Il più antico reperto archeologico sinora trovato ad Agerola

 Come potete leggere nel breve profilo storico di Agerola che riportano due pannelli del nostro Museo Civico (scritti da me e dall’amico archeologo Mimmo Camardo), tra le più antiche tracce materiali di frequentazione umana del nostro territorio vi sono  il  vaso intero e i molti fr4ammenti vascolari che furono trovati circa cinquant’anni fa da una spedizione organizzata da Paolo Parenzan  all’interno della Grotta di S. Barbara e che lo stesso autore (scrivendone dulla rivita La Speleologia)  riferì ad una generica età del Bronzo. Di tali materiali sarebbe bene tentare un recupero, così da poterli meglio studiare e, magari, esporre anch’essi nel Museo Civico di Agerola.

Ma, intanto, abbiamo delle altre  importanti novità  da un diverso sito agerolese: il bordo del ripiano di Bomerano (zona Villani) che scende verso il solco del  Torrente La Rossa, all’altezza dell’antico “Ponte di sotto”.

Ne parla Claude Albore Livadie (grande esperta di protostoria campana con la quale ho avuto spesso il piacere di collaborare) nel suo recente articolo “La Campania media e la Penisola sorrentino-amalfitana dall’età del Rame all’età del Ferro: alcune situazioni a confronto”. Articolo che appere sull’interessantissimo volume “Sorrento e la Penisola Sorrentina tra Italici, Etruschi e Greci nel contesto della Campania antica” (Scienze e Lettere; Roma 2010) che sarebbe bene mettere in Biblioteca Comunale. Nel citato articolo, Claude Livadie, dopo aver ricordato che siamo in “un territorio mal conosciuto per quel che riguarda le fasi più remote del popolamento antropico”(anteriormente all’età del Ferro) e dopo aver dato una efficace rassegna degli sparsi dati esistenti, aggiunge: ,“Nel periodo calcolitico e soprattutto nell’età del Bronzo antico, in Campania i dati –purtroppo scarsi- relativi alle faune e la presenza di frecce di selce, comprovano l’importanza dell’allevamento e un ruolo non trascurabile della caccia. La particolare struttura dei Monti Lattari – boschiva, con vallate ricche di vegetazione, di acque sorgive e adatta alla montificazione con possibilità di sfruttamento integrato del territorio (pascoli e strutture poste a diversa altezza sulla stessa altura) doveva rivestire una certa importanza economica, complementare allo sfruttamento agricolo della piana (del Sarno. N.d.r.). Cita, poi “materiali ceramici, purtroppo non sempre databili con precisione …nella grotta di S. Barbara e ripari presso il torrente La Rossa” di Agerola, rimarcandone la collocazione lungo “valichi che congiungono i due lati della penisola”. Ma lungo il citato torrente viene segnalato aqnche qualcosa di molto più chiaro: un boccale d’impasto a “collo cilindrico, labbro estroflesso, spalla convessa poco marcata e ventre tendente al globulare, lacunoso solo dell’ansa. Relativo ad una sepoltura o ad una capanna, è stato verosimilmente messo in luce al momento di una costruzione posta sul ciglio del rio La Rossa. 11 terreno di risulta accumulato, franando nell’alveo sottostante, ha fatto emergere il reperto” che “può essere confrontato con il boccale n. 2 dell’Ipogeo 2 di Pisciulo (Altamura, Puglia): ambedue sono privi di decorazione che invece abbonda in Dalmazia sui vasi della stessa tipologia (almeno nel poco che è edito) ed hanno una forma complessiva meno schiacciata. Questo tipo è detto dalla Cataldo (Cataldo (1999), “boccale tipo Çetina”. La cultura di Ç etina, dal nome del fiume omonimo, è diffusa sulla sponda orientale dell’Adriatico, in Dalmazia (litorale ed isole), ma anche in Bosnia centrale e Erzegovina orientale, alla fine dell’Eneolitico.

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