Coltivare terre del monastero: note su un contratto agrario del XII secolo

Nel medioevo, molte terre e boschi di Agerola erano –come in altri luoghi del ducato amalfitano-  proprietà di famiglie comitali (comite =conte) di Amalfi e di vari monasteri del ducato. Dagli antichi archivi di questi ultimi provengono molte carte che riportano, oltre che  donazioni e compra-vendite, dei contratti di vario tipo coi quali le terre dei grandi proprietari terrieri venivano date ai privati perchè le sfruttassero e/o le migliorassero (contratti di pastinato). Tra i contratti agrari riguardanti Agerola, voglio qui riportare quello che si trova ristampato alle pagine 14-16 de “Le pergamene amalfitane  della Società Napoletana di Storia Patria”, volume  curato da Stefano Palmieri ed edito dal Centro di Cultura  e Storia Amalfitana (collana  Fonti, n. 3; 1988)[1]

 

Si tratta di una pergamena dell’anno 1125 nella quale Johannes, abate del monastero cistercense di S. Pietro della Canonica di Amalfi (attuale Hotel Cappuccini), concede in fitto (locatjonis) a Iohannes e Sergio, filii quondam Musci de Agerola due porzioni delle sue proprietà a Caput de Pendulo (antico nome della zona che poi si chiamerà San Lazzaro).  Per l’esattezza, venivano fittati ai de Musco: (a) un pezzo di selva (silva) posto a valle della via puplica que vadit in da Pugerola[2] e (b) un  fondo con vigna, roseto e canneto (vineam, rosarium et canneto) che confinava tutt’intorno con altri beni del medesimo monastero, parte dei quali tenuti da Capuano de Casanova e da Pietro de Casanova.

 

Come precisato nell’atto, la locazione valeva 29 anni ed era,  per vigna, roseto e canneto, ad medietatem (divisione a metà dei raccolti), mentre, per la selva, era ad integrum quartum (1/4 del legname tagliato agli affittuari ed il resto al Monastero, che doveva prelevarlo a sue spese dal sito). In più, come sabbatatica, gli affittuari dovevano mandare ogni anno al Monastero, in occasione della pasca resurrectjonis Domini, venti uova.

 

Nel definire gli obblighi presi dalle due parti, il monastero (nella persona dell’abate) si impegna a non interrompere arbitrariamente il contratto e a  difendere  gli affittuari ab omnibus hominibus. I locatari, da parte loro, si impegnano a far rendere al massimo i fondi ricevuti, dicendo: debeamus …bene laborare, cultare et frudiare. Segue una usuale formula che ricorda come, in caso di divergenti giudizi tra le due parti, ci si affidava a quello di due “periti” (tertjus et quartus homo semper dicat  quia  bona sunt cultata, pastinata et laborata). In caso di cattiva conduzione dei fondi, oppure di mancata corresponsione delle pattuite frazioni di prodotto annuo (vedi oltre), il contratto riconosce all’abate il diritto di cacciare gli affittuari dai fondi, insieme ai loro beni mobili (podestatem habeatis nos exinde vacuo iactare cum causa nostra mobilia) e ad avere giustizia come per legge.

 

Nei passi del contratto che sono dedicati alla selva, gli affittuari riconoscono che non gli è lecito  tagliare alberi senza il preventivo permesso del concedente (…non liceat nobis nec filii nostris incidere arbores de predicta ilva sine vestra licentja[3]).

 

I passi dedicati al roseto fanno capire che agli affittuari toccava non solo il compito di coltivare e raccogliere i fiori, ma di portarli fino al monastero la metà del raccolto ad esso spettante: ipsa rosas dedeamus colligere et bene sictare et ipsa medietate de predictis rosis deponamur et adducamus vobis usque ad predictum monasterium sine pargiatura. Al proposito voglio ricordare che la coltivazione delle rose (abbastanza diffusa nel ducato amalfitano dal XII al XVII secolo) era finalizzata a produrre l’apprezzato profumo detto  Aqua Rosata. La frase in esame fa pensare che i monaci di S. Pietro preferivano effettuare loro stessi la trasformazione, ma chiedevano ai contadini di conferirgli le rose già isolate dalla parte verde e ben sictate (sezionate).

Detto conferimento doveva essere sine pargiatura, vale a dire senza pagamento del trasporto da parte del Monastero. Ma in molti altri contratti dell’epoca, dopo la specifica “sine pargiatura” si trova una frase che impegna i monasteri a dare da manducare et bibere a coloro i quali hanno effettuato il trasporto.

 

Circa la vigna e la vendemmia, nel documento si legge: quando venimus ad vimdemiare faciamus vobis et posteris vestris scyre et vimdemiamus, piremus et appiridemus vobis ipsas vitas et lavemus et stringamus vobis ipsas buctes vestras cum stuppa et cerchis vestris et inbuctemus vobis ipsum vinum vestrum in ipsis buctis vestris. Nel chiarire il senso di questo passo, osservo innanzitutto che in esso il termine  vimdemia (dal latino vindemia) deve essere inteso come ciò che segue alla raccolta dell’uva, in perfetta aderenza con l’ etimologia del termine; composto di vino- (“vino”) e demia (“levata”). Ecco perchè gli affittuari dicono quando venimus ad vimdemiare: essi andavano ad Amalfi, ove portavano la metà dell’uva raccolta, per fare il vino presso il monastero. Appare, dunque, chiaro che ai locatari della vigna toccava –per contratto- anche la trasformazione in vino di quella metà di uva che esi dovevano al monatero. Inoltre, la pigiatura e fermentazione doveva essere fatta nelle cantine del monastero (munite di palmentum, labellum e buctario), dove i locatari dovevano provvedere anche alla manutenzione annuale delle botti (ma con stoppa e cerchi nuovi forniti dai monaci) ed al travaso in esse del vino (imbuctare). 

 

Nel brano sopra riportato è interessante anche l’espressione “faciamus vobis… scyre”[4] . L’ipotesi che quel “scyre” derivi dal latino exire trova  ostacolo in una mancanza di senso: perchè mai riconoscere ai mezzadri che si recavano al monastero a vendemmiare il diritto di far uscire, se non proprio l’abate (come alla lettera nell’atto), i suoi monaci? Molto meglio pensare al verbo latino scire  (= sapere, conoscere, prendere coscienza di qualcosa) e, quindi, tradurre l’espressione con : “quando veniamo a vendemmiare ve lo facciamo sapere”. Più che un fatto di buone maniere, credo che si trattasse di una espressione idiomatica (che troviamo identica in diversi altri contratti dell’epoca, anche per vigneti di privati) con la quale si intendeva garantire ai proprietari il diritto di assistere ai lavori, controllando l’uva portata e le procedure di vinificazione.

 

Circa la strana espressione “piremus et appiridemus…” nel breve Glossario a pagina 55 della citata opera di Stefano Palmieri viene suggerito che  significhi “leghiamo e diamo un appoggio/sostegno”. A far intendere che si tratti di operazioni da farsi sulle piante lo suggerisce il seguito della frase (piremus et appiridemus vobis ipsas vitas). Ma perchè mai si citano delle operazioni da farsi in vigna in una frase che –come si è visto-  descrive operazioni da farsi nelle cantine del monastero? Viene il dubbio che la frase contenga errori; non so se nell’originale o se nati in fase di decifrazione e trascrizione. Al proposito, mi sembra utile un confronto con un analogo contratto del 1209, riportato a pag. 28 de “Le pergamene del fondo Mansi”[5]. Qui,  in analoga posizione nell’ambito dell’atto notarile, troviamo un brano quasi identico che inizia con “…quando venimus ad vindimniare  faciamus vobis scire et vindemiemus…”, per poi citare tutte le operazioni da farsi nelle cantine, più o meno come nel documento del 1125.  E la descrizione comincia con “pisemus et adcapizoliemus vobis ipsa uvas”. In questo atto del 1209 l’intero brano ha, dunque, una  maggiore coerenza: quel venimus allude allo spostarsi dei vignaioli-locatari alla cantina del concedente e tutte le operazioni descritte sono cose da farsi, appunto, nella cantina.

La fortissima somiglianza  tra quel “piremus et appiridemus” del documento del 1125 trascritto dal Palmieri e di quel “pisemus et  adcapizoliemus” del documento del 1209 trascritto da Salvati e Pilone, fa pensare che essi vogliano indicare le stesse operazioni. E sembrando –per i motivi su esposti- più corretto/fedele il documento più recente, credo giusto dar ad esso maggior credito anche per la ricerca di cosa si volesse indicare con quelle due voci verbali; partire, cioè da pisemus (uvas) e da adcapizoliemus (uvas), piuttosto che da piremus (vitas) e appiridemus (vitas)[6].

Pisemus potrebbe essere voce del verbo  volgare pisare (pesare); una ipotesi che considera anche la posizione (prima) che la voce occupa nel brano dedicato ad elencare le attività da farsi quando si va al monastero a vendemmiare (prima di tutto pesare le uve, per darne conto). Ma potrebbe anche derivare dal latino tardo pistare, ossia pestare / pigiare (le uve).  Circa  adcapizoliemus (apparentemente da un adcapizoliare che oggi –in napoletano- scriveremmo accapizzuliare o accapizzulià) il Glossario inserito nel V volume de “Il Codice Perris” riporta un abbastanza simile Appizzoliare, indicandone il senso in: “togliere dal grappolo gli acini andati a male”. Pur senza volergli dare valore probante, segnalo una certa affinità con spezzulià, che, nel napoletano odierno significa “piluccare, beccare” ed è una forma ampliata del nap. spezzà, sia nel senso di “mangiare a pezzetti” che in quello (più aderente al caso della nettatura dei grappoli) di “prendere a pezzetti” (D’Ascoli, Dizionario etimologico napoletano, 1990, pag 621).


[1] Il volume fornisce l’edizione di 16 documenti, datati tra 1107 e 1403, che appartengono alla Società Napoletana di Storia Patria e che provengono da una collezione privata (famiglia Fusco) fatta nella prima metà del XIX secolo, raccogliendo sia resti di archivi di antichi enti religiosi, sia documenti di famiglie private.

 

[2] Altri confini di detto pezzo di selva erano: a valle,  altri beni dello stesso  monastero; a occidente, beni del domino Nicolay de Imperatore e, ad oriente, beni dello stesso  monastero tenuti in fitto da Domenico Manlabacta.

[3] Questo passo fa trasparire la giusta preoccupazione del monastero che i periodici prelievi di legname (lignamina) avvenissero senza danni alla produttività di lungo termine del bosco. Probabilmente si poneva attenzione anche all’effetto dei tagli sulla erosione del suolo e sulla stabilità dei versanti.

 

[4] I puntini sospensivi sono per omettere quel “et posteris vestris” che, qui come in altri passi dell’atto (e analogamente a quei  “et/sed filii nostri” riferito agli affittuari), intende dire che il contratto va inteso valido anche per chi dovesse succedere agli attori presenti nel corso dei 29 anni.

[5] Curato da C. Salvati e R. Pilone ed edito dal Centro di Cultura e Storia Amalfitana, collana Fonti n. 4, 1987.

[6] Si noti che nè piremus, nè appiridemus compaiono mai nei tanti documenti medievali che sono riportati ne “Il codice Perris. Cartulario amalfitano; Sec. X-XV”. Opera curata da Jole Mazzoleni e Renata Orefice ed edita dal Centro di Cultura e Storia Amalfitana, collana Fonti, 1/I-V, 1986-1989.

 

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