Da Campora a Napoli sulle tracce di un’antica casata: gli Acampora.

Premessa
Scopo principale di questo mio articolo è quello di riportare le principali notizie, bibliografiche e d’archivio, che ho recentemente raccolto riguardo a degli antichi Acampora  di Napoli che – a seconda dei casi – sono o potrebbero essere di origini agerolesi. Le loro vicende rimandano spesso a monumenti e/o a vicende storiche di detta città, sui quali anche riporto sperando che così la lettura dell’articolo risulti interessante non solo agli Acampora di oggi che sono a caccia delle loro radici, ma anche a chi è a caccia di nuovi pretesti e fili conduttori per (ri)visitare Napoli e la sua storia.
Origine ed evoluzione del cognome.
La presente forma del cognome Acampora rappresenta l’ultimo stadio di un’evoluzione che partì oltre un millennio fa con de Campulo, attestata nella nostra zona (Ducato d’Amalfi) fin dall’anno 966 (cfr. a pergamena trascritta a pag. 39, vol. 1 de Il Codice Perris J. Mazzoleni, R. Orefice Il Codice Perris Cartulario Amalfitano, Amalfi Centro di Cultura e Storia Amalfitana 1989). Per Agerola, le più antiche attestazioni che troviamo nella medesima raccolta di pergamene medievali risalgono al 1186, con tali Pietro de Campulo (ivi, p. 345, doc. CLXXVIII) e Sergio, figlio di Costantino de Campulo (ivi, p. 346, doc. CLXXIX). Il cognome allude al luogo di origine del “capostipite”, cheè quasi certamente da riconoscersi in quel casale agerolese  che nel Medio Evo si chiamava Campulo e che oggi dicesi Campora.  A tale conclusione porta anche l’attuale diffusione geografica del cognome, la quale  vede la Campania nettissimamente  in testa tra le regioni italiane, presentando 553 famiglia Acampora,, contro le 37  della seconda classificata (Veneto), le 32 della Lombardia, etc. All’interno della Campania, gli Acampora si concentrano nettamente nella Provincia di Napoli e, dentro questa, Agerola primeggia di gran lunga con  135 famiglie;, seguita da  Ercolano (91), Napoli (90), Portici (42), Sorrento (21), Torre del Greco (18)  e così via diminuendo. (dati da www.cognomix.it ).[1].
A partire dal basso medioevo, il cognome s’incamminò sulla trafila evolutiva de Campulo > de Campora > da Canpora > de Acampora/ d’Acampora > Acampora; ma non tutti i diversi rami genealogici sparsisi via via per la regione e per l’Italia percorsero detta trafila per intero (vedi i de Campora ancora oggi esistenti a Napoli e a Roma).
Chiudo questa premessa facendo presente che per  i de Campulo e sue evoluzioni di forma non è da scartare l’ipotesi di poli-cefalia,nel senso che – derivando da un toponimo abbastanza comune (Campulus, diminutivo tardo-letino di campum = ‘campagna piana’) –  esso è potuto nascere in più luoghi e in diversi momenti del Medio Evo. Così, potrebbero essere di ceppi indipendente dal nostro quei de Campora  segnalati nel Medio Evo a Mantova e quei Campulo che si dissero nobili messinesi e che nel 1563 ottennero il patronato della Cappella dell’Annunziata in S. Lorenzo Maggiore di Napoli (precedentemente dei Palmieri). Ma chissà che a Messina non erano giunti tempo prima dalla Campania …
  
 Gente che sapeva allargare l’orizzonte.
A partire già dai secoli in cui Agerola fu parte del Ducato d’Amalfi, furono molti gli Acampora che intessero un rapporto con Napoli. Come per tante altre famiglie agerolesi, si trattò di frequentazioni per motivi di commercio e di studio, ma anche di trasferimenti di residenza che inizialmente non ruppero i rapporti coi parenti rimasti in montagna (utili partner in imprese commerciali e artigianali miranti al mercato della capitale), ma che alla lunga generarono dei rami familiari indipendenti che fatalmente finirono col perdere cognizione delle loro antiche origini agerolesi.
Di una famiglia con alcuni membri ad Agerola e altri fuori ci parla, ad esempio, un atto di compravendita redatto ad Agerola nel 1321 (Il Codice Perris Cartulario Amalfitano). 1985 vol. 3, p. 815) in cui tale Palmo de Campulo si fa rappresentare dal fratello Bartolomeo in quanto lontano da Agerola (“Palmo …non est ad presens in partibus istis” si scrisse nell’atto). Giuseppe Gargano, citando quello stesso documento e collegandosi anche al mare che – secoli dopo – gli Acampora di Campora posero nel loro stemma, ipotizza che quell’assenza di Palmo fosse legata ad un suo trovarsi imbarcato per qualche lontano dove, come in quei secoli capitava spessissimo agli uomini dei centri rivieraschi del ducato di Amalfi e, talora, anche a degli Agerolesi (G. Gargano, Terra Agerula). Evoluzione socio-economica e rivisitazione topografica nei secoli del medioevo. Libro edito dal Comune di Agerola e dal Centro di cultura e storia amalfitana, 2016). Ma torniamo ai più certi e più numerosi Acampora che frequentarono Napoli e che talora vi trasferirono il proprio domicilio, se non la residenza.
 
 A Napoli per laurearsi (e talora per restarci).
Uno dei motivi che portavano degli Agerolesi a Napoli era la decisione di conseguire una laurea presso la locale Università [2]. Ovviamente era cosa che solo le famiglie più ricche potevano permettersi, anche perché la lenta e faticosa viabilità antica dei Monti Lattari non consentiva certo il pendolarismo ed era dunque d’obbligo caricarsi anche la spesa di un’abitazione nella capitale.
Tra le casate che se lo poterono permettere vi furono anche gli Acampora o, per meglio dire, delle famiglie di tal cognome in situazione economica quantomeno agiata. Taluni di quegli studenti riuscivano, dopo la laurea, ad esercitare ad Agerola (ad esempio, il regio giudice a contratto Bartolomeo de Campora, di cui ho trovato un atto del 1664 nell’archivio della Collegiata di Maiori). Altri, invece, trovarono migliori opportunità a Napoli, ove svolsero buone carriere professionali e, talora, vi si radicarono definitivamente.   Un po’ diverso fu il caso del trentenne “professore di legge” Salvatore d’Acampora che il Catasto Onciario del 1752 segnala come residente ad Agerola in casa del cugino Clemente d’Acampora fu Giuseppe (filatore di seta e possidente che in casa propria a S. Vincenzo di Campora teneva anche due servi). Sembrandomi improbabile che Salvatore si limitasse a dare lezioni private ad Agerola, penso che egli fosse quasi sempre a Napoli, in casa d’affitto o ospite presso parenti. Tra gli Acampora che si laurearono in legge a Napoli, dovrei citare qui anche Giovanni Acampora (o de Acampora), ma di lui dirò più avanti, dato che all’avvocatura affiancò presto altre passioni ed attività.
Segnalo infine, tra i laureati che esercitavano a Napoli nei secoli scorsi, degli altri Acampora di cui non so dire se fossero nati ad Agerola o avessero qui solo remote radici. E’ il caso, tra gli altri, del dottor Lorenzo (Nicola Giuseppe) de Campora o d’Acanpora, ammesso al Collegio dei Dottori di Napoli nel 1678 (ASNA Collegio dei dottori, 28, fasc. 50). Altri casi sono rintracciabili nel Catalogo de’ legali del Foro napoletano per uso e comodi del pubblico per l’anno 1784 fino a’ 4 maggio 1785, di G. Saccarese e G. Doria. A pagina 224 vi troviamo l’avvocato Salvatore d’Acampora con sede al quartiere Portanova, “nelle case del marchese Odoardi”. A Portanova erano anche case di don Gregorio d’Acampora, che tra l’altro ospitava l’avvocato Nicola Maria Barone Billi. Ma negli stessi anni, un altro Acampora (Sergio) risulta proprietario di immobili a S. Giovanni a Carbonara ed ha tra gli inquilini l’avvocato Domenico Paglione. A pag. 105 troviamo l’avvocato Francesco Acampora, esercitante a Mater Dei nelle case del duca di Martino, nonché il quasi omonimo Francesco d’Acampora, col suo studio alla Pigna Secca, nelle case di don Filippo Sabbatini.
A Napoli come mercanti.
Un’altra buona ragione per frequentare Napoli era quella di cercarvi fortuna inserendosi nel settore commerciale. Fu probabilmente un ricco mercante, non sappiamo di cosa, quell’Antonio de Acampora figlio di Davide, che nel 1680 fece edificare presso le case avite di Agerola la chiesetta di S. Michele Arcangelo, ad uso di sacello di famiglia. Il fatto che egli fosse divenuto cittadino partenopeo ce lo dimostra l’iscrizione scolpita sulla lastra tombale, ove egli si presenta come Antonius de Acampora neapolitanus.
Di origini agerolesi doveva essere anche quel Vincenzo d’Acampora che nel 1580 fu tra i circa trenta mercanti di bestiame che firmarono una petizione volta a ottenere che la cassa boaria istituita al Mercato di Napoli dall’Ospedale degli Incurabili rispettasse la norma di un pronto pagamento alla consegna delle bestie (che poi avrebbe rivenduto ai macellai), evitando ai mercanti lunghi e costosi soggiorni in città (testo integrale della petizione su Vincenzo Magnati, Teatro della carità istorico, legale, mistico, politico. Napoli 1727 pp. 174 – 176).
 
 Sempre nel settore della mercatura, troviamo un Acampora che potrebbe aver cominciato col portare e vendere a Napoli parte di quella seta che Agerola produceva in gran quantità. Trattasi di Andrea de Acampora, mercante all’ingrosso di stoffe che compare in un contratto del 17 settembre 1540 insieme al socio Andrea de Carluccio, impegnandosi a pagare al magnifico Marco Mazza di Verona la bella  somma di 3.700 ducati per la fornitura di 101 pezze di panno di Fiandra di lana colorata (ASS, notaio Bartolomeo d’Amore, p. 441).
Ma anche come valenti mastri muratori.
Interessante da segnalare è anche il caso di certi Acampora che a Napoli eccelsero nel campo, solo apparentemente umile, dell’arte muraria, tanto che li troviamo impegnati nella fabbrica della monumentale chiesa del Gesù Nuovo come mastri muratori di  fiducia di grandi artisti. Si tratta dei fratelli  Andrea e Domenico d’Acampora, che, tra il 1639 e il 1645, ebbero a collaborare col grande scultore Giuliano Finelli (Massa Carrara 1602 – Roma 1653) nella realizzazione della cappella di S. Francesco Saverio (ala destra del transetto). Di tale incarico sopravvive in archivio il contratto, il cui testo è riportato in D. Dombrowski, Giuliano Finelli: Bildhauer zwischen Neapel und Rom.: Vienna 1997, pag. 506). Anni dopo, tra il 1654 e il 1663,  si trovò a lavorare nel Gesù Nuovo la squadra del mastro muratore Giovanni Andrea d’Acampora (quasi certamente un figlio di uno dei precedenti), chiamato  nientedimeno che dal celebre marmoraro e scultore Cosimo Fanzago per curare la messa in opera dei marmi preparati per la Cappella della Visitazione (II di destra).
 
                      Il Fanzago aveva lavorato anche all’altare di S. Francesco Saverio e forse fu in quella occasione che scoprì la perizia e serietà degli Acampora. Simona Starita, nella sua bella tesi di dottorato, “Andrea Aspreno Falcone e la scultura della metà del Seicento a Napoli” (Dottorato in Scienze storiche etc, Ciclo XXIII, 2011, Università Federico II, Napoli) riporta un documento d’epoca che elenca persino i pagamenti fatti a Giovanni Andrea (pag. 91): circa 200 ducati pagatigli in più “partite” tra il marzo del 1654 e  l’ottobre del 1663 tramite il Banco della Pietà, il Banco del Popolo e quello del Salvatore.
Un lungo legame con la Santa Casa dell’Annunziata.
Il mercante Andrea d’Acampora, per l’ampia stima che s’era guadagnata in Città, nel 1561 fu prescelto per la Mastrìa della Santissima Annunziata, ossia fu uno dei quattro Governatori che dovevano dirigere l’omonimo ente assistenziale (famosa la sua Ruota degli esposti e l’annesso ospizio per trovatelli), curando anche le importanti funzioni finanziarie del collegato Banco dell’Annunziata.  Si scopre che il menzionato Andrea non fu né il primo né l’ultimo Acampora a entrare nella Mastrìa della SS. Annunziata. Prima di lui troviamo infatti Giovanni d’Acampora quale governatore di quel luogo pio e banco popolare negli anni 1368  1369 e 1370; poi Francesco d’Acampora, in carica nel 1498, nel 1503 e nel 1507; infine Giovanni Tommaso d’Acampora per l’anno1597. Ma se consideriamo anche quelli che si firmavano col cognome in forma più antica, allora l’elenco si amplia con Giovanni Berardino de Campolo, eletto per il 1562, e Recio  de Campulo, di cui parleremo ancora più avanti e che fu per tre volte governatore dell’Annunziata: negli anni a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento (F. Imperato, “Discorsi intorno all’origine, regimento, e stato, della gran’casa della Santissima Annuntiata di Napoli”, Napoli 1629).
 
A rafforzare ulteriormente l’idea di un legame particolare tra gli Acampora e la Santa Casa, vi è il fatto che dentro la chiesa dell’Annunziata gli Acampora ebbero anche un loro altare.  Della sua edificazione parla un notamento del primo gennaio 1504 col quale i Maistri  della Santa Casa concedono a Francesco de Campora (al di là della diversa trascrizione del cognome, potrebbe trattarsi del  Francesco d’Acampora che abbiamo visto  tra i governatori della Santa Casa del 1498, 1503 e 1507) di erigere in detta chiesa un altare di famiglia vicino alla Cappella dei Brancaccio e, in quanto a foggia, “a similitudine della Cappella del nobile Francesco Coronato” (Giambattista d’Addosio “Origine, vicende storiche e progressi della Real S. Casa dell’Annunziata in Napoli”. Napoli, 1883).
Andrea Acampora Capitano del Popolo e Consultore della Città di Napoli.
Che sia o meno lo stesso che abbiamo visto come governatore dell’Annunziata, è importante segnalare quell’Andrea Acampora  che compare ancora in una cronaca del 1535 relativa al grandioso corteo che andò incontro  a Carlo V d’Asburgo (nel cui vasto  impero ricadevano anche il sud Italia, la Sicilia e la Sardegna) di rientro, vittorioso, da quella spedizione navale contro Tunisi che era stata invocata dal viceré di Napoli Pedro de Toledo e che fu decisivo per porre argine alle ricorrenti scorrerie “saracene” sulle coste italiane.
Una vivida descrizione di quel corteo, coi nomi di tutti i rappresentanti di Napoli che vi presero parte e degli abiti che vestivano, si trova a pagina 186 e seguenti del vol. 3 dell’opera di Giovanni Antonio Summonte (1749)  Historia della città e Regno di Napoli, sotto il titolo “Il glorioso trionfo e bellissimo apparato dalla Città di Napoli fatto nell’entrare in essa la Maestà cesarea di Carlo V”. Vi si specifica che Andrea d’Acampora sfilò nella schiera dei Capitani del Popolo  e che, tra essi,  egli era l’unico a ricoprire anche la carica di pubblico Consultore (ossia consulente del governo cittadino).
Altre cariche ricoperte da Rencio de Campulo.
Tornando a parlare di Rencio de Campulo, già visto come amministratore della Santa Casa dell’Annunziata, devo ricordare anche che – sempre a Napoli –  egli ricoprì due volte l’importante carica di Eletto del Popolo; una prima volta nel 1498 e poi ancora nel 1504 (lo registrano varie fonti, tra cui le Memorie storico diplomatiche etc. di Matteo Camera, Vol. 2, p. 627). Nei  secoli dell’ancient regime,  l’Eletto del Popolo era l’unico rappresentante dei ceti subalterni in seno all’organo di governo della città, detto Tribunale di S. Lorenzo dal nome del complesso religioso (S. Lorenzo Maggiore, su Via dei Tribunali) dove si svolgevano le adunanze. Dato che le decisioni si prendevano a maggioranza e che i Nobili avevano cinque rappresentanti,  il ruolo dell’l’Eletto del Popolo sembrerebbe minimo, ma in certi momenti il suo peso veniva di molto accresciuto dal fatto che, pur provenendo di norma dall’emergente ceto borghese fatto di professionisti e ricchi mercanti, egli aveva dietro la stragrande e non docile maggioranza dei Napoletani.
 
Chiusa questa digressione di inquadramento, passo a segnalare che nel corso dei secoli, vari furono gli oriundi di Agerola che salirono alla carica di Eletto del Popolo: Pietro Sarriano, dottore due volte (1527 e 1539) , Pietro de Stefano (1536), Giambattista Fusco (l1554), Giambattista Naclerio (1631) e poi suo fratello Andrea, protagonista del litigio  in piazza che scatenò la celebre Rivolta di Masaniello del 1647. Dietro tali elezioni credo che vi  fosse anche la visibilità guadagnata dagli Agerolesi (e figli o nipoti di Agerolesi)  frequentando spesso il complesso di S. Agostino alla Zecca, dove la comunità agerolese aveva eretto – con la Cappella e Monte assistenziale di S. Antonio Abate –  il suo punto di aggregazione e dove aveva anche sede il Seggio del Popolo.
Rencio de Campulo emerse come Eletto del Popolo nelle tornate del 1498 e del 1504 .
Negli anni Ottanta del Quattrocento, egli è segnalato come compatrono della chiesa di S. Maria nel borgo fortificato di Pino, insieme a due Vicedomini e all’onorabile Zaccaria de Campulo A. Feniello, Napoli: notai diversi : 1322-1541 : dalle Variarum Rerum di G.B. Bolvito. Napoli, 1998,  p. 45). Visto che Pino sta a due passi da Agerola, la notizia sembra confermare definitivamente la nascita agerolese di Rencio.
 
Cesare de Acampora nella Regia Camera della Sommaria.
Nei secoli in cui Napoli è stata capitale di regno o viceregno, la Regia Camera della Sommaria era ciò che oggi diremo Corte dei Conti, ma anche il massimo Tribunale Amministrativo. Aveva sede nel Castel Capuano, dove il viceré Pedro de Toledo volle riunire tutti i tribunali di Napoli.
Nei primi anni del Seicento fu tra i Razionali (ossia contabili) della Sommaria tale Cesare de Acampora (vedi  V. Coniglio, Il viceregno di Napoli nel sec. XVIInotizie sulla vita commerciale e finanziaria secondo nuove ricerche negli archivi italiani e spagnoli. Ed. di Storia e Letteratura, 1955, p. 170). A Margine mi piace far notare che col de Acampora lavorava, sempre come razionale, Giovan Alfonso Mascolo, il cui cognome rimanda ancora all’area di Agerola e dintorni.
 
   Compulsore della Città di Napoli.
Ricordato preliminarmente che i Compulsori erano dei pubblici ufficiali incaricati di costringere i venditori morosi (soprattutto di pane) a versare i tributi dovuti al Comune, segnalo che a ricoprire quella carica nella Napoli di metà Seicento fu tale Luca Acampora. Lo si legge alle pagine  604 e 751 di  Archivio storico per le province Napoletane, Volume 3; nonché a pagina 155 del Ragguaglio della miracolosa protezione di San Francesco Saverio verso la città e il Regno di Napoli nel contagio del milleseicentocinquantasei (Per Pietro Palombo, Napoli 1743) ove si riporta una delibera degli Eletti datata  16 giugno 1656 di cui riporto il seguente stralcio:
“…perciò si ordina al Magnifico Luca d’Acampora nostro Compulsore estraordinario, che trovi i Pittori,e facci fare con ogni prestezza e celerità le dette immagini che se le pagherà quello che giustamente meritano per le loro fatiche, & anco faccia fare le stampe in foglio…a ciò che ogni uno possa avere la sua in sua casa & ricorrere a detta Gloriosissima Vergine per la grazia sì desiderata.
 
 La grazia che tutti invocavano era la fine di quella terribile pestilenza e le pitture di cui trattasi erano da farsi sopra ognuna delle porte di ingresso alla città. Dovevano mostrare l’Immacolata col Bambino in grembo e sotto di essa i Santi Gennaro, Francesco Saverio e Santa Rosalia. L’incarico di dipingerle toccò al grande Mattia Preti ed è davvero un peccato che di quei suoi affreschi sopravviva solo quello in testa alla Porta di San Gennaro (vedi foto).
Pare che da Consultore (ossia addetto alla riscossione dei diritti presso i venditori, soprattutto di pane), Luca d’Acampora passasse poi a Credensiero della Conservazione del grano della Città; ufficio che non svolse sempre in modo inoppugnabile, tanto che nel 1665 fu incarcerato e processato  (V. d’Onoftio, Giornali di Napoli dal 1660 al 168’. Vol. 2, p 22)
Due Giovanni Acampora legati alla poesia napoletana di primo Settecento.
Il primo di questi due personaggi omonimi fu quel Giovanni Acampora che le fonti d’epoca indicano spesso come l’abate Acampora . Molti autori antichi lo ricordano come “esattissimo correttore di stampe”, ossia curatore e revisore di pubblicazioni ( vedi ad es: Niccolò Capasso, Varie poesie di Niccolo Capassi primario professore di legge . Napoli 1761; Vincenzo Ariani, Memorie Della Vita, e  Degli Scritit di Agostino Ariani.  Napoli 1778, P. 98), curatore, tra l’altro, di una  Raccolta di  rime di poeti napoletani non più ancora stampate, uscita a stampa nel 1701. Della cultura e della meticolosità deperizia, ma era prima di tutto una persona di cultura del cui aiuto si avvalse, tra gli altri, il giurista e filosofo Pietro Giannone, esponente di spicco dell’Illuminismo italiano (Atti dell’Accademia di scienze morali e politiche, Napoli, 1928 , p. 158).
Il secondo Giovanni Acampora in oggetto fu  avvocato del foro napoletano, ma è ricordato anche come buon rimatore. Di lui ci rimane l’opera in due volumi Delle Rime scelte di varj illustri poeti napoletani, pubblicata nel 1723.  In essa troviamo anche una decina di pagine dedicate alle rime del Giovanni Acampora abate, il cui pezzo iniziale riporto in figura.
           are il genio letterario di Giovanni Acampora avvocato fu l’amicizia (cominciata mentre erano entrambi studenti di legge a Napoli) con il conterraneo Biagio Avitabile, l’Agerolese che  fu cofondatore e primo direttore  della “colonia” partenopea dell’Accademia dell’Arcadia (vedi articolo a lui dedicato su questo blog). Oltre ad essere entrambi di nascita agerolese, i due furono probabilmente “compagni di corso” mentre studiavano Legge a Napoli.
Come avvocato, Giovanni Acampora è ricordato anche per la decisiva allegazione che scrisse su incarico governativo allorquando si trattò – anche dietro la spinta di una rivolta popolare – di impedire l’istituzione a Napoli di un Tribunale del  Sant’Uffizio (meglio noti come Tribunali dell’inquisizione) rivendicando la supremazia e l’indipendenza della giurisdizione regia su quella papalina.
Governatori di S. Maria dell’Aiuto
A Napoli, lungo la strada che da Mezzocannone passa per l’Orientale e conduce a S. Maria la Nova (chiesa di cui fu benefattore  il nostro  Andrea Brancati, che lì ottenne anche una fossa sepolcrale), sorge la bella chiesa barocca di S. Maria dell’Aiuto, opera del noto architetto Dionisio Lazzari,  realizzata dopo la fine della grande peste del 1656. Sulla destra entrando vi si osserva il bel monumento funebre a Gennaro Acampora, col suo spettacolare ritratto ad altorilievo scolpito nel 1738 da Francesco Pagano su disegno di Bartolomeo Granucci (T. Fittipaldi, Scultura napoletana del Settecento, Napoli 1980, pp. 106-107). L’annessa iscrizione ricorda le virtù morali del personaggio, lamenta la sua prematura scomparsa al nono lustro e lo ricorda come gran benefattore, nonché governatore di quella chiesa [3]. L’iscrizione non dice altro sul profilo sociale del personaggio,ma il ritratto marmoreo, ove egli appare imparruccato, con elegante “completo alla francese” e un libro nella sinistra, lo fa immaginare come un esponente dell’alta borghesia cittadina, probabilmente della componente intellettuale.
 
  A dimostrare che il legame degli Acampora con la chiesa di S. Maria dell’Aiuto non fu cosa occasionale, bensì duratuta, vi è un’altra lapide che cita i governatori che curarono i lavori di restauro effettuati nel 1792, tra i quali era tale Nicola Acampora; probabilmente un nipote del sopraddetto Gennaro. Ma torniamo al monumento funebre di quest’ultimo per dire che in testa ad esso è scolpito uno stemma di famiglia mostrante un albero dal liscio e alto tronco (un pino marittimo o da pinoli, si direbbe) accostato alla base da due colombe affrontate. Esso risulta pressoché identico allo stemma che contraddistingue certi Acampora di Agerola (quelli del casale Bomerano) e che può vedersi sull’arco della loro cappella nella parrocchiale di S. Matteo Apostolo (cappella in fondo alla nave di sinistra), sul cui bel pavimento maiolicato è inserita la tomba del reverendo don Luca Acampora, fratello di quel notaio Luigi A. noto in paese per aver sposato la vedova del Generale Avitabile e per aver ampliato e decorato il Palazzo Acampora di Bomerano .
Restano quindi pochi dubbi  [4] sul legame di parentela tra questi specifici Acampora di Napoli e quelli di Palazzo Acampora di Bomerano[5] ].
Rimanendo in tema di stemmi di famiglia devo, sia pur velocemente, ricordare che il ramo storico degli Acampora di Campora è diverso da quello degli Acampora di Bomerano, presentando un drago alato sorgente dal mare, con una corona vegetale (di alloro?) nella zampa alzata e sormontato da tre stelle a sei punte.
I primi elementi sembrano voler simboleggiare valentia militare (drago) esoressosi in vittoriose battaglie navali. Più incerta è l’interpretazione delle tre stelle, che possono simboleggiare una aspirazione a cose superiori o (se il farle a sei punte non fu casuale) un ritenere gli avi lontani di origine ebraica (cfr. il Davide padre dell’ Antonio fondatore della chiesetta di famiglia). Dei de Campora di Napoli furono investiti della qualità di Nobili e Militi con diploma di re Ferdinando il Cattolico del 25 settembre 1526, riconfermato da Carlo VI d’Austria il 14 aprile 1728 (Francesco  Bonazzi, Famiglie nobili e titolate del napoletano ascritte all’Elenco Regionale o che ottennero  posteriori legali riconoscimenti  (Napoli, 1902), p. 265). Il Bonazzi non ne descrive lo stemma, ma potrebbe essere quello che Nicola della Monica segnala nel suo saggio Palazzi e giardini di Napoli (Newton Compton 2016), osservato in Palazzo de Campora di Via dei Tribunali 197 e nella Villa de Campora di Cercola: quadripartito, con un’aquila nera nel primo campo, torri civiche nel secondo e terzo e il leone rampante nel quarto.
NOTE
1 – Come per i “cognomi di provenienza” in genere, si deve pensare a un soprannome (che poi si consoliderà in cognome) affibbiato a un oriundo, per distinguerlo da degli omonimi sulla base del posto da cui era giunto. Il luogo dove avveniva questo “ri-battesimo”  poteva essere vicino o lontano dalla zona di origine dell’oriundo,a seconda del raggio di notorietà della medesima. Nel caso specifico,  essendo Campulo un villaggio di una certa importanza, ma pur sempre un villaggio, , come luogo di nascita del soprannome de Campulo possiamo immaginare sia un altro dei villaggi formanti Agerola che un comune dei dintorni. In ogni caso, il neonato cognome dovette piacere alla casata in questione, per cui presero ad usarlo anche quelli che (rientrati o mai usciti) risiedevano a Campulo/Campora.
2 – Tolto il periodo iniziale che vide gli Studi ospitati in diversi conventi, tra cui quello di S. Domenico Maggiore (sec. XIII – XVI), la prima sede unificata nacque nel1616 e fu il Palazzo dei Regi Studi  ottenuto ristrutturando l’ex Caserma della cavalleria (il vasto edificio è  oggi sede del Museo Archeologico Nazionale, evoluzione di un progetto iniziato da re Ferdinando IV di Borbone). Nel 1777  il re trasferì i Regi Studi nel Collegio del Salvatore (ancora oggi parte della Federico II, con accesso da Via Mezzocannone 8 e dalle Rampe di S. Marcellino), precedentemente sede Collegio Massimo dei Gesuiti (espulsi dal Regno dieci anni prima).
3 – UUna iscrizione su marmo murata sotto al monumento ricorda i legati che don Gennaro fece a favore della chiesa, registrati dal notaio Leonardo Marinelli di Napoli.
4 – Una residua incertezza in merito si lega alla possibilità (non scartabile allo stato attuale della ricerca) che lo stemma in S. Matteo Apostolo fu semplicemente copiato da quello in S. Maria dell’Aiuto per un semplice supposizione di parentela. Se invece si dimostrasse che gli Acampora di Bomerano lo usavano anche prima del 1739, allora ogni dubbio sarebbe sciolto.
5 – Da una ricerca archivistica ancora in corso, l’antenato più remoto di questao ramo risulta essere lil Magnifico Saverio d’Acampora (mastro ferraro e possidente, nato nel 1703). Dal suo primogenito, Luca, bacque Andrea, che ebbe come primogenito il citato reverendo don Luca e come secondogenito il Luigi notaio che sposò in prime nozze la vedova del generale Paolo Avitabile (nababbo reduce da quel Punjab ov’era stato Governatore)..

 

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