesta da parte dell’allora  sindaco di Agerola (Alfonso Lauritano), il quale alla fine ottenne che si tornasse sul tracciato disegnato dal Mascoli, ossia a una strada che passasse dentro, anziché intorno all’abitato di Bomerano.

Con ogni probabilità, la protesta del sindaco raccoglieva quella di molti cittadini, specie di quelli che avevano case e botteghe lungo la via comunale, i quali credevano di restar fuori dai vantaggi portati dalla nuova rotabile se questa non fosse passata sotto casa.

Mancò in tutti la capacità di prevedere un futuro nel quale il traffico, da risorsa, si sarebbe trasformato in problema. Ma non successe solo ad Agerola e, certo, non era una previsione facile da farsi, specie nei centri rurali, in un epoca ancora lontana dalla diffusione dei veicoli a motore.

Far passare la provinciale dentro i casali ebbe anche un’altra conseguenza negativa. Pur non essendo fittamente costruiti, in alcuni punti fu necessario farsi largo sfettando qualche casa e in molti tratti lo spazio tra gli edifici preesistenti sui due lati bastò a malapena a creare la carreggiata, negando la possibilità di aggiungervi – allora o in futuro –  dei marciapiedi.  Né si fece meglio durante diversi decenni a seguire, quando si tollerò che sorgessero a filo di carreggiatale nuove case e palazzi che i privati corsero a edificare lungo l’appetita via nova.

Figura 5 –Stralcio di una carta topografica di primo Ottocento (collezione carte storiche dell’ Istituto Geografico Militare) che inquadra all’incirca la stessa zona di figura 4. Con la freccetta bianca indico il “viottolo” citato nel testo parlando del tracciato proposto dal Falco nel 1886.

 

Chiudo questo mio articolo con un paragrafo dedicato al cimitero comunale e a come la sua posizione un po’ defilata costituisca una traccia fisica di quell’alternarsi di ipotesi diverse che – nel tardo Ottocento – caratterizzò la scelta del percorso da dare alla nuova rotabile dentro Agerola.

Come documenta Angelo Mascolo nel suo libro Agerola. Dalle origini ai giorni nostri (Ed. Micromedia, 2003,  pp. 231-232 e 343  e segg.) fu solo nel 1887 che l’amministrazione comunale decise dove ubicare quel camposanto comunale permanente che la legge imponeva di realizzare da vari decenni.

Il sito prescelto (che marco con il riquadro “c” in figura 4)  fu quello ove ancora insiste il Cimitero e fu acquistato quello stesso anno, ritagliandolo da un più ampio fondo che la parrocchia di S. Nicola possedeva da secoli in quella parte di Pianillo.

Come mai si scelse un lotto di terra staccato dalla via comunale dell’epoca? Probabilmente fu per via del fatto che non  vi era ancora certezza su dove sarebbe passata – in quel tratto – la nuova rotabile provinciale: se ricalcando l’antica comunale o, invece, alcune decine di metri più a valle, secondo il tracciato dell’ing. Falco del 1886.

Sembra confermare questa ipotesi il fatto che, dopo che fu accolta la richiesta del sindaco di abbandonare l’ipotesi Falco e ricalcare la vecchia via comunale, nel 1888 il Comune dovette chiedere alla  parrocchia di S. Nicola di vendergli un altro pezzo di terra: una striscia di circa 300 metri quadri (cfr. Mascolo, op. cit. p.  231)  per realizzare un viale di collegamento tra l’ingresso del cimitero e la costruenda rotabile; viale che è stato poi allargato e asfaltato una trentina di anni fa.

Per completezza devo aggiungere che risale agli anni Ottanta dello scorso secolo anche l’apertura di quella traversa di via Ponte che, venendo a costeggiare la facciata del Cimitero, simula quel che sarebbe stato l’aspetto del luogo se la rotabile di fine Ottocento fosse passata là dove prevedeva il progetto a firma dell’ing. Falco.

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I Luoghi Pii laicali e il Concordato del 1741.

Dell’aggettivo “pio” (dal latino pius) ci è ben nota l’applicazione a una persona o gruppo di persone, allorquando significa “che prova, mostra o rispecchia un profondo sentimento di fede e di devozione”. Ma il vocabolario Treccani ci ricorda che esso si applica a tutto ciò “che concerne la religione, il culto, la vita religiosa”, quelle “istituzioni che si propongono insieme fini di culto e di carità o di assistenza sociale”. Ne discende che la dizione Luoghi pii, equivalente a Opere pie, indica quelle istituzioni (e loro sedi) che, mosse da motivazioni religiose e solidaristiche, si occupavano di  carità e assistenza sociale. A seconda di chi li amministrave, erano distinte in ecclesiastiche, laicali e miste.

Un ospedale retto da monaci di un certo ordine lo si classificava, dunque, come un Luogo pio ecclesiastico, mentre l’esempio più diffuso di Luogo pio laicale (o misto, se aggregava anche qualche religioso) è quello delle confraternite [1].

IMG_2337CONGREGA

Ad Agerola le confraternite sono ancora numerose, ma ancor di più lo furono nei secoli scorsi. Su di esse raccolse molte notizie storiche il compianto Angelo Mascolo e le si può leggere nel Capitolo II della Parte VII  del suo volume Agerola dalle origini ai giorni nostri (MicroMedia 2003).

Con questa mia breve nota voglio segnalare una fonte di tardo Settecento che è staata di recente resa fruibile da Google Mi riferisco al fascicolo intitolato “Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della Provincia di Principato Citra” che ha per sottotitolo: I quali, secono la riforma fatta nel corrente anno 1788, debbono corrispondere la prestazione come segue”. Il fatto di presentarsi anonima (nessun autore indicato in copertina) mi fece subito intuire che doveva trattarsi di un allegato a una pubblicazione governativa dedicata a quella Riforma che è citata nel sottotitolo della Nota. In ciò mi confortava anche il  fatto che –sempre in Google – si trovano altre Note simili, dedicate ad altre provincie del Regno di Napoli.

Scoprire quale fosse la riforma in questione non mi è stato facile, ma alla fine ci sono riuscito, scovando e  leggendo il bel saggio di Nello Roga “Dai Luoghi pii alla pubblica assistenza in Terra di Lavoro  Una ricerca sulle confraternite della diocesi di Aversa nel primo periodo borbonico e nel Decennio francese” (Napoli, 2013).

Bisogna risalire al 1741, quando re Carlo di Borbone, grande riformatore, stipulò con la Santa Sede un Concordato che  fissò i limiti della competenza ecclesiastica sugli luoghi pii laicali e, parallelamente, definì i seguenti regimi fiscali per i luoghi pii del l Regno di Napoli:

  1. a) I luoghi pii ecclesiastici, come pure le chiese e le comunità ecclesiastiche, avrebbero goduto di una tassazione ridotta al 50% di quella ordinaria per i beni acquisiti prima del Concordato, e che tali beni non sarebbero stati assoggettati ad altri tributi eventualmente introdotti in futuro  per beni dei privati. Invece, ai beni acquisiti dopo il Concordato si sarebbero applicati “tutti i tributi regi e pubblici pesi che si pagano e pagheranno da’ laici”.
  2. b) Gli ospedali e i monti di pietà (antenati dei Monti dei pegni) godevano l’esenzione da qualsiasi tribyto.
  3. c) luoghi pii laicali e misti avrebbero continuato a pagare regolarmente tutti i tributi.

Fu anche istituito in Napoli un Tribunale Misto (con membri sia di nomina governativa che di nomina curiale) con il compito di vigilare e soprintendere al rispetto delle nuove norme “intorno alla vita e rendimento de’ conti degli ospedali, estaurite  [2], confraternite ed altri luoghi pii laicali e misti governati e amministrati da laici, che non sono sotto l’immediata regia protezione …con l’invigilar primieramente che gli amministratori de’ suddetti luoghi pii rendano infallibilmente ogni anno i conti. Col decidere tutte le liti, che possono insorgere ad occasione ed intorno al rendimento de’ conti. Dovrà il medesimo tribunale invigilare e soprintendere che i suddetti luoghi pii sieno bene amministrati, con farsi delle lor rendite l’uso che si conviene [3], secondo la natura e gli obblighi di ciascun di essi.

Ma veniamo ora a quell’anno  1788 che è citato nel sottotitolo della Nota qui presa in esame. Sempre dal saggio del Roga apprendiamo che quell’anno  fu emesso un provvedimento col quale si obbligavano tutti i Luoghi pii laicali e misti a contribuire al mantenimento del sopracitato Tribunale  Misto. Ciò doveva avvenire  mediante il versamento di un contributo annuale detto “annua prestazione”.

A verificare quali fossero, in ciascun Comune, i luoghi pii amministrati da laici e, quindi, tenuti a dare quell’annua prestazione, furono i Governatori locali, le cui indicazioni consentirono di compilare –per ciasuna provincia del Regno – una Nota del tipo di quella qui presa in esame.

xxxx

Detta Nota, dopo aver dato l’elenco di tutti i comuni che facevano parte della Provincia di Principato Citra (o Citeriore; quella da cui scaturirà poi la Provincia di Salerno), procedendo in ordine alfabetico, giunge presto a trattare del nostro comune, dando il seguente elenco di luoghi pii laiclali e misti

AGEROLA

Composta de seguenti Casali

CAMPORA – di Agerola

-Cappella di S. Maria di Loreto                     duc. 1,5

-Cappella del Rosario                                   duc. 1,5

-Cappella del Nome di Dio                            duc. 1,5

-Cappella di S. Maria delle Grazie                duc. 1,5

-Monte De’ Morti                                          duc. 1,5

BOMERANO -di Agerola

-Cappella del Pio Monte nella

   Parrocchia di S. Matteo                             duc. 1,5

-Cappella del Rosario in detta Chiesa          duc. 1,5

PIANILLO -di Agerola    

-Cappella del Sagramento                            duc. 1,5

-Monte de’ Morti                                           duc. 1,5

-Congregazione, e Cappella del Carmine     duc. 1,5

-Cappella di S. Maria della Pietà  nella

   Parrocchia di S. Maria della Manna           duc. 1,5

  1. LAZZARO -di Agerola

-Congregazione del Sagramento,

   Rosario, e Morti                                                  duc. 1,5

-Cappella di S. Maria a Miano                      duc. 1,5

MONTEPERTUSO -di Agerola

-Chiesa parrocchiale di

  1. Maria delle Grazie duc. 1,5

NOCELLA -di Agerola

-Cappella di S. Croce                                   duc. 1,5

In questo elenco, come in altri documenti di secoli fa, il termine  “cappella” non ha quell’accezione architettonica (‘vano con uno o più altari’) che è oggi dominante. Esso sta invece a indicare associazioni sorte per volontà di singoli fedeli o di gruppi (che le dotano di beni e rendite), allo scopo di adempiere a uno specificato  fine di culto (di solito la celebrazione di messe dedicate) e/o di carità e assistenza. In pratica, molte delle Cappelle in elenco corrispondono a confraternite o congreghe.

La cifra che vediamo indicata a ffianco a ciascuna istituzione è la annua prestazione di cui sopra, fissata in un ducato e mezzo per tutti i luoghi pii agerolesi. Scorrendo per intero la Nota si osserva che era il minimo richiedibile, evidentemente riservato agli istituti della fascia di rendita più bassa. Ci sono poi dei casi in cui la prestazione è di 6 o addirittura di 30 ducati , come per la confraternita Madonna delle Vergini di Scafati, evidentemente molto ben dotata.

Nell’elenco sopra riportato, un altro aspetto interessante è quello di vedervi indicati come casali di Agerola gli insediamenti di Montepertuso e Nocelle, i quali sono  poi passati a Positano, cui afferirono anche nel Medioevo [4].

Limitandosi ai 4 casali che sempre hanno fatto parte della universitas di Agerola (Bomerano, Campora, Pianillo e San Lazzaro), si osserva che i luoghi pii laicali o misti  erano ben 13, a fronte di una popolazione comunale che contava solo 2.900 anime (vedi articolo “Quanti eravano…” in questo blog).  Per raffronto vi dico che la stessa Nota porta 6 luoghi pii per Positano, 8 per Ravello, altrettanti per Pimonte, 9 per Praiano-Vettica Maggiore, 12 per Scala, 18 per Lettere-Casola e addirittura una trentina per Amalfi e suoi casali.  Una proliferazione di istituti che sul pieno del culto poteva essere positiva o, almeno, innocua, ma che – sul piano delle attività assistenziali – finiva talvolta col favoritre favoritismi familiari [5]. Cose che, come viene ricordato anche nella già citaa opera del di Cicco, finiranno col indurre l’autorità centrale a istituire in ciascun comune una sola Congregazione di Carità  (legge 753 del 1862), con il compito di “amministrare tutti  i beni destinati ai poveri”, e poi – con la legge 847 del 1937 –  a trasformare quelle congregazioni  in altrettanti Enti comunali di assistenza

(E.C.A.) [6]. Con lo scopo di assistere gli individui e le famiglie che si trovino in condizioni di particolari necessità.

 

NOTE

[1] – Le confraternite (o con greche) sono associazioni spontanee di fedeli che, canonicamente erette (con un decreto vescovile), ma gestite da laici, perseguono il duplice scopo di promuovere il culto divino e svolgere attività assistenziali (praticare la carità cristiana) verso il prossimo . Simili associazioni  cominciarono a sorgere già in epoca paleocristiana, ma fu tra il XIV ed il XVIII secolo che il loro numero esplose in tutta Europa.

2[2] – Ttermine greco-medievale che a Napoli e dintorni si trattenne nei secoli a seguire col significato di confraternita ad amministrazione autonoma.

[3] – Come ricorda Pasquale Di Cicco nel suo saggio  intitolato La pubblica beneficenza nel Mezzogiorno. Dalle Opere pie all’Ente comunale di assistenza (In: “La Capitanata – Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia”, XXV-XXX, 1993, pp. 73-84), questa vigilanza era tesa a  contrastare, da una parte, gli abusi da parte degli amministratori di certi luoghi pii e, dall’altra,  a  evitare che le loro sostanze, disperdendosi per mille rivoli, venivano destinate a fini diversi da quelli della beneficenza”.

[4] – Questi passaggi meriterebbero  uno studio specifico. Intanto ricordo che Montepertuso formava una universitas distinta sia da Positano che da Agerola nel 1729 (vedi in A. Bulgarelli Lukacs 1993, L’imposta diretta nel Regno di Napoli in età moderna) e che la limitrofa  Nocelle è indicata come casale di Agerola tanto nel  Dizionario Geografico Ragionato del Regni di Napoli di L. Giustiniani (stampato nel 1787) che nella Istorica descrizione del Regno di Napoli di G. M. Alfano (stampata nel 1823).

[5] – Si deve probabilmente a quella finale proliferare eccessiva di istituti all’interno di ogni Comune e Parrocchia (che  portava al ridurrsi del numero di soci/confratelli) se il termine confraternita ha finito col significare anche, nel linguaggio figurato, il negativo significato di  ‘gruppo ristretto, combriccola poco trasparente’ che non rende giustizia della  nobile valenza sociale delle confraternite medievali.

[6] – Con il trasferimento dell’assistenza sanitaria alle Regioni, nel 1978 si ebbe la soppressione degli E.C.A. i cui beni e il cui personale furono trasferiti ai Comuni.

 

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Appartenne ad Agerola l’area di pascuum pecoribus che, resa celebre da Galeno, diede il nome ai Monti Lattari.

Introduzione.

L’andamento dell’odierno confine settentrionale di Agerola  presenta delle anomalie che fanno intuire come esso sia mutato nel corso dei secoli. La più vistosa anomalia è quella della località Goffone, la quale costituisce quasi un’isola amministrativa[1] di Agerola  (solo un sottile isto a sud est la lega al resto del territorio agerolese) circondada da spazi che appartengono a Pimonte e a Gragnano. Altre anomalie  si legano al fatto che, nel tratto compreso tra il Colle Garofalo e il M. Cervigliano, il limite comunale non segue quasi mai gli spartiacque e le incisioni torrentizie. Esso  presenta bruschi gomiti, saliscendi e altre “stranezze” che mi fanno pensare che qui il confine comunale è stato “recentemente” ritoccato o tenendo conto anche dei limiti tra le proprietà prvate presenti in zona (curando che nessuna di esse finisse per metà in un comune e per metà in un altro).

A proposito di confini amministrativi, va ricordato che siamo in un’area che ha conosciuto notevoli  mutamenti nel corso dei secoli. In epoca romana essa appartenne tutta (fin su alla conca detta Gerula, ossia Agerola)  al pagus di Stabia. Le prime suddivisioni vi apparvero, credo, nel corso delll’alto Medio Evo, quando assunse dignità amministrativa Agerola e, a Nord di essa, gli Amalfitani crearono i castra   di Gragnano e Pino, cui seguirono la Terra di Pimonte e quella delle Franche. Verso la fine del Medio Evo si ebbe la scomparsa dell’universitas (comune) di Pino (vedi M. Camera, Memorie storico diplomatiche ecc., Vol. II, p. 644) e il suo territorio dovette probabilmente essere assegnato pro parte a Pimonte, pro parte a Le Franche e pro parte ad Agerola.  La zona di cui tratto in questo articolo (zona di Lattara, molto vicina alle rovine della antica Pino), fu probabilmente una di quelle che  furono assegnate ad Agerola.

 

Lattara e Galeno.

La località Lattara è  fatta di vari colli a sommità sub-pianeggiante (in senso geomorfologico dei terrazzi alluvionali), posti intorno a quota 500 m  nella zona che si incastra tra le alture di Colle Sughero – Colle S. Angelo, a Sud,  e quelle di Colle Carpineto – Pino, a Nord. Per caratteristiche e posizione, essa sembra proprio essere quella cui si riferiva il celebre medico Galeno quando, nel II secolo d.C., indicava la zona di provenienza del latte con straordinarie virtù terapeutiche che si produceva nei dintorni di Stabia; zona che egli descrive come pascuum pecoribus posti su colli di altitudo mediocris, distanti 30 stadiii o poco più (5,3 -5,5 km) dal lido stabiano (Methodo med., I, de rimediis, 5, 12, 7). Grazie al latte curativo che vi si produceva, quel luogo divenne così famoso che il toponimo fu scelto per denominare anche l’intera dorsale montuosa circostante, come attestano già gli scritti di VI secolo di Cassiodoro (Variae, XI, 10)  e di Procopio di Cesarea (Rer. Goth., I. IV).

Lattara nel Catasto Onciario.

Scorrendo il Regio Catasto Onciario di Agerola del 1752, ho scoperto che il territorio comunale allora comprendeva anche quella località Lattara che oggi, invece, ricade nel Comune di Pimonte. Ciò può ritenersi certo nonostante il fatto che quello sia un catasto privo di mappature. Trattasi infatti di un catasto a fini fiscali che adottava come criterio di inclusione non la residenza dei proprietari (che potevano essere tanto agerolesi che forestieri), bensì la collocazione dei beni immobili dentro i confini del Comune.

Dal Catasto Onciario di Agerola risulta che, a metà Settecento, a dividersi la proprietà di Lattara/Piano di Lattara erano i seguenti cittadini di Agerola:  Giovanni d’Acampora, Filippo d’Acampora, Felice di Fusco, M.co Giobatta Eboli, il reveredno Alessandro Coccia e il chierico Aniello Avitabile. Ad essi si aggiungevano i forestieri: Giuseppe Caucello di Gragnano, Giuseppe Lumberdi delle Francehe,  Crescenzo Donnarumma delle Francehe, il reverendo Tommaso Cavaliero di Furore, il beneficio del fu Matteo Rocco di Praiano ed i Padri  Gesuiti di Castellammare di Stabia.

Come dicevo, questi proprietari non agerolesi sono elencati nel catasto preso in esame perché la località Lattara era parte di Agerola. Questa appartenenza si protrasse almeno fino al primo Ottocento, visto che anche  il Catasto Murattiano di Agerola riporta proprietà site a Lattara. Tra esse spicca una vasta selva, che continua nella limitrofa località Argentara (più vicina alle falde Nord del M. Cervigliano) di proprietà delle Beneficiate di Casa Cuomo[2].

Al momento non saprei drequando fu, esattamente, che Lattara passò al Comune di Pimonte, ma non dovrebbe essere difficile trovare traccia di questo passaggio nei documenti dell’archivio storico comunale (annesso al Museo civico di Casa della Corte). Fu forse nel 1808, quando il confine tra Agerola e Pimonte divenne un confine  tra provincie, dato che  il decreto regio numero 154 bis trasferì nella Provincia di Napoli i comuni di Pimonte, Gragnano, Lettere e Casola, mentre Agerola rimase nella provincia di Principato Citeriore? Oppure nel 1846, quando anche Agerola passò nella Provincia di Napoli, o ancora con riordini legati l’Unità d’Italia? Ai volenterosi che vorranno spulciare vecchie carte e libri l’ardua sentenza!

NOTE

[1] Nel linguaggio tecnico di settore, si definiscono Isole Amministratie quelle  parti di territorio comunale circondate interamente dal territorio di altro o altri Comuni.

[2]  I Benefici e i Monti erano istituzioni assistenziali create da enti oppure, come in questo caso, da famiglie agiate con lo scopo di assicurare contributi economici a membri che si trovassero in difficoltà. Si attingeva alle rendite che garantivano i titoli e/o i beni immobili posseduti dal Beneficio. La più comune tipologia di intervento era quella del “premio di maritaggio”, occia dote in denaro assegnata a giovani spose bisognose.

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9 km e 9 secoli di distanza  schiacciati dal teleobiettivo di Antonio Iovine.

Quasi ogni volta che passo per la tabaccheria-edicola Cuomo di Bomerano, l’amico Antonio Iovine, oramai più che una promessa nel campo della fotografia documentaristica, mi delizia mostrandomi  qualche suo nuovo “scatto”. Un suo filone prediletto è quello dei notturni, e ieri me ne ha mostrato uno così interessante che subito  gli ho chiesto: Posso pubblicarlo sul mio blog?  Ricevuto il suo convinti si, eccomi qui a presentarvi l’immagine in questione.

PINO (2)

Come mi ha spiegato Antonio, è una foto ripresa dalla zona “dietro al Traforo” (uscita dal tunnel per Gragnano), dove – muovendosi a piedi, cavalletto con fotocamera in spalla –  lui ha cercato e trovato il punto preciso per avere allineati due famosi templi mariani della zona:  la romanica chiesetta di S. Maria di Pino (a 573 metri s.l.m.) e il grande santuario della Madonna di Pompei (a 14 metri s.l.m.).

La potente zoomata messa in atto e l’eccezionale trasparenza dell’aria nella notte prescelta, hanno  fatto si che quasi si annullassero i nove chilometri di distanza che si hanno – in linea d’aria e in direzione quasi esattamente Sud – Nord – tra li due edifici sacri inquadrati.

In senso figurato, la foto “schiaccia” anche la grande distanza cronologica che intercorre tra le due chiese: quella pompeiana fu fatta erigere dal beato Bartolo Longo nel tardo XIX secolo, mentre quella in primo piano fu edificata nel decimo secolo sotto il doge di Amalfi Mastalo I . Ampliata nel corso del XIII, quando fu anche  ruotato di 90° il suo orientamento, la chiesa di S. Maria di Pino  è quanto di più integro rimane dell’antichissimo castrum Pini , borgo fortificato voluto dagli Amalfitani per difendere il loro ducato filo-bizantino contro possibili invasioni longobarde che, attaccandolo da Nord, sfruttassero l’agevole  corridoio naturale della valle del Rio di Gragnano per salire sino ai valichi agerolesi e, di lì,   piombare poi su Amalfi. In sinergia con le fortificazioni di Belvedere (Pimonte), Castello (Gragnano) e Lettere, il castrum di Pino  riuscì per secoli ad evitare simili invasioni, cedendo solo al terzo degli attacchi che portarono i Normanni (anno 1131). Finita così l’autonomia del ducato d’Amalfi, il castello di Pino vide ridimensionata la sua importanza strategica, ma il borgo continuò a vivere ancora per qualche secolo, costituendo una universitas a sé stante rispetto a quelle limitrofe di Pimonte e de  Le Franche, sulle quali ebbe, a tratti, primazia (v. M. Camera, Memorie storico-diplomatiche etc. vol. II, p. 644). Poi il borgo andò gradualmente spopolandosi e, ai tempi di re Ferrante,  subì il colpo di grazia di una distruzione ad opera di truppe aragonesi cui pare che diedero una forte mano dei militi della famiglia Cavaliere.

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I Lauritano, antichissima e notabile famiglia agerolese.

 

Come  è possibile verificare, ad esmpio, sul sito www.cognomix.it, la presente distribuzione del cognome Lauritano vede la Campania come regione italiana di massimo addensamento. Dentro la Campania vediamo  primeggiare le province di Napoli e Salerno, poiché sono esse a spartirsi  quel comprensorio dei Monti Lattari e dintorni in cui è massima la frequenza del cognome Lauritano, Agerola in testa.

Questa presente distribuzione geografica è già di per sé un buon indizio per ipotizzare che il cognome nacque dalle nostre parti.  D’altro canto, la sua etimologia rimanda, con davvero pochi dubbi, a un luogo della Costa d’Amalfi; esattamente a Laurito, sobborgo marittimo  della periferia Est di Positano che, a sua volta, deve il suo nome alla presenza di boschi di lauro (lauretum).

Prima di procedere oltre, devo avvisare il lettore di non dar credito a ciò che leggerà su un noto sito di araldica che ascrive l’ origine dei Lauritano alla zona di Catania e ai tempi dell’imperatore FedericoII.  Mi è stato facile verificare che le informazioni ivi fornite sono prese integralmente dall’opera di Filadelfo Mugnus (Palermo 1647)  Teatro genologico delle famiglie nobili … di Sicilia  e non si riferiscono affatto ai Lauritano (che proprio non compaiono tra i nobili di Sicilia), bensì alla famiglia Ala, cui corrisponde anche lo stemma che il sito araldico propone (caratterizzato appunto da un’ala o, per dirla come si usa in araldica, un “mezzo volo”) .

Tornando a noi, a riprova dell fatto che il cognome nacque dalle nostre parti  cito il documento numero LXX del Codice diplomatico Amalfitano (raccolta di pergamene medievali curata da Riccardo Filangieri).

E’  un contratto dell’anno 1066 redatto in Amalfi e concernente l’eredità che tale Trasimundus Mazoccula lasciò al monastero  di S. Maria de Fontanella, tra cui un podere a Maiori che conduceva ad tertia parte (mezzadria al 33%) tale  Ursus Lauritanus.

Passando a documenti medievali che citano dei Lauritano di Agerola, il più antico che ho finora rinvenuto è un testamento del 1190 integralmente trascritto nella raccolta Le pergamene degli archivi vescovili di Amalfi e Ravello (vol. IV, pp. 1-10). Vi si menziona un vigneto a Caput de Pendolo (antico nome del casale San  Lazzaro) che labora tale Leo de Laurito. Ma se non vi convincesse l’equazione de Laurito = Lauritano, dobbiamo andare all’anno 1277 (stesso volume, p. 58 e seguenti) per trovare, sempre  nella localtà agerolese di Caput de Pendulo, un Andrea Lauritano che tiene un podere della ecclesia Amalfitana. In realtà vi sarebbe anche una scrittura del 1125 (doc. CX dellla raccolta Il Codice Perris) a menzionare un Marino Lauritano e la figlia Teodora (coniugata Pagurillo), ma non è certo che risiedessero ad Agerola. Dubbio che, invece, non sussiste per quel  Francesco Lauritano che nel 1320 stabilì una società mercantile col nobile amalfitano Pietro del Giudice; impresa che purtroppo si risolse in un indebitamento di Francesco che, cinque anni dopo,  fu costretto a vendere una sua proprietà di Furore per risarcire il socio (doc. CCCCXXXVII  della raccolta Il Codice Perris).

Nel frattempo  altri Lauritano si erano trasferiti  fuori dal ducato di Amalfi.  Tra essi spicca, ad esempio, il notaio Ioannes Lauritanus de Summa ( ‎R. Filangieri e  ‎B. Mazzoleni,  1943,  Gli atti perduti della Cancelleria angioina, I, 56 ; VII, 83 ; IX, 683 e  Accademia pontaniana, Testi e documenti di storia napoletana, v. 43, p. 48).

Per il ramo agerolese c’è da ribadire il suo antico e continuo legame con il casale di San Lazzaro  (ex Caput de Pendulo), dove passarono da piccoli proprietari e coloni di terre appartenenti a enti religiosi amalfitani,  a intestatari di proprietà sempre più numerose e vaste, sia per normali acquisti che, probabilmente, per quel diffuso fenomeno che vide tanti contratti ad pastinandum e simili risolversi alla lunga con la cessione ai coloni di parte diei fondi da essi migliorati e coltivati per generazioni. Ma queste sono vicende  ancora tutte da indagare. Di certo sappiamo che nel Seicento i  Lauritano avevano costituito a San Lazzaro un loro borghetto (da cui il toponimo Casa Lauritano) lungo la via pubblica principale e che, circa a metà di quel secolo, don Carlo L. vi aggiunse una piccola ma armoniosa cappella gentilizia  dedicata al patrono della famiglia,  S. Cristoforo. Essendo questi noto come protettore dei naviganti,  c’è da credere che il rapporto dei Lauritano coi commerci marittimi non si esaurì con il sopracitato episodio del 1320-1325 dello sfortunato   Francesco.

Casa Lauritano, Agerola. Particolare dell'ingresso sulla via pubblica. Foto di Aldo Cinque, anni '70 del novecento.

La metà meglio conservata dell’antico palazzo dei Lauritano a San Lazzaro di Agerola. Foto dell’autore risalente agli anni ’70.

 

casa-lauritano-agerola-ingresso

Ai primissimi del ‘700 il Lauritano di maggior spicco era don Pietro, affermato notaio in Napoli. Ai suoi tempi i Lauritano crearono un altare di famiglia nella parrocchiale di San Lazzaro. L’altare fu dedicato alla Madonna del Carmine e ad esso fu abbinata la fossa sepolcrale della famiglia.

Il palazzo che è alle spalle della citata cappella di S. Cristoforo è così descritto nel Catasto Onciario (ossia Carolino) del 1752: casa palazziata  con cortile e giardino attaccato per proprio uso nel luogo Casa Lauritano, giusta la via pubblica e i beni di don  Pietro Lauritano.

Casa Lauritano, Agerola. Particolare del cortile (foto Aldo Cinque anni '70 del novecento)

Casa Lauritano, Agerola. Particolare del cortile (foto Aldo Cinque anni ’70 del novecento)

Come attesta la data sotto l’emblema di famiglia dipinto in una delle stanze, l’edificio fu fatto ristrutturare e decorare negli anni trenta  del Settecento da don Domenico Lauritano, capo di un nucleo familiare che è così descritto nel citato Catasto:

 

M.co Domenico Lauritano,  vive del suo, anni 60

Don Andrea fratello, anni 62

Don Vincenzo, fratello, anni 50

Chierico don Casimiro*, nipote, anni 26

Giovanni Cristoforo, nipote, anni 16

Patrizio, nipote, anni 13

Gervaso, nipote, anni 10

Dioniggi, nipote, ani 7

Donna Cristina, nipote, anni 19

Donna  Vittoria Cimmino, vedova, anni 48

 

L’abbreviazione M.co sta per “magnifico”, titolo di rispetto  che nel Settecento veniva usato in modo molto più generoso che non nel Rinascimento: non più riservato a nobili, ne potevano usufruire i professionisti delle arti liberali (medici, notai, avvocati, ecc.) e anche chiunque si distinguesse nella comunità locale per una condizione particolarmente agiata (ad esempio i ricchi mercanti e possidenti), così da potersi dire, come nel caso di don Domenico, che “vive del suo”, cioè di rendita.

Il nipote chierico, Casimiro, doveva essere  il cappellano di S. Cristoforo, carica per la quale -in base allo statuto  dettato da don Carlo nel suo testamento-  avevano la precedenza i sacerdoti di famiglia.

Sempre dal Catasto Onciario apprendiamo che don Domenico  aveva numerose proprietà immobiliari (oltre che un gregge di trecento pecore dato in gestione a terzi). Tra dette proprietà, per lo più concentrate a San Lazzaro, figurano un’altra casa con cortile e giardino collegato nel luogo di Casa Lauritano confinante con i beni di D. Pietro Lauritano e Giovanni Matera; un tenimento con selva castagnale, castagneto e terreno da zappa con case dirute a Radicosa e Pietra Lata (quest’ultima località è quella dove sorge il cosiddetto Castello Lauritano) e un boschetto e selva a Radicosa, La Croce,  confinante con i beni del Convento di Cospiti e Matteo Casanova (probabilmente il luogo ov’era posta in origine la croce in marmo medievale che ora è esposta nella parrocchiale).  L’insieme dei beni posseduti da don Domenico dava un totale tassabile di oltre 4.000 ducati, il che ne faceva il capofamiglia più ricco di Agerola.

Come ho già accennato, tra  i residui diella decorazione pittorica voluta da don Domenico per la sua casa palazziata, vi è  l’emblema di famiglia. Esso mostra un albero (lauro?) e accostati al suo tronco due leoni rampamti affrontati 

Lo stemma dei Lauritano di Agerola

Lo stemma dei Lauritano di Agerola

Termino dicendo che l’agiatezza economica e il prestigio dei Lauritano di Agerola (almeno dei più fortunati tra essi)  continuarono anche nell’Ottocento, secolo che vede sorgere un altro, più voluminoso palazzo Lauritano a San Lazzaro (quello sul panoramico colle di Tuoro) e un altro ancora a Pianillo, vicino alla medievale chiesa di S. Maria la Manna. Nel frattempo, a segnalare la stima goduta in paese, i Lauritano esprimono tre sindaci: Casimiro nel 1793,  Antonio nel 1810 e  Alfonso nel 1876-84 (A. Mascolo, 2003, Agerola dalle origini ai giorni nostri,pp. 373-374).

 

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