Un campanile racconta. Ovvero:  nuovi indizi sulla storia della chiesa di Tutti i Santi ad Agerola.

La chiesa agerolese di Tutti i Santi è sita nella porzione meridionale del casale di Bomerano; zona già sede di castagneti, campi e casa sparse nel Medioevo e con un infittirsi delle residenze (anche signorili) intorno al Settecento, quando infatti si prese a denominarla Case Nuove o Case Nove..

Oggi l’edificio presenta una facciata “a capanna” (cioè con frontone triangolare a tutta ampiezza) con ricca decorazione a stucco di gusto eclettico [1] ascrivibile alla fine dell’Ottocento o ai primi del Novecento. Essendo di epoca recente anche gli intonaci e gli stucchi dell’interno, chi vi dedicasse solo una visita frettolosa potrebbe pensare che sia recente l’intera struttura e interpretare come neo-gotiche le forme ogivali che caratterizzano le arcate e le crociere dell’interno.

In realtà questa chiesa di Tutti i Santi ha origini molto più antiche e una storia che è ancora tutta o quasi da ricostruire. Stando ai dati pregressi da me sintetizzati in Appendice (vedi), l’ edificio esiste almeno dal tardo Quattrocento, quando vi fu posto il sepolcro di Giovanni Summonte e sua moglie (non più esistente, ma visto dallo storico Matteo Camera) e vi fu realizzato quell’affresco con Vergine in trono col Bambino che ancora vi si osserva incastonato nella bella tavola del Ragolia  (San Pietro papa e Santi, del 1652) che è sull’altare maggiore.

Passando dai dati pregressi a delle nuove osservazioni di carattere architettonico, parto dal campanile [2] e faccio notare innanzitutto la sua strana posizione: contrariamente alla regola che lo vuole in facciata [3], esso  è giustapposto al fianco destro della chiesa, all’altezza della terza arcata della navata laterale; una posizione che peraltro lo rende invisibile (o ne fa scorgere solo la punta) a chi sosti sul sagrato della chiesa.

Incuriosito da questa stranezza, ho condotto qualche osservazione e misura [4] all’interno del campanile stesso, cui si accede da una porticina che affaccia nella sacrestia.

Tale ambiente ha una bella volta “a schifo” con lunette  rampanti (3 sui lati lunghi e 2 sui corti) e può ritenersi edificato tra il XVI e il XVIII secolo.

La sacrestia fu poggiata, da un lato, contro la fiancata destra del transetto e, da un altro, contro il campanile.  Entrando nel piano terra di quest’ultimo,  si nota con piacere che qui, a differenza del resto, non vi sono re-intonacature recenti a oscurare le tessiture murarie. L’unico disturbo alla lettura delle strutture antiche è dato da moderni tramezzi che isolano circa un quarto dello spazio per farne un piccolo gabinetto di decenza a servizio della sacrestia.

Ciò che si comprende esaminando attentamente le murature   è che il campanile ebbe inizialmente un piano terra configurato a portico, cioè una struttura composta di quattro robusti pilastri angolari (circa 1,2 x 1,2 m) collegati da archi  ogivali (larghi circa 2 m e alti circa 4 m al vertice) generanti una volta a crociera che fu poi bucata per farvi passare uno scalandrone di legno diretto verso la cella campanaria.   Solo successivamente, probabilmente secoli dopo l’erezione, le arcate del piano terra  furono chiuse con muri di tompagno che risultano spessi 60 – 65 cm.

Dalla tompagnatura dell’arco rivolto vero la chiesa sporge – in posizione fuori asse rispetto all’arco stesso – il dorso  di una nicchia in disuso che affacciava sopra l’altare di S. Giuseppe, che è quello centrato sotto la terza crociera della navata destra.  Mi pare molto probabile che detta nicchia fu ivi realizzata profittando di una precedente apertura, che ipotizzo essere stata la porta d’ingresso alla primitiva chiesa di Tutti i Santi; quella eretta contestualmente al campanile.

Ciò sia per raffronto con alcuni casi analoghi (quali la chiesetta di S. Pietro ad Alba Fucens el la cattedrale di Minturno; vedi foto),  sia in considerazione del fatto che, per  tecniche murarie e struttura iniziale, il nostro campanile pare da doversi collocare nell’intervallo XII-XIV secolo; periodo nel quale la regola di orientare le chiese con abside/i verso est e ingresso a ovest veniva rispettata quasi senza eccezioni [5]

  La tipologia di campanile in questione è piuttosto rara in Italia, ma abbastanza frequente in Europa centro-settentrionale (as esempio in Francia, dove è nota col nome di clocher-porche). Detti avancorpi a torre sopra la porta di ingresso ,simboleggiavano molto meglio dei campanili posti in altra posizione la protezione dalle forze del Male. Anzi, gli esempi più antichi, con le loro forme semplici e massicce e con finestre assenti o solo in alto, appaiono come delle reali fortificazioni dell’ingresso.

Come esemplifica il caso della cattedrale di Minturno, il campanile-portico poteva ergersi al centro di un porticato esteso su tutta la facciata. Per quanto il presente stato dei luoghi non permetta facili verifiche, l’ipotesi che un simile avancorpo esistesse anche davanti alla primitiva chiesa di Tutti i Santi (in forme certamente più umili che a Minturno) trova un punto di plausibilità nel fatto che la particella su cui sorge la chiesa include anche una striscia di terreno (larga circa quanto il campanile) lungo il fianco nord-ovest dell’edificio.

Tale striscia di terreno (evidenziata in rosa nella figura che segue) è rimasta di proprietà della chiesa anche dopo che alla stessa fu data la nuova e vigente orientazione con facciata a nord-est. Presumibilmente nel Seicento, una parte di quello spazio fu sfruttato per costruirvi la sacrestia, mentre la parte a nord-est del campanile ha visto sorgere, in tempi recenti, altri vani di servizio.

 

Pianta attuale  della chiesa di Tutti i Santi in Bomerano realizzata dallo studio di progettazione  STANF di Agerola. Ritoccata la parte riguardante il campanile (per dargli l’originaria  forma porticata), , coloro in rosa la sacrestia e gli altri ambienti di servizio citati nel testo, e in celeste la massima estensione che poteva avere la chiesa di prima fase, (con orientazione a sud-est rimarcata  anche dalla simbolica abside che aggiungo su quel lato).

Passando ad altro, va detto che nel periodo in cui la chiesa ebbe facciata a nord-ovest, a permettere la visibilità del monumento, vi doveva essere una strada (sia pure campestre) che vi giungeva da nord-ovest . Provare l’esistenza di detta strada (verosimilmente scomparsa da secoli) richiederà accurate ricerche; nel frattempo faccio notare che  qualche residuo segno lo si coglie sulla moderna mappa catastale e su una carta topografica di primo Ottocento (vedi figure).

Sulla prima si notano confini tra particelle che potrebbero derivare dall’antica presenza di un stradina NO-SE  diretta verso il campanile. Sulla carta ottocentesca, d’altra parte, si nota un cospicuo allineamento di case sulla stessa direttrice (linea a pallini gialli). Dette case sorsero probabilmente lungo l’ipotizzata strada o stradina prima che essa scomparisse del tutto , esautorata da una arteria parallela e poco più ad est (attuale Via Principe di Piemonte).  Giunta in faccia alla chiesa, l’antica strada poteva aggirarla su uno o entrambi i lati, per poi riprendere la direzione sud-est e proseguire verso il solco della località Cava (tra i rialzi di Tuoro e Corona), miglior punto per la discesa verso Furore.

In merito alla forma e alle dimensioni che ebbe la prima chiesa di Tutti i Santi sussistono molte incertezze, ma la dimensioni del suo campanile  fanno pensare a un edificio non piccolissimo.. La sagoma che le attribuisco in figura (area campita in celeste) va  intesa come un primo tentativo di delineazione basato, tra l’altro,  sull’ipotesi che parti dei muri perimetrali della seconda chiesa (quelle che mostrano opere di rinforzo all’esterno) siano una eredità dell’edificio iniziale. E pari, se non superiori, sono le incertezze che esistono in merito all’articolazione interna che ebbe la chiesa di prima fase (forse con schema di tipo basilicale con navata centrale larga circa quanto il campanile).

In tema di chiese “ruotate”, ovverosia ricostruite con orientazione diversa da quella iniziale, potrei citare molti altri esempi, ma mi limito a quello, più vicino, di S. Maria di Pino (antico borgo fortificato tra Agerola e Pimonte) . La pianta davvero atipica di quella chiesa (con absidi su due lati dell’edificio) mi pare che si possa interpretare come l’effetto di una fase di ampliamento tardo-medievale con contestuale cambio di orientazione dell’aula (absidi della seconda fase rivolti a nord, mentre la chiesa di prima fase li aveva a est). Anche in questo caso il campanile assume una strana posizione rispetto alla chiesa di seconda fase e potrebbe essere sorto al centro della facciata della prima chiesa.

 

Conclusioni.

Tornando alla chiesa di Tutti i Santi in Bomerano e tentando di concludere con una sintesi cronologica (per quanto manchino elementi di datazione certi),  schematizzo come segue la mia ipotesi di evoluzione dell’edificio:

  1. a) Edificazione iniziale della chiesa con abside o absidi a sud-est e facciata a nord-ovest avente al centro, ossia sull’entrata della chiesa, un campanile-portico (XII-XIII sec.?)
  2. b) Forse a seguito di forti danni recati dal terribile sisma del 1456 (uno dei più forti che abbia colpito il sud Italia), l’edificio viene ricostruito ampliandolo verso nord-est e verso sud-ovest, dove viene posto il nuovo presbiterio con absidi rettangolari. Questa datazione della seconda fase va d’accordo con la data della menzionata sepoltura di Giovanni Summonte e consorte e con l’epoca dell’affresco dellaVergine in trono col Bambino (vedi Appendice). Va inoltre d’accordo con l’impronta tardo gotica dell’edificio riconoscibile nella coesistenza di archi e volte tanto ogivali quanto a tutto sesto, nonché nella poca  differenza d’altezza tra navata centrale e navate laterali (da cui l’assenza di un cleristorio) e nello scarso slancio longitudinale delle navate stesse, con connessa percezione policentrica dello spazio. Il tardo gotico italiano viene normalmente limitato al periodo che va dall’ultimo quarto  del Trecento a circa la metà del Quattrocento. Ma, in realtà periferiche come la nostra,esso si è probabilmente protratto ancora per qualche decennio.
  3. c) Nel corso del Seicento la chiesa fu arricchita di opere d’arte tra cui l’ancora esistente “macchina d’altare” con bella tavola del pittore Michele Ragolia e lo scomparso reliquiario ove si custodirono le reliquie di 12 santi martiri donate da Mons. Pichi (vedi Appendice). Alla stessa fase seicentesca possiamo tentativamente ascrivere anche la costruzione della Sacrestia col suo arco di collegamento al vano di piano terra del campanile, che aveva da lungo tempo persa la sua iniziale funzione di portico d’ingresso alla chiesa.
  4. d) L’arricchimento degli interni proseguì nel Settecento e nel primo Ottocento (vedi il settecentesco altare maggiore in marmi policromi e la tela del soffitto della navata centrale, datata 1805).
  5. e) Con l’apertura del tunnel delle Palombelle (1885), Agerola fu finalmente collegata a Gragnano con una rotabile (carrozzabile, la si diceva allora). Pochi anni dopo l’arteria fu proseguita fino a Tutti i Santi, ampliando una preesistente stradina comunale un po’ staccata dalla chiesa (attuale Via Principe di Piemonte). Tra questo evento e i primi del Novecento posiamo inquadrare gli interventi che diedero l’attuale aspetto all’interno e che ricomposero la facciata della chiesa, rialzando il frontone oltre il colmo del tetto e decorando il tutto in stile eclettico. Infine, negli anni Quaranta del ‘900 la famiglia Cuomo fece aggiungere a sue spese un catino semicilindrico in fondo all’abside di sinistra.

APPENDICE

Vincoli cronologici offerti dalle fonti e dalle opere d’arte presenti nella chiesa.

Stando ai documenti antichi sinora  scovati e pubblicati, la prima menzione della chiesa di Tutti i Santi a Bomerano (Agerola) risale al 1448 ed è presente in una pergamena di cui riportò il testo lo storico Francesco Pansa (Amalfi 1671-1718) [6] Che la chiesa esistesse già nel secolo XV lo attesta anche il fatto, riportato da Matteo Camera , che   “…In essa eravi il sepolcro di Giovanni Summonte e di Antonia, sua moglie, dell’anno 1475  [7].

Al tardo Quattrocento si può pure attribuire  quell’affresco con Vergine in trono col Bambino [8] che, quasi due secoli dopo, fu staccato dalla sua sede e   inserito dietro una finestra appositamente lasciata nella pala per l’altare maggiore (San Pietro papa e Santi) che  dipinse – nel 1652 – il noto pittore di origini palermitane Michele Ragolia [9], recentemente restaurata insieme alla bella “macchina d’altare” (a motivi architettonici in legno dipinto marmorino) che incornicia l’opera. Ritengo molto probabile che il citato affresco fu staccato dalla medesima chiesa di Tutti i Santi (detta anche della Vergine di Tutti i Santi) con l’intenzione di non perdere una immagine oramai cara ai fedeli durante una fase di ridecorazione dell’edificio.

Immaginare interventi del genere nel corso del secondo quarto del  Seicento (chiusi con l’installazione del nuovo altare maggiore nel 1652), spiegherebbe meglio perché Mons. Angelo Pichi,  arcivescovo di Amalfi tra il 1638 e il 1648 [10], donò a Tutti I Santi le reliquie di ben dodici santi.

Facendo un piccolo passo indietro nel tempo, cito il verbale della visita alle chiese di Agerola fatta dall’arcivescovo  Antonio Montilio nell’agosto del  1572  . Da esso risulta che la chiesa in questione non fosse tra le molte che egli trovò tanto danneggiate nella struttura ( credo per via soprattutto del sisma regionale del 1561). Tra le altre, risultava “devastata” la parrocchiale di S. Matteo, così che la visita  alle chiese di Bomerano non ccominciò- come sarebbe stata norma – da S. Matteo, bensì da Tutti i Santi, che operava temporaneamente come parrocchiale.

Tornando a procedere in ordine cronologico, ricordo che è opera settecentesca il bell’altare maggiore in marmi policromi, mentre la tela dipinta che orna il soffitto della navata centrale è opera datata al 1805.

NOTE

1 -Seguendo allo stile neo-classico, l’eclettismo architettonico si sviluppò a partire dalla metà del XIX secolo e produsse edifici e decorazioni ispirate a diversi – spesso commisti – stili del passato, con forme neo-gotiche,  neo-romaniche,  neo-bizantine, neo-rinascimentali, ecc.  L’eclettismo caratterizzò buona parte dell’architettura italiana fino ai primi decenni del Novecento.

2 –Esso si compone di quattro ordini più un tetto conico. I primi tre ordini sono a pianta quadrata, con lato che è di circa 4,4 m nel primo, 4,3 nel secondo e 4 nel terzo. La cella campanaria, con ampie monofore,   è al terzo livello. Il quarto livello è un breve cilindro con oculi tondi. Tolto il tetto, che è verosimilmente recente, la geometria ricorda da vicino il campanile di S. Pietro alli Marmi di Eboli, nonché di altre torri campanarie sorte in Campania nel periodo normanno (tra cui anche quella di S. Maria a Gradillo di Ravello).

Il campanile della chiesa annessa

alla badia di San Pietro alli Marmi ad Eboli (SA).

3 –Uso nato nei secoli in cui le chiese cristiane si costruivano con la facciata  rivolta ad occidente e la zona absidale verso est (direzione delle albe agli equinozi) o sud-est (direzione dell’alba al solstizio invernale, prossimo al Natale). In tal modo, le torri campanarie, guardando verso il tramonto,  assumevano anche il simbolico valore di torre di difesa contro il buio della morte e del peccato, mentre il sole nascente – verso cui guardavano le absidi di fondo con gli altari, simboleggiava il Cristo che viene e la Resurrezione.

4 –Al proposito, ringrazio i reggenti della chiesa e della confraternita annessa per avermi permesso i sopralluoghi e gli archeologi Domenico  Camardo e Mario Notomista per avermi  aiutato a verificare la plausibilità delle mie interpretazioni.

5  -Eccezioni erano concesse solo in caso di impedimenti legati a particolari condizioni orografiche (edificazione su un crinale affilato o lungo un forte pendio) o preesistenti costruzioni; impedimenti che non certamente non presentava il sub pianeggiante e allora sgombro sito di Tutti i Santi di Bomerano..

6 -I Il testo della pergamena appare a pagina 181 del II volume della sua  “Istoria della antica repubblica d’Amalfi e di tutte le cose appartenenti alla medesima accadute nella città di Napoli e suo Regno”. Vi è citata una località di Agerola detta Ad Omnes Sanctos, segno  pressocché indubitabile che vi sorgeva un edificio sacro con quella intitolazione..

7 –M. Camera , Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi (Salerno 1881), vol. II, p. 630.

8 –La presenza di questo tema non deve sembrare un fuori luogo, in quanto la più antica e corretta denominazione del culto in questione (introdotto in Italia da papa Bonifacio IV nel 609) fu “della Vergine Maria e a tutti i martiri”.

9  –Sia l’affresco che la pala d’altare  in questione sono descritti e interpretati nel volume curato dalla dottoressa Ida Maietta “Recuperi e restauri ad Agerola” (Eidos, 1990).

10 –Riporto questa forchetta cronologica in quanto M. Camera, dalle cui Memorie… traggo la notizia, non ci dà la data esatta della donazione. Le reliquie in questione appartenevano a  S. Abondio,  S. Severino, S. Candido, S. Ponziano, S. Giusto,  S. Fausto, S. Placido, S.  Plautilla, S. Concordo, S. Francesco Saverio, S. Ignazio e S. Filippo Neri.v

 

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