Accadeva a Casa della Corte nel Settecento

Sono già trascorsi circa sei mesi da quando, per lodevole iniziativa dell’Amministrazione Comunale, l’antica sede del Municipio di Agerola è tornata viva ed accessibile; restaurata e destinata in parte a Museo Civico e in parte a spazio per convegni e mostre. In quella occasione, accogliendo una mia proposta storiograficamente motivata, fu anche deciso di ridare a quell’edificio il nome che ebbe secoli fa: Casa della Corte. Ne ho già scritto su questo blog lo scorso Dicembre (articolo “Quando Agerola aveva la sua corte bajulare”). Ora voglio raccontare di alcuni documenti che aiutano ad immaginare le antiche funzioni dell’edificio in questione.

Comincio con una Delibera dell’Università di Agerola (antico equivalente del moderno Consiglio Comunale) che risale al 18 luglio 1718 e che si trova conservata nell’Archivio di Stato di Napoli (fondo Real Consiglio Collaterale, serie Provisionum, vol 354/126). All’epoca il sindaco era il magnifico Baldassarre Acampora ed il notaio comunale era il dottor Domenico Onofrio Cuomo (vedi oltre). Alla seduta aveva eccezionalmente partecipato, visto l’argomento affrontato e le decisioni che si volevano prendere, anche il regio Governatore e Giudice di Agerola; carica che quell’anno ricopriva il dottor Antonino Musitano (1). La delibera dice che molti cittadini lamentavano frequentemente dei danni causati alle loro terre ed ai canali per l’acqua da animali vaccini, capre, pecore e bovi da lavoro appartenenti sia ad altri cittadini che a forestieri. Tutto ciò nonostante il fatto che il pascolo fosse punito con multe da pagarsi al Regio Fisco (evidentemente troppo leggere o eludibili). Veniva anche lamentata la contradditorietà delle disposizioni vigenti e messa in dubbio l’opinione che la città potesse intervenire a difendere solo i suoi pascoli demaniali, non terre di privati. La determinazione cui si giunse fu quella di abolire tutti i precedenti provvedimenti in merito e di introdurre una multa di 30 ducati (2) per chi, cittadino d’Agerola, con i propri animali provocasse danni a terre o canali d’acqua (cifra che andava così ripartita: 10 ducati alla Regia Corte di Agerola, 15 ducati al proprietario dei beni danneggiati e 5 ducati al denunciante. Se il proprietario delle bestie provocanti danni era un forestiero (ritengo un abitante dei paesi limitrofi) la multa saliva a ducati 50 da ripartirsi come segue: 15 ducati alla Regia Corte di Agerola, , 25 ducati al danneggiato e 10 ducati al denunciante. In aggiunta, la delibera chiarisce che al “gabelloto della carne” è comunque concesso di tenere e far pascolare i 6 vaccini da macellarsi settimanalmente per il fabbisogno cittadino. Come si vede, di concerto con il Governatore e Giudice, si presero decisioni innovative e dure che includevano anche un premio ai terzi che denunciassero i fatti e deponessero come testimoni. Inoltre, una parte degli introiti andava a finanziare il funzionamento della stessa Corte.

Nel citato Archivio questa delibera è presente con una copia del 30 maggio 1719 inviata al Regio Consiglio Collaterale (3) per ricevere il suo assenso sulle decisioni prese. Di solito, questo passaggio veniva svolto subito dopo aver deliberato. Si può dunque sospettare che, inizialmente, l’assenso del RCC non fu ritenuto necessario; ma delle successive contestazioni e vertenze dovettero indurre a sottoporre il caso a quell’organo superiore. In ogni caso, l’assenso del RCC fu ottenuto e ciò avvenne in data 19 luglio 1719.

Passo ora ad un documento del settembre 1700. E’ un memoriale del sindaco di Agerola al Regio Conqiglio Collaterale per denuinciare che dei debitori dell’Università (tra cui dei gabelloti; ovvero affittuari di gabelle comunali) riescono a ritardare a lungo i pagamenti grazie a dei provvedimenti della Regia Camera della Sommaria e del Sacro Consiglio della Vicaria che ordinano alla Regia Corte di Agerola (che evidentemente aveva emanato ingiunzioni e forse anche delle penali contro detti debitori) di non intromettersi. Il sindaco stigmatizza il danno economico per la città e ricorda che –ai sensi di specifiche Real Prammatiche le Università del Regno hanno potere di esigere i loro crediti “statim, incontinente e sine figura judicij”; per cui Agerola chiede di non sottostare ad alcun tribunale inferiore al Vicere e al suo Regio Consiglio Collaterale.

L’appello viene accolto e il Regio Consiglio Collaterale, in data 25 settembre 1700 invia ordine alla Regia Corte di Agerola di agire secondo Reale Prammatica nei confronti degli affittuari di gabelle ed entrate. (Ibidem, 303/147).

Un terzo documento è una delibera che ci informa che il 26 agosto di quell’anno (1700) erano stati eletti come amministratori della Terra di Ajerola (così vi si legge, insiemealla specifica “stato di Amalfi”) le seguenti persone: magnifico Baldassarre d’Acampora come Sindaco e il notaio Domenico Onofrio Cuomo (per il casale di Bomerano), il magnifico Raimo di Fusco (per il casale di Pianillo), Domenico Cavaliere (per il casale di Campora) e Andrea Coccia (per il casale di San Lazzaro) come deputati. Ad essi si affiancava come cancelliere Andrea Domenico d’Acampora (Ibidem, 304/293). Questa delibera fu subito inviata al RCC per il previsto assenso; assenso che viene deliberato in data 1 settembre 1700. C’è davvero da stupirsi della rapidità che si riusciva a garantire a quei tempi, nonostante la mancanza di rotabili, automobili e connessioni via internet! La delibera in questione specifica che l’elezione fu a “viva voce” (ossia senza bisogno di ricorso alla eccezionale soluzione del voto segreto); segno che in assemblea si raccolse chiaro e largo consenso sulla rosa di nomi che –come da consuetudine- fu proposta dal sindaco uscente.

Dal documento si evince anche che Baldassarre d’Acampora era “impegnato in Napoli”; impegno che ritengo si possa connettere a sue attività mercantili nella Capitale, visto che il titolo di Magnifico veniva usato, appunto, per i mercanti di cospicua levatura. Si deve anche notare che gli eletti appartengono tutti alla “ceto civile” (quello che includeva i dottori, i mercanti e i possidenti) e nessuno è invece indicato come nobile.. Per raffronto si consideri che ad Amalfi gli eletti era di norma 2 del ceto nobile e 2 del ceto civile. Più simile al caso di Agerola appare quello della Città di Lettere, che usava 1 eletto tra i nobili e 3 eletti tra i “civili” (G. B. Bolvito Volumen variarum rerum. Biblioteca Nazionale di Napoli, , Ms., S. Martino, 445. f. 168). Ricordato che era norma generale dell’epoca che il terzo ceto (la Plebe) non esprimesse nessun candidato, vediamo che Agerola –almeno nel ‘700- si distingueva dai centri vicini per il suo dividere i 4 deputati non per ceto(tot ai nobili e tot ai civili), ma per casale di provenienza (1 da Pianillo, 1 da Bomerano, 1 da Campora e 1 da San Lazzaro).

Interessante è pure la data della Delibera e, quindi dell’elezione: 26 agosto. Ciò ci rocorda che ancora nel Settecento si usava come scadenza degli impegni annuali (rinnovo cariche comunali, ma anche scadenza di contratti agrari e fitti vari) il 1° settembre. Un uso risalente ai tempi del Ducato indipendente d’Amalfi e che, per i suoi legami politico-diplomatici, adottava il calendario bizantino.

Per chiudere questi “flash back” sulle giuristizioni agerolesi del passato, voglio ricordare un documento del 26 agosto 1585 che si trova riportato a pagina 184 del volume di Catello Salvati e Roaria Pilone “Gli archivi dei monasteri amalfitani (S. Maria di Fontanella, S. Maria Dominarum, SS. Trinità) 860-1645” (Centro di Cultura e Storia Amalfitana, Fonti – 2. 1986). Si tratta di una scrittura notarile con la quale il sindaco di Agerola, Raynaldo de Fusco, insieme agli eletti Andrea de Martino, Minico de Avitabulo, Giovanni Francesco Naclerio e Nicola Casanova “quam plurimi deputati universitatis Terre Ageroli” ottengono in prestito da “domino Anello de Afflicto de Amalfia” la cifra di 400 ducati con interesse annuo del 7,5% (30 ducati annui) a valere su tutte le gabelle di detta Terra di Agerola. Tale documento testimonia che anche nel tardo Cinquecento il parlamentino agerolese si componeva di un sindaco e 4 eletti, apparentemente tutti del ceto civile.

Circa i possibili motivi che indussero Agerola a chiedere quel prestito voglio ricordare che il fatto si colloca poco dopo il grande sforso finanziario che tutti i centri del Ducato di Amalfi avevano compiuto per riscattarsi dalla feudalità. Una “ricompera del feudo” accordata loro da Re Filippo II il 12 dicembre 1582 e costata circa 216.000 ducati; dei quali 100.000 circa ottenuti con la vendita di tutti i corpi patrimoniali e burghensatici e il resto a prestito (Matteo Camera –Memorie storico diplomatiche dell’antica Città e Stato di Amalfi. Salerno 1881. Vol.II p. 151)

NOTE

1) : Va ricordato che Agerola era all’epoca una “città regia” o demaniale, essendo uscita da molti decenni –come tutte le residue terre del Ducato d’Amalfi- dalla infeudazione ai Piccolomini d’Aragona. Tuttavia, del periodo feudale essa conservava il diritto ad avere una sua Corte di giustizia, competente anche su Praiano, Vettica Maggiore e, per certi periodi, anche su Montepertuso. Ora, però, era direttamente la corte vicereale di Napoli –e non più il feudatario- a nominare periodicamente il Governatore e Giudice della locale Regia Corte. A quest’ultima, ovviamente, allude la dizione Casa della Corte per l’edificio in Piazza Unità d’Italia (ex Piazza Municipio). Il suo piano superiore credo che fosse l’abitazione del Governatore, il quale aveva l’bbligo della residenza; ma su questo tornerò con un apposito articolo. La sala udienze, che occasionalmente veniva usata anche per riunioni dell’Università (sindaco e deputati eletti) era quella in posizione centrale al piano terra. Affacciando sull’antistante piazza con la sua porta e le due finestre che la fiancheggiano (vedi tracce in facciata rimesse in luce col recente restauro) essa permetteva anche al pubblico radunato davanti all’edificio di seguire –bene o male- il lavoro che i rappresentanti svolgevano all’interno.

2) : Per farsi un’idea del valore di tale cifra, si pensi che il Governatore percepiva intorno a 150 ducati annui e i due soldati che prestavano servizio presso la Corte ne percepivano 25 annui ciascuno.

3) In seguito abbreviato RCC, il Regio Consiglio Collaterale era un organo di massima garanzia ed elevato prestigio che affiancava il Vicerè e si occupava di tutte le questioni giuridiche più rilevanti del Regno, tra cui anche obblighi e prerogative delle Università.

Advertisements
Questa voce è stata pubblicata in Storia locale. Contrassegna il permalink.

Una risposta a Accadeva a Casa della Corte nel Settecento

  1. martacinque14 ha detto:

    meraviglioso!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...