L’ANTICO POLVERIFICIO DI AGEROLA

De MartinoTra le diverse prove di industriosità che hanno dato gli Agerolesi attraverso i secoli va certamente posto anche il piccolo polverificio (localmente detto Polveriera)  che si trova -allo stato di rudere- nella zona nord-est del paese, in località Fiobana (alta valle del Penise, raggiungibile con l’omonimo Sentiero che parte dall’Inserrata di Campora).

Tra i fattori che indussero a ubicare l’opificio proprio in quel luogo, due dovettero essere preponderanti: la disponibilità di forza motrice idraulica (estraibile dal citato Rio Penise) e la distanza di sicurezza dalle zone abitate. Inoltre, dovettero incidere positivamente  la posizione del sito rispetto alla viabilità dell’epoca: vicino a quel valico di S. Angelo a Jugo che canalizzava i commerci da e verso Napoli ed il crocevia de L’Imbarrata, ove convergevano le mulattiere provenienti da Scala, Ravello ed Amalfi.

La polveriera di Fiobana  è stata attiva fino agli anno ottanta del secolo scorso e produceva polvere nera per fuochi d’artificio. Nel ‘900 essa è stata gestita dalla famiglia de Stefano, che l’acquistò dai de Martino. Come vedremo più avanti, lo stabilimento di Fiobana venne a sostituirne uno più antico  che gli stessi de Martino possedevano più a valle, in località S. Bernardino.

Angelo Mascolo a pagina 443 del suo volume “Agerola dalle origini ai giorni nostri” afferma che la Polveriera fu fondata dai de Martino nel ‘700 (età che va riferita all’opificio in S. Bernardino, non a quello di Fiobana) per fabbricare polvere da sparo e da mina per il governo borbonico. Io non sono riuscito a trovare prova di questa asserita committenza governativa; in ogni caso la corte borbonica dovette quantomeno autorizzare i de Martino a una produzione tanto strategica.

Anche  nell volumetto che Maria Gianquitto (1963) dedicò alla storia dei de Martino di Agerola  si legge qualcosa che allude senza specifiche ad un rapporto coi reali di Napoli. A pagina 9 vi si legge che la  famiglia de Martino fu “depositaria e  direttrice, in Agerola, della antica polveriera borbonica”.

Ad una fondazione nel Settecento della polveriera de Martino (che, ripeto, va qui intesa come quella primitiva di S. Bernardino) e a legami con la corte borbonica si accenna anche a pagina 63 del volume su “Agerola” di Aniello Apuzzo (1964), dove si sostiene -purtroppo senza citare prove documentali- che la fabbrica agerolese fornisse ai Reali la polvere per le loro celebri cacce.

Notizie certe sulla polveriera de Martino si trovano negli Atti della Deputazione Provinciale di Napoli. In particolare, negli Atti del Consiglio Provinciale del 1882, una delibera riportata a pagina 96 recita:

Letta la dimanda del signor Ferdinando de Martino fu Giuseppe fabbricante di polveri da sparo autorizzato con licenza del 24 febbraio 1873, con la quale chiede di trasferire il polverificio dal luogo denominato S. Bernardino nel comune di Agerola, nell’altro denominato Fiobara, nello stesso comune. Visto il parere favorevole emesso dalla Giunta per essere il nuovo sito in aperta campagna …si autorizza”.

Da questa fonte ricaviamo la data (1882) in cui Ferdinando de Martino, che fu anche sindaco di Agerola, trasferì il polverificio a Fiobana, abbandonando la vecchia sede in località S. Bernardino (parte bassa del villaggio agerolese di Ponte; ove erano anche due mulini). Vi si legge anche che egli era stato autorizzato a far polveri solo una quindicina di anni prima, nel 1873. Ma questo non vuol dire necessariamente che lo stabilimento di S. Bernardino sorse  nel 1873, potendo essere quest’ ultimo semplicemente l’anno in cui Ferdinando si intesta la ditta e chiede la necessaria autorizzazione. Precedentemente lo stesso stabilimento poteva aver avuto altri intestatari.

E’ dunque ancora da compiere la ricerca archivistica per identificare chi e quando edificò lo stabilimento di S. Bernardino; come pure sulla esatta collocazione dello stesso polverificio; del quale potrebbero ancora esistere tracce edilizie lungo quel tratto del Rio Penise che va da S. Nicola al Ponte a Carbonara.

Un approfondimento di indagine lo merita anche  lo stabilimento di Fiobana (menzionato anche alle pagine 74 e 114 degli Atti della Deputazione Provinciale del 1885). In particolare mi chiedo se Ferdinando de Martino lo fece costruire tutto ex novo intorno al 1880 o se, invece, si trattò di riattare e ampliare un impianto a trazione idrica pre-esistente. Valesse la seconda ipotesi, vista la posizione tanto decentrata del sito, a cos’altro pensare se non ad un antico polverificio artigianale, probabilmente allo stato di rudere?  In quest’ottica, andrebbero studiati con attenzione esperta le murature della zona coi mortai, che sono la parte più antica del complesso di Fiobana.

Un terzo filone di indagine che mi sento di suggerire a chi volesse approfondire l’argomento è quello muove dall’ipotesi che  la produzione di polveri da sparo ad Agerola non nacque dal nulla nel periodo borbonico, ma venne invece a innestarsi  su una tradizione e un know how preesistenti, forse fin dai tempi del Ducato di Amalfi.

Al proposito segnalo  una traccia documentale che ricavo dalle preziose “Memorie storico-diplomatiche dell’antica Città e Ducato di Amalfi” di Matteo Camera. A  pagina 275 del II volume, parlando di Scala (comune limitrofo ad Agerola), l’autore scrive: “Un altro genere di industria era la soda o salnitro fattizio (ovvero: artificialmente prodotto; ndr); già altra volta raccolto in esso territorio”. A riprova il Camera riporta per esteso un contratto a firma del notaio Francesco de Campulo di Amalfi, datato 13 gennaio 1480 e relativo alla costituzione di una società tra tale Antonio Catalano e il  mastro Johannes de Pugerola per “fare et laborare lo salnitro como ad bono et sufficienti mastro a la montagna de Scala …”

Essendo il salnitro l’ingrediente preponderante della polvere nera (vedi Appendice)  e non mancando in zona né la forza motrice generata dai corsi d’acqua, né la produzione di carbone, è probabile che  quel salnitro venisse poi utilizzato da una o più polveriere locali.

Che ciò avvenisse davvero, almeno nel Seicento, lo sostiene lo storico Giuseppe Gargano il quale, a pag. 112 degli Atti del Convegno “La Costa d’Amalfi nel secolo XVII” (Centro di Cultura e Storia Amalfitana, 2003), riferendo notizie tratte dal “Libro degli esiti dei mastri” della chiesa di S. Maria Maddalena di Atrani, scrive che la festa del 22 luglio prevedeva, tra l’altro, lo sparo di botti confezionati con polvere da sparo prodotta a Scala.

Circa la produzione del salnitro  sui nostri monti, ricordata dal  citato documento del 1480,  ricordo che qui il nascere di nitriere artificiali fu certamente favorita dalla grande disponibilità locale del necessario letame (dalle greggi che alimentarono l’arte della lana a Scala e dai bovini e suini che sostenevano le produzioni di latte, formaggi e carni salate ad Agerola). La localizzazione montana delle nitriere in questione fa poi ritenere che esse facessero a meno dell’ingrediente “materiali da demolizioni edilizie” avendo scoperto che potevano essere i terreni piroclastici presenti su quell’altipiano (frutto di varie eruzioni del Somma-Vesuvio) a fornire il potassio necessario a formare il salnitro.

Funzionamento e prodotti della Polveriera di Fiobana negli ultimi decenni (da una intervista a  Matteo de Stefano)

 

Verso l’inizio del Novecento, la proprietà della polveriera di Fiobana passò dai de Martino ai de Stefano, altra famiglia presente ad Agerola sin dal Medio Evo . A dirigere la piccola fabbrica di polvere si successero, nell’ordine: Francesco Antonio, che l’aveva comprata; il figlio Matteo, che vi morì, insieme ad un operaio, con l’esplosione del 1960; il nipote Francesco Antonio, che la restaurò dopo l’esplosione ed, infine, il pronipote Matteo.   Proprio in base ai ricordi di quest’ultimo –che vi ha lavorato fino agli ultimi anni ’80- è possibile ricostruire come segue il funzionamento ed i prodotti della Polveriera nei suoi ultimi anni di attività:

Vi si produceva polvere pirica specificamente studiata per il confezionamento di fuochi d’artificio. I “fuochisti” acquirenti provenivano sia da varie località della Campania che dalle Puglie e dalla Calabria.

Le polveri prodotte erano di due tipi, ma differivano solo per la tessitura: a grana grossa e fina. Il salnitro e lo zolfo necessari erano acquistati preso la ditta Iengo di Napoli (zona di Porta Capuana). Il carbone, invece, veniva commissionato ad alcuni esperti carbonai di Agerola, che, per questa specifica utilizzazione,  lo producevano con legno di noccioli selvatici (adatto perché leggero) raccolto e lavorato sui monti a nord-est di Agerola.

La Polveriera lavorava cinque o sei mesi l’anno, durante il semestre estivo, essendo stagionale la richiesta di polvere da parte dei fabbricanti di fuochi d’artificio.

Le quantità prodotte variavano con la domanda, ovvero col crescere o diminuire delle prenotazioni di polvere da parte dei clienti fuochisti. aggirandosi di solito sulla ventina di quintali per anno.

Rispetto ai vari metodi di preparare la polvere che si sono susseguiti nei secoli (vedi Capitolo 1.3), quello adottato nella Polveriera di Fiobana nei decenni di cui ha memoria Matteo de Stefano, presenta una interessante combinazione di tecniche “arcaiche” e moderne (uso della ruota idraulica; misturazione in unica fase dei tre componenti; lavorazione allo stato umido in mortai; granulazione tramite setacci, ecc.).

Le principali fasi di produzione erano le seguenti otto:

a) Dosatura di salnitro, zolfo e carbone nelle giuste proporzioni.

b) Lavorazione della miscela nei mortai a pestelli (mossi dalla ruota idraulica)  per circa due ore, aggiungendo via via l’acqua necessaria ad ottenere una pasta consistente, ma non dura.

c) Estrazione della “pasta” dai mortai,  e suo stendimento (con rastrello ligneo) sul piano di prima e parziale asciugatura;

d) Frantumazione grossolana, a mano,  della “schiacciata” ancora un po’ umida.

e)  Trattamento nel setaccio di granulazione. Questo veniva fatto oscillare a mano ed aveva sponde di legno e, fondo di lamiera forata (fori da 4 mm). Per facilitare la granulazione, nel setaccio si versavano anche pesanti sfere di bronzo (poi anche di piombo) di circa 5 cm di diametro. Il materiale granulato veniva raccolto in un ampio vassoio di legno (una specie di bassa madia) posto otto il setaccio.

f) Fase di spanditura e completa asciugatura del granulato, mediante esposizione ai raggi solari (sugli astrici di copertura della Polveriera) oppure, nei giorni con tempo incerto o piovoso, su tavolati posti nel locale-asciugatura (a ventilazione naturale).

g) Passaggio del prodotto asciugato attraverso un setaccio a fitta rete, con conseguente separazione delle due tipologie di polvere : quella rimanente nel setaccio, con “circa la grana del sale grosso” e quella passata nel sottostante vassoio “con la finezza della farina”.

h) Pesatura, confezionamento in sacchetti da 25 kg e in  pacchetti da 1 kg e, se non immediatamente vendute, trasporto delle confezioni al locale deposito, sito a distanza di sicurezza dalla polveriera.

A queste fasi di lavorazione della polvere si affiancava quella della riduzione in polvere della carbonella di nocciolo (non necessaria per il salnitro e lo zolfo perché acquistati già nella forma di polveri fini). La macinatura del carbone avveniva tramite una “botte tritatoria” di legno (adattamento di una botte da vino) nella quale la carbonella veniva immessa insieme ad alcune decine di biglie di bronzo (vedi Appendice per questo e altri usi delle biglie bronzee nel ciclo della polvere da sparo). Tale apparato è andato perduto, ma è presumibile che il moto rotatorio fosse trasmesso alla botte da un sistema a pulegge e cinghia collegato allo stesso albero motore dei pestelli nei  mortai, il quale era mosso dalla ruota idraulica.

APPENDICE

INGREDIENTI  E FORMULA DELLA POLVERE NERA

La polvere da sparo che oggi chiamiamo “polvere nera” (per distinguerla dalle “polveri senza fumo”  o nitro-composte) nacque in Cina nell’alto Medio Evo e arrivò  in Europa nel secondo quarto del XIII secolo, probabilmente lungo un percorso  che coinvolse il mondo arabo e quello bizantino ( vedi il “Liber Ignum” di Marcus Grecus,).

Inizialmente si ebbe un solo tipo di polvere da sparo, usato sia per i cannoni e gli archibugi (antenati dei fucili), sia per i  lavori di sbancamento e minerari.

I componenti della polvere erano, e sono, il salnitro (nitrato di potassio; KNO3), il carbone e lo zolfo,  tutti  e tre ridotti a  polvere  impalpabile. Circa le percentuali dei tre ingredienti, la più antica formula che conosciamo è quella data nel 1268 dall’inglese Ruggero  Bacone, che  era  7- 5 – 5, ossia:  7 parti di salnitro, 5 di carbone e 5 di zolfo.

Nei secoli a seguire, mentre evolvevano le tecniche di produzione e le armi da fuoco, si  passò a formule diverse: 6-1-2 e  4-1-1 nel  Medioevo finale, poi  6-1-1 verso la fine del Seicento  e 8-1-1 circa un secolo dopo. Si trattava di varianti locali tra i vari Paesi e potenze militari europee; varianti che furono superate a metà Ottocento, quando si affermarono ovunque tre  formule:

7,5-1,5-1 (ossia 75%, 15% e 10%) per le polveri da guerra;

7,8-1,2-1 (78%, 12% e 10%) per le polveri da  caccia;

6,6-1,6-1,8 (66%, 16% e 18%)  per le polveri da mina.

Intanto, a metà del XV secolo era stato risolto un grave problema di resa esplosiva della polvere nera: la estrema finezza delle tre “farine” e, quindi, della polvere da sparo ottenuta miscelandole, era da una parte indispensabile, ma dall’altra creava problemi di accensione quando la polvere veniva compressa nei cannoni o negli archibugi. La soluzione fu trovata  producendo l’esplosivo in forma di granulato: i tre ingredienti venivano sempre miscelati allo stato di farina impalpabile, ma poi si riduceva il tutto in piccoli grumi della dimensione delle sabbie.

LA PRODUZIONE DEGLI INGREDIENTI

Per la produzione del carbone si preferiva legno dolce (di salice, nocciolo, tralci di vite o sambuco) oppure steli di canapa o di segale torrefatti. Le “carbonaie” si realizzavano  piantando al suolo  un  palo e  disponendovi intorno a raggiera  i rami. Via via che si aggiungevano strati, si riduceva il raggio dei cerchi, ottenendo una catasta a tronco di cono che veniva coperta di zolle erbose (dial. timpe) per ottenere una combustione lenta e senza fiamma per scarsità di ossigeno.  Lo spazio lasciato  intorno  al  palo  centrale  creava  una sorta di   camino per il “tiraggio”; ma serviva anche per accendere la carbonaia versandovi dei legnetti infiammati. L’avvio della combustione nella intera massa veniva ottenuta aprendo altri fori nella copertura a zolle. Dopo di che si  copriva tutto con uno spesso strato di terra e si lasciava carbonizzare e raffreddare.

La produzione dello zolfo partiva da giacimenti a solfuri nei Paesi dotati di rocce metamorfiche (ad esempio: in Germania e Svezia) o di giacimenti a solfati ove si avevano rocce evaporitiche (ad esempio: Italia e Spagna). Per il Regno di Napoli risultava rilevante anche lo zolfo nativo raccolto presso le fumarole della solfatara di Pozzuoli. Scaldato a 400 gradi, lo zolfo emana vapori che, raffreddandosi,  si solidificano in polvere finissima (“fior di zolfo”). Tale operazione, da farsi in assenza d’aria, per evitare incendi, non è mai stata condotta a livello artigianale, ma  era prerogativa di siti ben attrezzati (proto-industriali, all’inizio) di solito localizzati intorno alle miniere.

Per la produzione del salnitro, fu solo nel corso dell’Ottocento che  si prese ad attingere ai giacimenti del Perù e della Prussia. Precedentemente, lo si raccoglieva come efflorescenza spontanea dai muri (risorsa ben presto rivelatasi insufficiente), oppure dalle cosiddette “nitriere naturali”: aree con sedimenti ricchi di sostanze organiche e alcaline quali specchi lacustri e lagunari disseccati. Importante nitriera di questo tipo era, nel Regno di Napoli, quella sita nel Pulo di Molfetta. Vi erano poi le “nitriere artificiali” nelle quali era l’uomo ad accumulare e lasciar reagire le sostanze organiche e quelle contenenti potassio.. Come si evince anche dal Decreto di Giuseppe Napoleone Re di Napoli e di Sicilia, n. 24 del 7/11/1807, si usavano come materie prime i detriti da demolizioni edilizie ed i materiali salnitrati che sono nelle stalle, mandre, rimesse, colombaje, ed altri luoghi…”. Ciò permetteva di formare, al fondo di apposite fosse, dei letti di materiale contenente sia sostanze organiche ricchi in azoto che, sia cationi alcalini e alcalino-terrosi. Detti letti venivano innaffiati periodicamente e, se poveri di basi, vi si versavano pure colature di bucato. Dopo tre anni la nitrificazione era completa e si passava alla estrazione del salnitro (con rese di 1-1,5 kg/metro cubo). Come prima fase dell’estrazione, il materiale estratto dai letti di nitriera veniva posto in cassoni di legno e imbibito di acqua perché questa portasse in soluzione il salnitro. Spillata dal fondo dopo 12 ore, la soluzione veniva ulteriormente arricchita usandola per trattare  un secondo e un terzo cassone: ciascuno dei quali passava per tre cicli di lavaggio di 12 ore. La soluzione ottenuta veniva poi fatta filtrare attraverso uno strato di cenere compressa, ricca di potassio, ottenendo che i nitrati di calcio e di magnesio si trasformassero in nitrato di potassio.  Dato che nell’acqua rimanevano, oltre al  salnitro, anche cloruri  di  potassio  e  di  sodio, per eliminarli si scaldava il liquido in caldaie, fin che l’evaporazione faceva precipitare i cloruri. Per ultimo, l’acqua così trattata  veniva versata in recipienti di rame sulle cui pareti cristallizzava il “salnitro di prima cotta”. Per polveri migliori (da guerra), si provvedeva a purificare ulteriormente il prodotto togliendone le residue tracce di cloruri (perniciosi perché tendenti ad assorbire acqua e inumidire la polvere) con un altro lavaggio ed una seconda “cottura”.

ANTICHE TECNICHE DI PRODUZIONE DELLA POLVERE NERA

Come la formula, così anche le tecniche e le macchine per produrre la polvere nera si sono evolute nei secoli.. Fino a metà Quattrocento i tre ingredienti vennero miscelati come polveri secche.Poi, per motivi già detti, si cominciò a dare alla miscela  una forma granulata. A tal fine, la  polvere veniva lavorata umida, ottenendo una pasta (la “schiacciata”) che poi veniva seccata e triturata.

Per circa un secolo dall’avvio di detta nuova procedura, si usò lavorare i tre ingredienti in una sola fase (subito tutti insieme), per poi passare a soluzioni diverse (vedi oltre). Le polveri venivano affinate e miscelate in grossi mortai di pietra o di legno duro  in cui battevano pestelli di legno duro (talora terminanti con teste bronzee) azionati da forza idraulica; un po’ come i “mazzuoli” che nelle cartiere del Ducato di Amalfi riducevano in poltiglia gli stracci.

Dove si aveva a disposizione  un fiume di buona e costante portata, la ruota a pale che muoveva i pestelli veniva posta direttamente nell’alveo. Laddove, invece, si disponeva di ruscelli (come nella nostra zona) si doveva costruire una traversa di derivazione (“staglio” nel nostro dialetto) e un canale in muratura che portasse l’acqua così derivata fin nei pressi del polverificio. Il canale vi giungeva alto (alcuni metri sopra il livello dei mortai) e la caduta dell’acqua faceva girare una ruota idraulica il cui asse –dotato di camme o simili- muoveva su e giù i pestelli (“pesaturi” nel nostro dialetto).

Una innovazione del tardo Cinquecento fu quella di lavorare nel mortaio –sempre allo stato umido-  prima il solo carbone e poi anche zolfo e il salnitro. Dopo molte ore di battitura in umido, si passava a una battitura sena più aggiungere acqua,  così che si formasse una pasta abbastanza dura, facile da estrarre dal mortaio, seccare e tritare.

Nell’anno in cui nacque il Generale Avitabile (1791), in Francia venne inventato il sistema a botti trituranti, dotate di costole interne e nelle quale si facevano girare gli ingredienti della polvere insieme a delle palle di bronzo. Con simili botti venivano macinati e miscelati a secco il salnitro con parte del carbone e –separatamente- lo zolfo col restante carbone.

Queste fasi iniziali si potevano effettuarsi anche in botti di ferro, non potendo quelle miscele parziali esplodere. Rigorosamente di legno doveva invece essere la botte per la fase di lavorazione successiva:

miscelare tra loro –sempre a secco-  le farine parziali di cui sopra.

Poi, posta la polvere su appositi piani di lavoro, la si trasformava nella cosiddetta “schiacciata” bagnandola  leggermente (solo 2 o 3 litri di’acqua per metro cubo) e lavorandola con spatole.

Verso   la   fine   dell’Ottocento si  tornò al sistema delle macine a mortai e  pestelli per miscelare tra loro le due farine binarie, stavolta allo stato umido.

Prima dell’avvento delle moderne tecniche industriali, per essiccare la schiacciata si usò inizialmente la semplice evaporazione naturale al sole (con spanditoi in cortile o sul tetto) oppure la giacenza in locali asciutti e ventilati.

Per la granulazione, inizialmente si usò un procedimento che partiva dalla schiacciata ancora umida, la spezzava grossolanamente e poi la faceva passare, , con la pressione delle mani, attraverso delle reti metalliche di idonea fittezza. Successivamente si passò a granitori meccanizzati fatto di tre setacci sovrapposti, agitati da un sistema a biella e manovella. Nei setacci si ponevano anche dei pesanti dischi di legno che spingevano l’impasto a passare tra le maglie delle reti (più larghe nel primo setaccio e più strette in quelli sottoposti).

A fine Settecento si passò a fare la granulazione in “botti granitoio” che  avevano reti di bronzo al posto delle pareti laterali e nelle quali si versava la schiacciata in frammenti e delle biglie di legno duro.

Pochi anni dopo si sperimentò un diverso tipo di botte, detto “di Champy”, nella quale si  poteva versare la polvere secca. Aggiungendo poca acqua durante la rotazione, si aveva ila spontanea formazione di  piccoli grumi. Questi venivano poi passati ai setacci per separare le varie granulometrie desiderate.  Fornendo grumi di bassa densità, questo metodo venne usato solo per produrre polvere da mina.

Una forte innovazione si ebbe in Inghilterra nel 1819. Si trattò della granitoio a  cilindri, fatto di tre coppie sovrapposte  di cilindri metallici. I cilindri della prima e seconda coppia erano dentellati (denti di 10 e 3 mm rispettivamente) mentre la terza coppia aveva cilindri lisci.

ASPETTI LEGISLATIVI ED ECONOMICI

La produzione e vendita della polvere da sparo è stata –per ovvi motivi- sempre molto controllata dai governi centrali.

Nel Regno di Napoli, i prezzi di mercato della polvere subirono notevoli variazioni nel corso dell’800, sia per via di cambi di regime amministrativo/fiscale, sia per la crescente industrializzazione della filiera. I prezzi fissati nel Decreto 24 del 1807 erano di 0,81 ducati a rotolo per la polvere da guerra (prezzo ad “armatori e corari”), di 0,76 per la polvere “di terza grana” per fuochi d’artificio; di 0,81 per quella da caccia “per li particolari” e di 1,01 per quella “sopraffina”. I prezzi crebbero fino a quasi il doppio nel corso della prima metà del secolo. Nel 1857 entrò in produzione la grande polveriera di Scafati,  ove si confezionavano “tutte le specie di polveri occorrenti tanto pe’ rami di guerra e marina , quanto pe’varii usi di commercio”. L’ antica polveriera di Torre Annunziata rimase come “dipendenza soccorsale” di quella di Scafati, da attivarsi solo in caso di bisogno. Le nuove tecniche di produzione usate a Scafati consentirono di abbassare i prezzi imposti, che –espressi in Ducati per Rotolo (ossia per ogni 891 grammi) divennero: Per la qualità “di eccezione”: 1,50 dalla fabbrica ai ricevitori, 1,60 dai ricevitori ai venditori e 1,70 dai venditori al pubblico. Per la qualità detta “reale”: rispettivamente 1,20, 1,25 e 1,30. Per la qualità “fina”: 1,00, 1,05 ed 1,10. Per la qualità “terza grana”: 0,80, 0,82 e 0,85. Passando agli ultimi decenni di attività della Polveriera, il signor Matteo de Stefano ricorda che la polvere pirica per fuochi d’artificio che vi i produceva veniva venduta ai “fuochisti” a prezzi che oscillarono tra 1200 e 1500 lire/kg negli anni settanta ed ottanta del ‘novecento.

 

Dal decreto n. 24 del 1807 

Decreto sull’amministrazione delle polveri , e de’ salnitri

 Napoli, 7 Novembre 1807 . F.to GIUSEPPE NAPOLEONE Re Di Napoli e di Sicilia..

Vi sarà un ispettore generale , che farà per le fabbriche, raffinerie, ed altri stabilimenti i giri che gli saranno ordinali dall’amministratore generale «• Egli promoverà con tutti li mezzi  possibili l’industria, e la perfezione, dando tutti gli ordini, e disposizioni , onde assicurare ogni dove l’uniformità necessaria nel servizi:

11. Saranno nominati dodici commissari, . Ciascheduno di essi sarà incaricato della vigilanza del servizio , e direzione ne’ stabilimenti, nitriere, officine di recezioni, e di vendite esistenti in una delle provincia del regno, non meno che de’ magazzini, che potranno trovarvisi.

. il numero delle polveriere , e raffinerie non potrà essere né diminuito , né accresciuto che in seguito di una determinazione da Noi presa, ed il Ministro della guerra potrà aumentare , e diminuire il numero degli altri (??) stabilimenti di salnitro , e polvere , quando lo giudicasse vantaggioso per I’ economia , pel miglioramento, e progresso delle arti, e pe’ bisogni dello Stato .

35. Tutti gli edifici addetti a servizio de’ salnitri, e delle polveri, non meno che gli utensili, e materie di ogni specie, che vi si trovassèro, saranno alla disposizione dell’amministratore generale, che ne sarà responsabile,dopo che lo stato di questi edifici, e quello degli oggetti , che comprendono, saranno nelle dovute forme contestati.

36. I molini a polvere, e le raffinerie dì salnitro saranno ispezionate dagli uffiziali generali, superiori di artiglieria nell’epoca, in cui verranno da Noi incaricati di tale ispezione.

37- Gli accomodi che occorreranno praticare agli edifizi addetti al servizio delle polveri, egualmente che le nuove costruzioni credute necessarie, non si effettueranno che in seguito di perizie vedute dal Generale in capo dell’artiglieria, e che avranno ottenuta l’approvazione dal Ministro della guerra, eccetto i casi di urgenza, legalmente provati, ne’quali si intraprenderà l’ oper , dandone sul momento per ottenerne l’ approvazione ,

Della raccolta del salnitro .

40. Il Ministro della guerra stabilirà i modelli delle patenti da darsi ai salnitrari. Determinerà il circondario, donde ciascuno rispettivamente potrà estrarre i materiali salnitrati. Fisserà il minimo delle quantità di salnitro, che i partitarj dovranno forzosamente somministrare. Prescriverà il metodo da tenersi per isperimentarlo, e riceverlo, che dovrà praticarsi sempre in presenza delle parti interessate a norma delle istruzioni da pubblicarsi ; ed in fine stabilirà ogni altra condizione, che sarà creduta necessaria ed utile per sottoporre i salnitrari ai un servizio vantaggioso , ed esatto.

41. I salnitrari sono autorizzati a prendere nel circondario a loro destinato, tutti i materiali salnitrati provenienti da demolizioni. A quest’ oggetto ciascun proprietario , che vorrà demolire , o quelli che ne saranno incaricati da loro, non potranno effettuarlo che dopo averne prevenuto il sindaco, acciò il salnitraro ne abbia conoscenza.

42. La notifica al sindaco dovrà precedere  10 giorni almeno la demolizione, e coloro che senza tale condizione principiassero a demolire , o lo facessero fare, saranno condannati in solidum ad una penale eguale alla metà dei valore ‘dell’edificio. Questa penale sarà doppia per  quelli, che avessero distolti , impiegati, o deteriorati in tutto, o in parte i materiali provenienti da demolizione, o impedissero che fossero raccolti.

45. Nulla sarà pagato dal salnitraro per ratone di materiali salnitrati di demolizioni, che avrà presi ; ma se dal proprietario se n’ esige l’equivalente, allora il salnitraro sarà obbligato  a consegnargli nel medesimo luogo una quantità di materiale dello stesso valore . Tali controversie però dovranno essere sempre convenite amichevolmente dagli arbitri scelti a tale oggetto , avendosi di mira che ai proprietari non siano cagionati né guasti, né danni ; ed ai salnitrari non siano tolte le sostanze capaci di produrre il salnitro.

46. I salnitrari commissionati potranno prendere i materiali salnitrati che sono nelle stalle, mandre, rimesse, colombaje, ed altri luoghi aperti, ma non abitati da uomini; e ciò dovrà eseguirsi sempre col consenso de’ proprietari, o de’ principali affittatoli di tali edifici, uniformandosi alle condizioni stabilite amichevolmente tra loro.

50. I fabbricanti di salnitro sono obbligati di portare ne’ regi magazzini tutto il salnitro, ch’ estraggono, nel modo, e nell’epoche che loro saranno prescritte.

51. L’introduzione ed estrazione (importazione ed esportazione) del salnitro sono al pari proibite , meno che non si facciano per nostro conto , e con permesso dell’ amministrazione.

52. Ci riserbiamo esclusivamente il dritto della purificazione del salnitro. Tutti i fabbricanti in conseguenza dovranno darlo grezzo , e di prima cotta all’amministratore, e ne’ luoghi da stabilirsi,

53- Saranno fissati a seguito de’ saggi i prezzi così del salnitro grezzo, che di quello ,di prima  e seconda cotta.

54- Il salnitro grezzo sarà pagato a’ salnitrari dall’amministrazione delle polveri in ragiono delle quantità di salnitro puro che la massa consegnata conterrà, al prezzo, che sarà determinato per ciascuna provincia. Nello stabilirsi poi detto prezzo. si avrà riguardo alla natura del suolo, al costo de’ materiali, e de’ combustibili, ed alla distanza della raffineria.

55-Ogni particolare, che consegnasse il salnitro, avrà al di più del prezzo regolare un grano per rotolo, a titolo d’incoraggiamento, se giuridicamente dimostri che quel sale non l’ ha tirato da’ materiali riservati pe’ salnitrati partitari.

58. Il salnitro sarà pagato a’ salnitrari attuali conosciuti sotto il nome di appaltatori , al prezzo convenuto pe’ loro contratti, fino all’epoca in cui l’amministrazione crederà non dover avere più vigore il contratto eseguito . Allora i loro contratti saranno annullati , ed i palicelari , che vorranno occuparsi alla raccolta di questo sale , saranno obbligati ottenere dal Ministro della guerra delle nuove patenti , ed uniformarsi alle disposizioni del presente decreto.  A tal effetto il detto Ministro farà in modo che il prezzo , secondo il quale il salnitro dovrà esser pagato, sia conosciuto, e pubblicato in  tutto  il regno quattro mesi prima .

59. Gli antichi salnitrani, che non vorranno continuar la fabbricazione del salnitro , saranno obbligati di cedere a’ nuovi commessionati tutti gli utensili, materiali , ed oggetti da servire alla fabbricazione, ed estrazione di questo sale, al prezzò che’ sarà fissato dagli esperti . Quelli, che ne distoglieranno parte , saranno condannati alla confiscazione degli oggetti alienati, e ad una multa di cinquanta ducati . . .

Della fabbricazione delle polveri , e loro distribuzione ,

62. Le polveri saranno esclusivamente fabbricate per nostro conto , e non potranno esserlo che sotto la direzione, e la vigilanza dell’amministrazione .

67. La fabbricazione, e la vendita delle polveri è proibita a tutti gli cittadini, ad eccezione di quelli che vi sono stati autorizzati per una commessione particolare dell’amministrazione delle polveri.

76. La vendita de salnitri e polveri sarà fatta sempre per nostro conto , sia ne’magazzini dell’ amministrazione , sia da coloro , che ne saranno da questa commissionati.

’77. Le polveri da caccia saranno vendute in pacchetti suggellati e portanti il segno dell’amministrazione. Li commisionati non potranno liberarne a’ particolari più di quattro rotoli per volta . Non si potrà vendere polvere da cacia a chicchessia, che in seguito della presentazione di un attestato delle autorità , e dei parroci della Comune del compratore, con cui si dichiari la sua buona condotta. Questo attestato avrà vigore per un anno solo , ed al di lui margine il venditore noterà ogni volta la quantità , ed il giorno della liberazione della polvere.

78. I manifatturieri e fabbricanti che impiegano del salnitro, saranno obbligati provvedersi in ogni anno di un libretto firmato , e numerato in ciascun foglio dall’amministrata  generale, il quale nell’intestazione terrà il nome, e la firma del fabbricante o manifatturiere , e l’ indicazione scritta per esteso, e senza cassature , o raschiature, del maximum della quantità di salnitro di cui ha bisogno e che potrà essere liberata a quelli che consegneranno detto libretto. Ogni liberanza sarà scritta su di questo libro, ed in seguito di ciascuna, si dovrà fare  il totale della quantità ricevuta dopo il principio dell’anno. Nel caso in cui la quantità attribuita ad un particolare non gli foste stata liberata nel corso dell’ anno, egli non avrà dritto di ripeterla nell’anno seguente

….

La polvere di caccia sopraffina non sarà distribuita che ne’ soli magazzini principali dell’ amministrazione , dalla quale saranno adoperati tutti i possibili mezzi per accertarsi della qualità , ed evitar le frodi.

81 I venditori non potran vendere la polvere da caccia al di te del prezzo stabilito dal decreto, sotto pena di perder la commessione, e di pagar venticinque ducati di multa.

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