Il vocabolo lama e i toponimi da esso discesi; ad Agerola come in Calabria.

  Dedicato alla cara memoria di Paola Romano, mia ex allieva e poi   valentissima geomorfologa presso la Federico II di Napoli.

Ad Agerola, come in molta parte dei Monti Lattari, il toponimo Lama è parecchio diffuso. Porto ad esempio i casi di Lama Magna (presso S. Lazzaro), Lama di S. Basilio (a sud est dell’altipiano del Pontechito) e il quartiere  Lama di Bomerano. Attingendo al Catasto Murattiano, scopriamo che a inizio Ottocento i casi erano più numerosi, includendo anche Dentro Lama, Lama d’Alone, Lama Oscura e  Lama Pazza. Andando a metà del Settecento con il Regio Catasto Onciario di Agerola (1752) abbiamo che l’elenco si allunga ancora col toponimo Lama Candela, mentre vi troviamo attestato anche il cognome Lama [1].

La località Lama  la troviamo citata anche in un documento del  1340 (vedi Mazzoleno & Orefice “Il Codice Perris…” vol.  III, p. 1037), dove essa è detta ad Lama e dove viene specificata la sua collocazione in loco Memorani (genitivo di Memoranum, antico nome di Bomerano).

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L’etimologia del termine “lama” è molto interessante e antica; eppure mi ero fin qui dimenticato di riportarla su questo mio blog. Di tale mia dimenticanza mi sono accorto solo pochi giorni fa, mentre discutevo con una giovane ricercatrice del mio Dipartimento (Maria Rosaria Ruello) del fiume che, coi suoi apporti detritici, ha creato la Piana di S. Eufemia-Lamezia, la cui storia geologica e paesaggistica stiamo studiando a fini archeologici.

Sulla carte moderne, tale fiume è denominato Amato, ma il suo nome antico era Lamato (“L” iniziale probabilmente tolta da un cartografo che la credette articolo apostrofato: L’Amato).

In effetti è ben noto agli storici che il nome di Lamezia (ant. Lametia) e quello del fiume che la lambisce sono strettamente legati  tra loro, nonché con Lametinoi, nome degli antichi abitanti dell’area

“Dove è  il Lamato , lì sono i Lametinoi, scrive Ecateo di Mileto nel VI secolo a. C., sottolineando lo stretto legame tra quel popolo e il principale fiume che attraversava il loro territorio,  costituendone sia una via di penetrazione (dalla foce sul Tirreno alle colline incastrate tra i monti della Catena Costiera e delle Serre) che una ragione di fertilità per le campagne limitrofe.

L’idronimo Lamato deriva dal sostantivo lama; termine che ritengo fosse usato in Calabria (e, più in generale, nel Sud Italia) già prima della colonizzazione greca [2].

Lama passò poi immutato nel Latino (tra le rare attestazioni letterarie vedi Orazio, Lib. I. Epist. X]I) con quel significato di ‘pantano’, ‘terreno paludoso’ che  possiamo leggere in tanti dizionari etimologici, tra cui quello della Treccani.

Le  nostre indagini geologiche sulla Piana di S. Eufemia – Lamezia (che hanno visto protagonista soprattutto Paola Romano, prematuramente scomparsa lo scorso anno), hanno tra l’altro spiegato come mai il fiume che percorre quella piana costiera fu detto Lamatus dagli antichi: una fase di subsidenza cominciata circa tremila anni fa  fece si che si estendessero arealmente e perdurassero per secoli e secoli quegli ambienti stagnali e acquitrinosi che prima caratterizzavano solo la parte di pianura più vicina alle dune costiere e alla spiaggia.

Tornando agli aspetti linguistici, voglio sottolineare come, nella nostra zona, il termine lama registri anche un ampio uso come  nome comune di cosa (sostantivo femminile). Uso che si registra sia nel parlato attuale, sia nelle scritture “notarili” del Medio Evo amalfitano (le più antiche sopravvissute sono del X secolo), passando attraverso i catasti di pochi secoli fa.

Dalle nostre montuose parti, il sostantivo lama ha preso un’accezione alquanto diversa da quella che aveva in origine  e nelle zone di pianura (‘pantano, acquitrino’). Infatti da noi lama vale ‘impluvio’, ‘vallecola’ o, più raramente, ‘valle’. Trattasi di elementi del paesaggio che, trovandoci su montagne calcaree molto permeabili, non presentano  che raramente dell’acqua al fondo; circostanza che di norma si verifica solo a ridosso di piogge di forte o fortissima intensità, eccezion fatta per le rare valli che hanno sorgenti perenni al loro interno.

Eppure un legame semantico-logico con l’accezione originaria esiste, in quanto  trattasi di  elementi del paesaggio che si caratterizzano per la presenza di suoli ispessiti (per colluvionamento dai pendii circostanti) e anche  più umidi (sempre per apporti – stavolta idrici – dai versanti). Maggiore umidità che si fa apprezzare specie d’estate, quando i suoli sottili che si hanno sui pendii seccano, mentre quelli dentro le lame conservano della preziosa umidità. [3]

Tutto ciò ci ricorda ancora una volta che molti toponimi antichi sono il lascito dei nostri antenati contadini, molto attenti (per ovvie ragioni ) a percepire anche le più piccole variazioni locali dell’ambiente e – non di rado – farne scaturire lo stesso nome da dare a un luogo.

NOTE

1 –Quel cognome nacque probabilmente ad Agerola, per una famiglia  che risiedeva nella omonima località del casale Bomerano. I Lama presero poi a trasfeirsi nella vicina Praiano, come fecero anche i Gallo, lasciando ad Agerola sempre meno esponenti (poche unità all’epoca del Catasto Onciario)

2 –Ad Agerola, dunque, il suo uso potrebbe risalire ai tempi di quegli insediamento dell’Età del Ferro di cui ci ha dato evidenza la scoperta della necropoli (campo d’urne) in località Campo Sportivo S. Matteo.

3- Analogo ampliamento di senso rispecchiano i veri toponimi Lama sparsi per l’Italia;  dal Trentino in giù.

Proprio in Trentino abbiamo il caso di Làmol, una conca coltivata che però presenta dei locali ristagni d’acqua, insieme alla località Lama presso  Villa Lagarina (nella valle dell’Adige)..

In Toscana, più esattamente nel Parco delle Foreste Casentinesi, abbiamo un La Lama che è una boscosa valle a V percorsa da un bel torrente.

Analogamente slegato da acquitrini  si direbbeil caso di Lama dei  Peligni, cittadina intravalliva della provincia di Chieti. Idem ancora i vari luoghi detti Lama del materano.

Una accezione simile a quella che si ha ad Agerola fin dal Medio Evo, la si registra anche a Salerno, dove – nel centro storico – abbiamo l’antica cappella di Santa Maria della Lama e, vicini ad essa, i “gradoni della Lama” (una delle  incisioni torrentizie che delimitavano a E ed O lìabotato altomedievale.

Alla periferia SE di Taranto, infine (ma l’elenco completo sarebbe lunghissimo) abbiamo la zona di Lama, che morfologicamente  corrisponde a un avvallamento caratterizzato da suolo più spesso e più atto a preservare umidità rispetto a quelli del circondario.

 

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